È lo sguardo degli altri che ci invecchia. Parliamone... tra le pagine del nuovo numero di Elle Weekly

Di Maria Elena Viola
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Photo credit: Elle
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Ossa. Ci si dimentica di averle finché non iniziano a farsi sentire. E quando si sentono, non è mai un bel segnale. Passiamo la vita a occuparci d’altro. Cuscinetti principalmente. Ma anche pelle, capelli, peli, muscoli, denti, gengive persino. Il fuori insomma. L’arredo. Ciò che sfugge all’occhio sfugge anche al pensiero. Chi mai s’interessa delle fondamenta di una casa, del ferro e del cemento armato che la tengono su? È solo quando si manifestano “cedimenti strutturali” che ci sovviene lo scheletro dell’edificio. Con una certa urgenza anche.

Dunque le ossa. Dopo anni di onorato servizio, da un giorno all’altro iniziano a far male. Non proprio male, piuttosto a denunciare una presenza: cigolano, mugolano, fanno pesare tutto quello che fino a ieri macinavano e sopportavano senza problemi, svelando in un sussurro che ci sono e sono lì per te, ci sono sempre state, come certe mogli solerti e silenziose che a un certo punto si stufano di essere date per scontate e fanno cose strane. Tipo mettere il muso e minacciare l’ammutinamento. Così, a sorpresa, certe mattine amare di schiena rotta e giunture incriccate, le ossa presentano il conto. Cos’è dottore? “Artrite”. “Sì, ma artrite...”, si prova a sminuire e circostanziare. “Artrite” taglia corto il medico, come in quel film con Ben Stiller e Naomi Watts, in cui una coppia di mezza età frequenta gente giovane per non sentire l’odore degli anni. Non è pronta a invecchiare. Del resto, chi lo è?

Peggio comunque è se non è artrite. Peggio è se è quella cosa lì. Quella per quale non c’è scampo, se vai su Google e metti un sintomo qualsiasi accanto alla frase “donna di 50 anni” appare già dalla prima riga: premenopausa. Lo dico a bassa voce per non spaventare, se fosse possibile ridurrei il carattere. E invece magari è proprio artrite. Ma se anche fosse, che cosa cambia? La verità è che il confine è passato. Dacché facevi finta di essere prossima al Sunset Boulevard - da quarantenne in forma con braccia ancora presentabili - adesso ci sei dentro. E c’è poco da ridere.

Non per le ossa, per quelle esistono gli osteopati e il pilates. E se Naomi Watts si può permettere le asana senza rompersi, perché tu no?, è solo questione di esercizio. Per te, semmai. Che eri convinta di poterla scampare quella brutta roba che succede alle donne. Come eri stata convinta, da ragazza, di poter scampare il ciclo, i dolori del parto e le corna. Tutti pensano di poter scampare le cose ovvie che capitano agli altri, persino la morte. Il guaio è che di certi segnali dell’età ci si vergogna. Non degli occhiali da presbite che sono belli e colorati né dei “bianchini” ribelli che s’inerpicano ai bordi della chioma mesciata imponendo la tassa della tinta mensile, che queste sono rogne unisex buone per farci sentire complici. È il cambio di statuto che atterrisce. La fine di un ciclo. Non solo mestruale.

Ci si vergogna di non essere più giovani donne fertili. Gustosi bocconcini per gli sguardi maschili. Merce appetibile per il mercato. Fabbriche di vita e desideri. Spesso più sexy e toniche delle millennial, eppure declassate al rango di “tenute bene”. Portatrici di saperi, esperienze, emozioni, conoscenze, che di colpo non interessano a nessuno. Tranne che a noi ovviamente. Noi dello stesso club, che in verità ci piacciamo di più con questo tempo addosso. Perché quasi sempre ci migliora, scavando e plasmando. Rendendoci più forti, più sicure, più impermeabili agli urti, più certe delle nostre convinzioni, più sagge, più vere, più ironiche, più leggere, più divertenti, più esigenti, più generose ed egoiste insieme, quindi più sane, più imprudenti e sconsiderate, più libere, più belle, più felici. Se solo non ci fosse il giudizio degli altri. Quello che incasella e che condanna. Che ci fa stare di qua o di là, anche se non lo dice apertamente. È lo sguardo degli altri che ci invecchia.

Ageismo si chiama la prevenzione verso le persone di una certa età (40 è già frontiera). Ed è una parola che, seppur coniata nel ’69 dal geriatra Robert Butler, nessuno fino a oggi ha molto usato. Anche se il pregiudizio esiste da sempre, soprattutto nei confronti delle donne, non a caso è alle signore che è vietato chiedere l’età. E non si tratta solo di galanteria, si tratta di esclusione. Lo dicono le rimostranze delle attrici messe da parte all’arrivo degli “anta”. Lo gridano le facce sfasciate di chi tenta di nascondere con la chirurgia il passaggio degli anni, come se fosse un affronto. Una vergogna, appunto. In tempo di attenzione e di condoni verso le tante forme di discriminazione di cui è vittima l’umanità non-omologata, finalmente anche questo è diventato un tema. Insomma, se ne parla. E ci si chiede: se si è arrivati ad abolire il genere, non si potrebbe abolire anche l’età? Magari sì, ma non sarebbe una vittoria. La vera svolta è un’altra: vantarsene.

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P.S. Il prossimo numero di Elle ti aspetta in edicola dall'11 febbraio 2021.