È tempo di aprire gli occhi sui migranti bloccati in condizioni disumane sulla rotta balcanica

Di Carlotta Sisti
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Photo credit: Damir Sagolj - Getty Images
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From ELLE

Si sentono abbandonati dall'Unione Europea, per non dire degli stati a cui hanno chiesto di poter entrare come rifugiati politici, e che, invece, li hanno respinti, non senza prima aver cercato di estorcere loro denaro, parecchio, di cui, ovviamente, non disponevano. Slovenia, Italia e Croazia hanno, solo nelle ultime settimane (ma in realtà la pratica va avanti da anni), rifiutato di accogliere più di un migliaio di persone, che non avevano altra opzione se non quella di tornare nell'inferno che è il campo di Lipa, in Bosnia.

Qui le condizioni disumane in cui cercano di sopravvivere i migranti della rotta balcanica, sono peggiorate in modo catastrofico dopo l'incendio del 23 dicembre, che ha distrutto quel che aveva ancora la parvenza di una struttura d'accoglienza, per poi precipitare ulteriormente in parallelo alle temperature, scese fino a meno 20 gradi. La neve, il gelo, l'inadeguatezza dell'abbigliamento dei profughi, alcuni dei quali in possesso soltanto di ciabatte, si sommano così all'assenza di acqua, fognature, elettricità. Ogni giorno viene consegnato un solo pasto, a dir poco essenziale (yogurt, mele, una scatoletta di tonno) e per chi cerca di attraversare, passando per i boschi, il confine, c'è la polizia croata a respingere, e le denunce di violenza, brutalità, abusi, anche sessuali, non si contano.

Eppure, una risoluzione di quella che è una palese violazione dei diritti umani, non c'è: l'Unione Europea, divisa da sempre in materia di rifugiati, accusa il governo di Zagabria, il governo di Zagabria nega qualunque responsabilità, in un rimpallo che pare solo utile a rimandare una strategia efficace e a lungo termine per queste persone, che vengono soprattutto da Pakistan ed Afghanistan e che, nonostante le già precarie condizioni di vita, hanno fatto uno sciopero della fame lungo quattro giorni, per riportare l'attenzione sulla loro emergenza. A poco o nulla è servito. Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’8 gennaio circa settecento persone sono state sistemate in alcune tende riscaldate allestite in pochi giorni dall’esercito vicino al vecchio campo, mentre più di 350 persone sono state costrette a rimanere in ripari di fortuna dentro Lipa oppure in baracche di legno sparse nel bosco. Si aggiungono ad altre 2.500 persone che nel cantone di Una Sana vivono al di fuori del sistema di accoglienza, in palazzi abbandonati e in baraccopoli nella foresta.

Mohammed Yasser, pachistano originario di Gujrat, ha detto all'inviata di Internazionale Annalisa Camilli che loro non sono "terroristi, eppure siamo trattati come se lo fossimo. Senza acqua, senza elettricità, senza riscaldamento, senza poterci muovere se non a piedi, qui ci sono delle persone malate, non c’è nemmeno un medico, non ci permettono di spostarci verso la città. Abbiamo solo una fonte d'acqua, che però non sarebbe potabile. Noi la beviamo lo stesso, ogni tanto prima la facciamo bollire e poi ne ricaviamo del tè". Anche i foto reporter Valerio Muscella e Michele Lapini sono andati a Lipa, Bihac e nelle baraccopoli di Velika Kladusa per testimoniare questa feroce sospensione di diritti umani : "Ieri- ha scritto Muscella sul suo profilo Instagram - una nevicata ha coperto di neve il campo di Lipa. Durante la mattina c'è stata una distribuzione di cibo, ma le condizioni di vita rimangono inaccettabili. Il freddo e la stanchezza hanno placato le proteste ma i migranti continuano a chiedere una soluzione dignitosa".

Lapini a commento di un suo scatto del 12 gennaio ha scritto: "L'inverno bosniaco rende ancora più precarie le condizioni di vita delle migliaia di persone che tentano di raggiungere l'Europa. Nella jungle di Velika Kladusa ci si ripara dalla neve con i fuochi sotto le tende, aspettando la stagione migliore per rimettersi in cammino. Sumon ha 22 anni e viene dal Bangladesh. Ha iniziato a studiare Scienze Politiche a Istanbul, ma li ha preso la decisione di partire, spinto da consigli e speranze. Partito nel 2019 e si trova in Bosnia da 5 mesi dopo 4 respingimenti dalla polizia croata. Il suo desiderio è quello di finire gli studi, poi il resto si vedrà".

A oggi, forse ancor più del gelo e dell'inabitabilità dei tendoni del campo, è sempre la polizia croata a terrorizzare i richiedenti asilo. Su questo, nonostante le numerose denunce degli stessi profughi ma anche di ong, volontari e funzionari delle Nazioni Unite fin dal 2017, Bruxelles ha nicchiato, senza intervenire, tanto che lo scorso novembre è stata aperta un'inchiesta da parte dell’ufficio del difensore civico europeo su possibili responsabilità della Commissione nel mancato rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Croazia. Il fascicolo è stato aperto dopo un rapporto di Amnesty international e di altre organizzazioni che operano lungo la rotta. Il difensore civico europeo si chiede come siano stati spesi i soldi (dal 2018 a oggi, si parla di 89 milioni di euro, stanziati per sostenere la Bosnia-Erzegovina nella gestione del flusso di migranti) versati da Bruxelles a Zagabria e se siano stati monitorati gli abusi e le violazioni dei diritti umani da parte dei croati. Entro il 31 gennaio dovrebbe arrivare la risposta di Bruxelles, ma nel frattempo, come detto all'inizio, una soluzione per i dimenticati di Lipa non c'è e non è neppure all'orizzonte.