È finito il 2020: un anno buttato o da buttare? Nessuna delle due...

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Photo credit: Malorny - Getty Images
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From ELLE

È finito. Ci era sembrato così bello e innocuo all’inizio, benché bisesto. Persino simpatico, con quelle due cifre tonde tonde e senza spigoli da spezzare in due – 20-20 – come due biglie di vetro identiche da far rotolare sulla lingua. Invece è lui che ha spezzato noi. In modo del tutto inaspettato, un giorno qualsiasi di fine febbraio. Mettendo la vita in ghiacciaia. Stop.

Per qualcuno non era un anno qualsiasi. Per qualcuno era l’anno che. L’anno della maturità, del 18esimo o del 50esimo, l’anno a lungo rimandato per sposarsi o divorziare, traslocare, fare un figlio, prendere la patente, andare a studiare a Boston o a Madrid, sottoporsi a una Fivet, adottare un bambino, fare il primo Interrail, cominciare la dieta, riprendere la palestra, lasciare un marito violento, diventare bionde... È andata così. Per alcune cose c’è ancora tempo. Per altre non più. Non esistono i supplementari. I giri di boa, le scadenze biologiche non si recuperano, passano e basta.

Poteva andare peggio. Poteva andare meglio. Ognuno ha la sua storia. Il suo personale bilancino per misurare le sventure. Ma certo restare chiusi a casa, "in smart" o "in Dad", come abbiamo imparato a dire, era il minore dei mali. Alcuni si sono fermati. Senza sapere né come né quando – né se – potranno ripartire. Altri invece non si sono fermati mai. Quando pensavano che fosse finita sono stati ributtati in corsia a rivivere tutto dall’inizio, senza l’attenuante dell’emergenza imponderabile. Hanno visto la gente andarsene. Hanno fatto da madri e da padri, dentro scafandri da sommozzatori. Tenuto mani. Asciugato lacrime. Regalato speranze e preghiere. Portando nel cuore parole biascicate in un respiratore, facce e sguardi che non si dimenticano, neppure quando si torna a casa la sera, e si parla del cane e della spesa, come se tutto fosse normale, e il mondo di là non ci fosse. Questa forse è la cosa più folle, vivere dentro l’apocalisse mentre la vita continua. Mettere insieme il saturimetro e lo skipass. Tutto in una pagina.

È stato un anno buttato o da buttare? Nessuna delle due. È stato un anno vissuto intensamente, con la coscienza che niente – niente – fosse scontato. Con ogni singolo giorno guadagnato. Un anno in cui la volontà ha fatto la differenza. La volontà di vestirsi e di truccarsi, di mettersi carine pure restando a casa. Di prendere la macchina e andare al lavoro, in una giornata con due soli clienti. Di prepararsi per bene all’esame senza mai andare in facoltà. E dire “sì lo voglio” davanti a un officiante e pochi invitati sparuti, tutti in mascherina, un sabato pomeriggio di semi lockdown e pioggia fastidiosa. Perché hai capito che puoi rinunciare a tutto, la torta, il riso, la luna di miele, ma non all’uomo che ami, al patto che vuoi stringere con lui, e neanche una pandemia ti fermerà.

Ecco, abbiamo imparato a rinunciare al contorno, a farci bastare l’essenziale. La scuola senza le mura. Il caffè per strada, senza il bar e il giornale. L’amore senza gli abbracci. A volte, senza neanche le persone. Passeremo un Natale in assenza. Di amici, familiari, nuovi incontri. E ce lo faremo andare bene. Anzi riusciremo persino a renderlo intimo e speciale. Tirando fuori il servizio buono e il vestito della festa. Creando connessioni anche con chi è lontano. Del resto, è stato un esercizio durato 12 mesi questo di cavare il meglio dalle cose, trovare le pepite in mezzo al fango. E siamo diventati così bravi da poter dire che questo brutto 2020, ascritto ormai agli annali come “da dimenticare”, qualcosa di positivo in realtà l’ha lasciato. Noi abbiamo individuato 20 cose da salvare, scriveteci le vostre, se vi va.

A quelle da noi elencate ne voglio aggiungere una: gratitudine. Per essere ancora qua, innanzitutto, come direbbe Vasco. Per tutti quelli che si sono spesi per gli altri, dando tempo, competenze, dedizione. E anche sostegno economico, se era quello che serviva. Agli anziani, che hanno sopportato lunghi mesi di solitudine e silenzio, sostituendo le voci di figli e nipoti con quelle di un televisore sempre acceso. Ai pizzaioli e ai ristoratori, che ho visto affacciati alle porte dei loro locali deserti per il servizio delivery per poi riattrezzarsi con termoscanner e tavolini all’aperto appena la città ha cambiato colore, dimostrando elasticità e pazienza infinite. Agli insegnanti e agli studenti in lotta con concentrazione e wifi. Alle mamme Kalì con doppio e triplo lavoro. Agli edicolanti, che non hanno chiuso mai, consentendoci di fare questo lavoro con la stessa passione di sempre. Anche da casa. Senza la "stesa" e tutti quei momenti di scambio e condivisione che rendono il nostro mestiere il più bello del mondo.

È stato bello comunque. Grazie all’amore che ognuno ci ha messo. Pure nei giorni no. I giorni di stanchezza, paura, fatica, di malattia e di brutti pensieri che tolgono il sonno la notte. Ognuno di noi ha setacciato la sabbia per offrirvi solo gioia e bellezza. Il nostro regalo. La nostra pepita. Grazie per essere state con noi. Con tutto il cuore, BUONE FESTE.