È l'ora di parlare di endometriosi: cos'è, come riconoscerla e come provare ad affrontarla

Di Elisabetta Moro
·5 minuto per la lettura
Photo credit: Carlo107 - Getty Images
Photo credit: Carlo107 - Getty Images

From ELLE

Le mestruazioni fanno male. Questo ce lo dicono fin da subito. Fa parte del pacchetto. Fin da quando impariamo pazientemente a usare gli assorbenti, entriamo nell'ordine delle idee che faremo i conti tutti i mesi con un certo livello di mal di pancia. Le mestruazioni fanno male, ma il punto è: quanto male? Male da mettersi a letto con la borsa dell'acqua calda? Male da prendere un antidolorifico? Male da piegarsi in due dai crampi e ipotecare la giornata? A volte il confine sembra piuttosto labile: siamo donne, siamo abituate al dolore, ci ripetono, ci ripetiamo. Quello che, però, non sempre ci dicono è che stare tanto male non è normale. Che in "quei giorni" non vale tutto e che se le mestruazioni sono molto dolorose potrebbe trattarsi di qualcosa di più serio. Potrebbe trattarsi di endometriosi. In Italia ne soffrono tra 10 e il 20% delle donne in età fertile, ma, anche se diverse celebrities sono impegnate nella sensibilizzazione sul tema, ancora non se ne parla abbastanza. Ecco perché abbiamo deciso di fare un po' di chiarezza per creare maggiore consapevolezza di questa malattia.

"L'endometriosi e' una patologia caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale, normalmente confinato all'interno dell'utero, in regioni anatomiche extrauterine". A spiegarcelo è il dottor Alessandro Bulfoni, Responsabile di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas. "Può colpire le ovaie, le salpinge, il peritoneo, la vescica, lo spazio retto-uterino, l'intestino e anche altri organi dell'addome". Può succedere anche che la mucosa che riveste la cavità uterina - l'endometrio appunto - cresca nello spessore della muscolatura uterina e in questo caso si parla di adenomiosi. In entrambi i casi il tessuto endometriale - che subisce delle modifiche nel corso del ciclo mestruale arrivando a desquamarsi nella fase finale - si trova dove non dovrebbe, dando origine a un'infiammazione cronica sia dell’apparato genitale, sia degli altri organi pelvici eventualmente interessati.

Si tratta di una malattia cronica benigna, ma il vero problema è che è spesso sottovalutata oltre che difficile da diagnosticare. Il web è pieno di testimonianze di donne che hanno sofferto per anni prima di rendersi conto che non era "normale" o prima che i medici riuscissero a capire cosa stava succedendo al loro corpo. Uno studio del 2017 realizzato dal professor Vercellini, uno dei maggiori esperti al mondo su questo tema e dalla dottoressa Federica Facchin, psicoterapeuta e ricercatrice dell’Università Cattolica di Milano, ha raccolto e analizzato le storie delle donne affette da endometriosi arrivando a identificare dei pattern ricorrenti: un lungo e faticoso percorso verso la diagnosi, reticenza a chiedere aiuto, cattive relazioni medico-paziente, difficoltà a trovare un medico consapevole, approccio negativo all'identità femminile e identificazione della propria vita con l'endometriosi stessa.

Il primo ostacolo, quindi, è quello dell'identificazione della malattia e degli step necessari per arrivare alla diagnosi. Si parte dai sintomi anche se l'endometriosi può essere anche asintomatica. "Il principale sintomo," spiega il dottor Bulfoni, "è il dolore che si può manifestare durante il ciclo (dismenorrea), ma anche come dolore pelvico cronico. Può essere presente dolore ai rapporti, dolore alla evacuazione, senso di peso-tensione a livello pelvico". Un controllo ginecologico annuale in età fertile è sempre cosa buona e giusta, ma dolori persistenti in zona pelvica che vanno ad acuirsi in fase mestruale o quando si hanno rapporti sessuali, andrebbero visti come campanelli d'allarme per rivolgersi a uno specialista.

Veniamo quindi alla diagnosi: "La diagnosi può essere rapida grazie alla visita ginecologica e all'ecografia transvaginale", ci spiega Bulfoni, "ma a volte più lenta e risultano necessari esami di II livello quali la TAC o la Risonanza magnetica". Il primo step quindi è quello di rivolgersi a uno ginecologo o a una ginecologa che possa prendere in considerazione l'endometriosi come causa del dolore riportato. Con la visita sarà possibile già ottenere qualche indicazione ma, come spiega il dottore, l'ecografia transvaginale risulta fondamentale e, in certi casi, bisognerà anche andare più a fondo con ulteriori esami.

Una volta ottenuta la diagnosi, la domanda che sorge spontanea è: l'endometriosi è curabile? La risposta è che dall'endometriosi, purtroppo, non è facile guarire del tutto, ma questo non significa che non ci siano delle cure che consentano una vita (anche riproduttiva) normale. Come spiega Bulfoni, "La cura può essere sia chirurgica associata a terapia medica successiva basata sugli estro-progestinici o sul solo progestinico a seconda dell'età della paziente, dello stadio di malattia". Prima di arrivare alla chirurgia solitamente (ma dipende appunto dallo stadio della malattia) è possibile ricorrere a terapie che mettono a riposo l'ovaio: con la pillola anticoncezionale (o simili) sarà possibile cercare di ridurre il dolore e l'infiammazione ed esistono preparati progestinici creati ad hoc per l'endometriosi. La chirurgia, invece, sarà necessaria quando lo stadio della malattia non consente di tenerla sotto controllo altrimenti, dato che è più rischiosa e non annulla la possibilità di recidive: si andrà quindi ad asportare le cisti endometriosiche in modo più o meno invasivo a seconda dei casi.

A tutto questo si aggiunge il discorso della fertilità: "Spesso, l'endometriosi è associata ad infertilità", conferma infatti il dottore, "soprattutto negli stadi più avanzati che obbligano la donna a ricorrere a tecniche di procreazione assistita per ottenere una gravidanza". Ciò non vuol dire, però, che non sia possibile avere figli pur avendo l'endometriosi: dipende tutto dal singolo caso e dal percorso di ogni paziente, ma le soluzioni in proposito esistono. In ogni caso parlare dell'endometriosi deve essere il punto di partenza: è fondamentale per fare luce su una patologia insidiosa, spesso invalidante, dispendiosa (di tempo e denaro) e che può far sentire le persone che ne sono affette sole e poco capite e supportate. Maggiore consapevolezza, meno tabù sul corpo femminile, una corretta sensibilizzazione al problema e un adeguato supporto psicologico dovrebbero essere parte della cura stessa. Non siamo fatte per soffrire. Non lasciamo che nessuno ci faccia credere il contrario.