È arrivato il nuovo documentario sulla vita (e la morte) di Anthony Bourdain e c'è molto, molto da dire

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"Anthony Bourdain è stato dato tutto ciò che ha sempre desiderato: denaro, possibilità di viaggiare e libertà" dice al New Yorker il regista Morgan Neville. "Questo gli ha portato la felicità? Certo che no, perché la felicità non viene dalle cose esterne". Oggi esce il suo attesissimo documentario Roadrunner dedicato allo chef che dopo una carriera incredibile si è tolto la vita nel 2018 a soli 61 anni. Anthony Bourdain era una star, un incredibile intrattenitore, un personaggio brillante dall'umorismo tagliente capace di mixare giocosità, irriverenza e intelligenza. Bello e dannato, era un uomo pieno di contraddizioni che un momento scherzava con i fan e subito dopo si rintanava nella sua stanza d'albergo. Bourdain era alla continua ricerca di una felicità che sembrava riuscire ad afferrare solo per un istante tra continui viaggi, strette di mano, cene con persone che non avrebbe mai più rivisto. Questo (e molto altro) è ciò che Roadrunner ha cercato di raccontare: luci, ombre, e sullo sfondo - sempre costante - il dolore e i dubbi causati dalla sua morte.

Photo credit: Larry French - Getty Images
Photo credit: Larry French - Getty Images

Neville sceglie di non raccontare l'infanzia di Bourdain a Leonia, nel New Jersey ma la sua la sua decisione di lasciare il Vassar College per laurearsi al Culinary Institute of America così come gli anni trascorsi lavorando come lavapiatti a Provincetown, nel Massachusetts, diventando dipendente dall'eroina emergono dai racconti di amici, parenti, conoscenti. "Queste sono state le interviste più difficili che abbia mai fatto, senza dubbio", ha raccontato il regista. Neville inizia il suo racconto dal momento in cui, con la pubblicazione del suo libro di memorie più venduto Kitchen Confidential nel 2000, Bourdain conosce la fama che lo porterà in giro per il mondo tra programmi televisivi, show condotti per Food Network, Travel Channel, CNN e poi libri, interviste, collaborazioni con chef di tutto il mondo. Lo segue nei suoi ultimi 20 anni di vita e, come spiega il magazine online Slate sceglie un approccio affettivo: dove ha viaggiato, chi amava, come si sentiva riguardo a se stesso e al suo posto nel mondo.

Emergono le inquietudini, le dipendenze, gli eccessi, la voglia di vivere e la depressione. Come racconta la sua seconda moglie Ottavia Busia, madre del suo unico figlio, quando Bourdain trovava una nuova passione, che fosse per una donna o per l'arte marziale del jiujitsu brasiliano, ci si buttava dentro fino all'ossessione: era un uomo che sapeva farsi amare, ma che nascondeva un lato oscuro, difficile da penetrare. Tra le tante testimonianze e gli interrogativi sulla sua vita e soprattutto sulla sua morte c'è però una grande assente: Asia Argento, protagonista indiretta dell'ultima parte del documentario che, come diversi magazine hanno fatto notare è la più inquietante e controversa.

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"Ho sentito di non voler approfondire di un centimetro il suo rapporto con Asia", ha spiegato il regista al Wall Street Journal, "perché era un argomento difficile. Si potrebbe fare un intero film sull’argomento ma non era il film che volevo fare. Sarebbe diventato complicato". Eppure il legame tra i due, iniziato un anno e mezzo prima del suicidio, emerge chiaramente con immagini forti e musica inquietante in sottofondo tutt'altro che neutrali. "Alcuni recensori affermano", scrive infatti il Wall Street Journal, "che il documentario si avvicina troppo a ipotizzare che nel suicidio di Bourdain abbia avuto un ruolo la storia d’amore e il tradimento di Asia Argento". "Ho fatto di tutto" - ha controbattuto Neville - "per assicurarmi di inserire la citazione del regista Michael Steed che diceva: 'Tony ha ucciso Tony, sai, gli uomini di 60 anni normalmente non si suicidano perché hanno rotto con qualcuno'. Non sto dicendo che sia stata lei a causare il suo suicidio". Eppure sappiamo bene quanto sia facile attribuire alle donne colpe che vanno ben oltre il loro potere, è un cliché già visto da Yoko Ono a Meghan Markle, la storia raccontata è sempre la stessa. Qui però si parla di un uomo che aveva tutto e che si è tolto la vita: la risposta alle mille domande che sorgono forse sta proprio nelle testimonianze stesse, nella complessità del personaggio che emerge da Roadrunner. Cercare colpe è solo un modo per negare a Bourdain la sua stessa storia.

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