15 parole contro la violenza: in edicola con Elle

Di Maria Elena Viola
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Elle
Photo credit: Elle

From ELLE

E così sono 18... Mi sono distratta ed eccoli qua, che bussano alla porta e gridano, come se avessero fretta di entrare.

Sembravano un traguardo lontanissimo quando ho comprato le prime scarpine. L’oggetto più inutile del mondo, perché i neonati non camminano. Eppure il più potente per capire che razza di miracolo è questo, il fatto cioè che esistano piedi tanto piccoli da poterci entrare. Piedi che stanno in una mano, creati dal niente. Che sembrano da bambola e invece hanno già tutto, fossette e unghie minuscole e perfette.

Piangevi molto da piccola. Piangevi perché non avevo latte. E mi facevi disperare. Non perché piangessi ma perché non ero capace di nutrirti. Era per me che mi disperavo, non per te. Per il mio fallimento di madre. A niente servivano tutti i libri letti, tutta l’istruzione, per svolgere una funzione tanto primordiale: tenerti in vita. Persino gli animali ne sono capaci, mi angustiavo. Le lupe delle favole, le gatte per strada con i cuccioli attaccati sotto il pelo. Solo io no. Così non parlavo altro che di latte. Di tettarelle, di biberon, di pesate. E di altre cose noiosissime di cui non mi sarei mai sognata di dover parlare. Fino allo svezzamento. Benedetta tapioca.

Non sei mai stata una bambina facile. Una che sosta quieta nell’abbraccio. Sgusciavi via, scappavi, sbattevi le mani nella ciotola, ridevi a squarciagola e ti arrabbiavi, cambiando il tuo umore come i cumulonembi che oscurano il sole all’improvviso. Di quello che gli altri pensavano non t’importava niente. Anzi godevi nel vedere fino a che punto ti potevi spingere. Entrando in un luogo accendevi la stanza. Me l’ha detto una volta una collega. Eri in un angolo, zitta, eppure la tua presenza si sentiva. Il tuo silenzio era denso come marmellata. Ci si restava appiccicati.

Non ti pettinavi. Dai quattro ai cinque anni quasi mai. Avevi nodi che per districarli ci volevano chili di balsamo oppure le forbici. Alla disperata. La povera pediatra non si capacitava.

E invece io amavo la tua libertà. Il tuo essere così, al di là delle regole. Come se per te non fossero mai state inventate. Per una cresciuta sempre con l’ansia di piacere e compiacere gli altri, la tua natura da “ragazzo selvaggio” era una specie di regalo. Come avevo fatto a farti così?

Col tempo ho capito che anche tu sei fragile. Che i muri che metti son fatti d’argilla. Che vuoi essere amata e accettata come tutti. E forse di te non ho capito niente.

Negli anni la ribellione si è trasformata in disciplina. L’insofferenza ai richiami in perfezionismo che rende inutile l’essere ripresa. L’indifferenza all’altrui giudizio in capacità di scegliere bene le persone. I tuoi amici sono pochi e fidati. Liberi come te. Artisti e scapigliati. Ma non hai perso l’istinto di attaccare. Di usare le parole come cartavetrata. E di difenderti, se c’è bisogno. Di questo vorrei che facessi tesoro, cara ex bambina che entri nel mondo. Fidarti e darti, ma restando in allerta. Perché non tutti sono meritevoli della vitalità incontaminata e cristallina di una ragazza che entra nel mondo. Del suo diritto di attraversarlo come se fosse un luogo sicuro, aperto e soleggiato, non una selva piena di trappole, di maghi e incantatori, di lupi malevoli travestiti da agnelli.

Non ti dirò che il mondo è cattivo, perché non l’ho pensato mai. Ma la natura umana lo è, a volte. È l’evidenza che lo dice. I numeri e i fatti che ricordiamo solo un giorno all’anno: il 25 novembre. Facendo l’elenco delle morte ammazzate, delle chiamate ai centri d’aiuto, dei dati agghiaccianti su tutti gli abusi di cui sono vittime le donne. Ecco, vorrei che tu non fossi vittima, che mai questo sostantivo si associasse al tuo nome. Che avessi in te gli anticorpi per tenerti in salvo da ogni forma di sopruso, coglierne subito i segni e non mostrarti remissiva o arrendevole. Non ti ho saputo dare il latte ma spero di averti nutrito di questo, coraggio e amore per te stessa. Di averti insegnato quanto sia bello essere femmina e quanto sia necessario creare alleanze. Pensare non solo a te ma anche alle altre. Quelle che gli anticorpi non li hanno, e non per colpa loro. Quelle che hanno e avranno bisogno della tua voce per non essere più vittime.

Abbiamo chiesto in questo numero a scrittori e artisti di regalarci una parola contro la violenza. Anche io ho scelto la mia: PAROLE. Perché è nel silenzio che il male germoglia. Dirlo, strapparlo dall’ombra, significa dargli forma. Ammettere che esista. E solo ciò che esiste si può combattere. Auguri amore. Ama la vita, e trattala bene.