2 giugno, la Repubblica è donna: storia di un voto fortemente voluto

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Photo credit: Wikimedia Commons
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Il 2 giugno non si celebra solo la festa della Repubblica, ma anche un momento storico per le donne: nel 1946 infatti sono chiamate alle urne anche loro, le italiane. Arrivarono in massa a decidere il futuro dell’Italia, loro che da secoli erano state escluse dalla vita politica e sociale del Paese. Fu il punto di arrivo di un percorso lungo e tortuoso, contrassegnato da lotte molto spesso silenziose. Di certo la partecipazione delle donne italiane alla resistenza fu fondamentale per il raggiungimento di questo obbiettivo: il sacrificio di donne come Giulia Lombardi, uccisa dal fascisti nel 1944, il ruolo determinante di Carla Capponi nella resistenza romana, l’eroismo di Irma Marchiani e di molte altre staffette e combattenti sicuramente andava riconosciuto. Eppure non furono solo la guerra e la resistenza a scuotere le coscienze di un Paese da vent’anni vittima del machismo fascista e conservatore: fin dalla seconda metà dell’Ottocento le donne italiane, sulla scia delle loro colleghe europee e sopratutto d’oltremanica, stavano prendendo consapevolezza dei loro diritti.

Photo credit: Corriere della sera
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Tra le figure di maggior importanza nella battaglia per l’emancipazione femminile vi erano infatti donne come Anna Maria Mozzoni, che già nel 1877 aveva presentato mozioni al Parlamento italiano per la concessione del voto. Anche la celebre pedagogista Maria Montessori si battè per portare le donne alle urne, sulla scia delle suffragette inglesi. I tempi però, non sembravano ancora maturi. Ci provò anche Francesco Saverio Nitti nel 1919, quando propose di estendere il diritto di voto alle donne. Senza però riuscirvi. E non ci riuscì neanche Benito Mussolini quando, nel 1923, introdusse il suffragio universale femminile, mai messo in pratica perché proprio in contrasto con le riforme fasciste. Il 30 gennaio del 1945, quando l’Italia è ancora in guerra, Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano, e Alcide De Gasperi della Democrazia Cristiana, portano in parlamento la questione, senza tuttavia ottenere pareri favorevoli all’unanimità.

Il suffragio femminile era ormai il risultato quasi fisiologico di un Paese che voleva a tutti i costi diventare moderno e lo avrebbe fatto proprio includendo le donne. Il decreto legislativo del 1 febbraio 1945 n. 23 concederà alle maggiorenni di 21 anni il diritto di voto attivo, mentre il decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74 concederà alle donne maggiori di 25 anni il diritto di voto passivo (le uniche a essere escluse dal diritto di voto attivo saranno le donne citate nell’articolo 354 del regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza cioè le prostitute schedate che lavorano al di fuori delle case dove è loro concesso esercitare la professione).

Il 2 giugno finalmente arrivò il grande giorno. Alle donne fu consigliato di presentarsi alle urne senza rossetto: non si trattava di un divieto per motivi “estetici”, ma solo perché, nel chiudere con la saliva la busta, avrebbero potuto lasciare tracce di trucco, rendendo nullo il voto. Tra le donne che in quella tiepida mattina di inizio estate andarono a votare, c’era anche Anna Iberti, maestra milanese di 24 anni che dalle pagine di un celebre quotidiano sorrideva per celebrare la nascita della Repubblica. Divenne l’icona di un Paese che guardava con speranza al futuro, lasciandosi alle spalle le macerie della guerra. A votare quel giorno però non andò solo lei: c’erano anche le nostre nonne. E senza di loro, oggi non saremmo qui.

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