A 10 anni dalla Convenzione di Istanbul i diritti delle donne sono ancora in pericolo: facciamo il punto

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Era l’11 maggio del 2011: il Consiglio d’Europa rendeva ufficialmente disponibile alla firma il primo trattato giuridicamente vincolante contro la violenza di genere, la Convenzione di Istanbul. Sono passati 10 anni da quel momento e all'anniversario del primo decennio di vita del trattato la situazione è, purtroppo, decisamente preoccupante. La Turchia, primo Stato a ratificare la convenzione nel 2012, ha annunciato la propria fuoriuscita e lo stesso vuole fare la Polonia intenzionata a produrre una carta apposita in sostituzione. Non solo: nei Paesi che l'hanno ratificata i diritti delle donne sono ancora in pericolo, i femminicidi si susseguono senza sosta e spesso manca una reale applicazione delle norme a tutela delle vittime di violenza. Urge fare il punto e ricordare ancora una volta l'importanza cruciale di questo documento.

Cosa prevede

Si chiama “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica” ma è conosciuta con il nome del luogo dove è stata aperta alla firma in occasione della 121esima Sessione del Comitato dei Ministri. Per la prima volta un trattato ha dichiarato che la violenza di genere è strutturale e che fonda le sue radici storiche e socioculturali nell’ineguaglianza tra uomini e donne. A partire dagli anni'90 il Consiglio d'Europa aveva dato il via a una serie di iniziative per proteggere le donne dalla violenza di genere, ma - dopo vari step - è stato solo nel 2008 che sono cominciati i negoziati per la Convenzione di Istanbul conclusi nel 2010 con la presentazione della bozza da parte del gruppo di esperti istituito dal Comitato dei Ministri.

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La Convenzione è costituita da un Preambolo, da 81 articoli ripartiti in 12 Capitoli e da un Allegato. Lo scopo è quello di combattere in maniera strutturale la violenza di genere considerata a tutti gli effetti una violazione dei diritti umani. Nella carta, inoltre, la violenza sulle donne viene considerata per la prima volta in tutte le sue declinazioni ponendo il focus sullo squilibrio di potere tra genere maschile e femminile: non si tratta quindi solo di violenza fisica, ma anche sessuale, psicologica ed economica perpetrata per ragioni legate appunto al genere, quindi sulle donne in quanto tali. Per tutelare dalla violenza, la carta si basa su quelli che vengono definiti "i quattro pilastri": prevenzione della violenza, protezione delle vittime, giustizia penale e politiche coordinate, ovvero iniziative di supporto volte ad agire a livello socio-culturale per portare avanti gli altri tre pilastri. I Paesi che ratificano la Convenzione (per ora sono 34 in aggiunta ai 12 che l'hanno solo firmata) si impegnano a conformarsi ai principi sanciti dal trattato e a mettere in atto le iniziative necessarie per attuare i quattro pilastri nel proprio ordinamento.

Le critiche dei detrattori

La Convenzione di Istanbul negli anni è stata trasformata in un motivo di scontro a livello ideologico. Il fatto che la carta sia nata tenendo conto delle teorie sviluppate a livello accademico dagli Studi di Genere unita all'esplicita volontà di tutelare la libera scelta delle donne (nella maternità e quindi nell'aborto) la rende invisa a conservatori ed esponenti religiosi. Sotto attacco in particolare è l'articolo 3 che, al comma c, specifica che “con il termine ‘genere’ ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”. Il fatto che il concetto di genere venga affiancato a quello di sesso biologico assegnato alla nascita terrorizza (senza nessun motivo, meglio specificarlo) chi sostiene che sia un modo per "cancellare il genere", attaccare la famiglia tradizionale e favorire il riconoscimento dei matrimoni omosessuali e dei diritti delle persone trans.

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In Polonia la Convenzione di Istanbul è stata definita dal Ministro della giustizia, Zbigniew Ziobro, “un’invenzione femminista che ambisce a giustificare l’ideologia omosessuale” e in Turchia il vicepresidente, Fiat Oktay, ha commentato la decisione di ritirare la firma sostenendo che l'unico modo per "elevare la dignità delle donne turche" sta "nelle nostre tradizioni e nei nostri costumi". Ma il problema non sono solo Polonia e Turchia dato che sette Stati membri non l’hanno ancora ratificata: Bulgaria, Repubblica ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia e Regno Unito). Nel 2018, la Consulta della Bulgaria ha dichiarato la convenzione incostituzionale sostenendo che attraverso la convenzione e la definizione di "genere" in essa contenuta, "le lobby internazionali stanno spingendo la Bulgaria a legalizzare un 'terzo genere' e introdurre programmi scolastici per studiare l'omosessualità e il travestitismo e creare opportunità per far rispettare i matrimoni tra persone dello stesso sesso". Il Consiglio d'Europa ha più volte risposto a queste accuse chiarendo che gli scopi della Convenzione non hanno nulla a che fare con le obiezioni sollevate e sottolineando come l'applicazione della carta non sia legata al riconoscimento di di un “terzo genere” o dei matrimoni omosessuali.

E in Italia?

Oltre alle critiche dei detrattori, c'è poi un altro problema altrettanto grave che riguarda l'applicazione della convenzione. In molti Paesi le prescrizioni sembrano rimanere a livello normativo senza portare a un reale cambiamento a livello pratico. Il 13 gennaio 2020 è stato pubblicato il primo Rapporto delle esperte del GREVIO (Gruppo di esperti per la lotta contro la violenza contro le donne e la violenza domestic) che descrive lo stato di applicazione della Convenzione di Istanbul in Italia: la situazione non è rosea, interi articoli della Convenzione non sono mai stati davvero applicati e permangono continue opposizioni da parte di alcune frange politiche. A dicembre 2020, ad esempio, è scaduto il “Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne”, un documento del 2017 che illustra e coordina le politiche volte a contrastare la violenza di genere nel nostro Paese, ma - come fa notare l’Associazione Nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza" - non è ancora stato previsto un testo sostitutivo con gravi conseguenze sui centri antiviolenza e le case di accoglienza. Con la pandemia, poi, la situazione è ulteriormente peggiorata: secondo l’ultimo rapporto Eures le donne uccise nei primi dieci mesi del 2020 sono state 91, di cui 81 in contesti familiari. I femminicidi, insomma, continuano ad aumentare segno che la convenzione è più necessaria che mai e che è cruciale renderla effettiva dando priorità al problema della violenza di genere, nel nostro Paese come nel resto d'Europa.