20 anni fa si celebrava il primo matrimonio omosessuale

Di Redazione Digital
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From ELLE

La prima volta non si scorda mai. E quella dei matrimoni gay è una storia che ha conosciuto tante prime volte, in molti Paesi del mondo. Quella più bella ricorre proprio oggi, 1 aprile 2021, a vent’anni dalla celebrazione del primo matrimonio omosessuale. Era l’1 aprile 2001 quando Job Cohen, l'allora sindaco di Amsterdam, sposò quattro coppie composte da persone dello stesso sesso, sei uomini e due donne. Una celebrazione che avvenne a cinque mesi di distanza dall’approvazione di un’apposita legge, che nel dicembre 2020 era passata in Parlamento con 109 voti favorevoli e 33 contrari.

Poco dopo che il provvedimento era stato convalidato e la stampa ne aveva dato notizia, Helene Faasen, un’insegnante oggi 54enne, e sua moglie Anne Marie Thus, infermiera di 51, all’epoca fidanzate, decisero che si sarebbero sposate. Come racconta la Faasen a The Lily (il sito del Washington Post dedicato alle questioni di genere), all’inizio del 2001 chiamò il lavoro e disse: "Ci sposeremo. Penso tra tre settimane". Quella sera del 31 marzo – prosegue – si presentarono dal sindaco insieme ad tre quattro coppie di uomini, che come loro avevano risposto all’annuncio di una rivista gay, che invitava innamorati dello stesso sesso intenzionati a sposarsi a prendere parte a quel momento così importante per la comunità Lgbtq+. Quando alle 23.30 Marie e Helene fecero il loro ingresso in abito da sposa bianco si ritrovarono circondate da fotografi e giornalisti, venuti da ogni dove per documentare lo storico evento. “Al momento dei voti, non ero consapevole delle telecamere. Eravamo solo io e la mia futura moglie” dice Faasen. “C’era un muro di fotografi che cadevano uno sull’altro per farci le foto” aggiunge Thus.

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Come ricordano le due spose, la celebrazione venne preceduta da alcuni minuti di applausi ritmici dal momento che il sindaco aveva iniziato la cerimonia alle 23.30 ma era andato troppo veloce, e la legge sarebbe entrata in vigore solo con il nuovo giorno. “È un privilegio per me essere il primo a felicitarsi con voi”, disse all’epoca il sindaco di Amsterdam non appena scoccò la mezzanotte. “Speriamo che ora molte coppie di omosessuali vorranno seguire il nostro esempio”, risposero i novelli sposi. La storia era fatta.

Negli anni a venire molti altri Paesi si sarebbero pronunciati a favore dei matrimoni gay. E oggi, a vent’anni di distanza, gli Stati che riconoscono questo diritto alle coppie omosessuali sono 29 in totale – Argentina, Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Colombia, Costa Rica, Danimarca, Ecuador, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Malta, parte del Messico, Olanda, Norvegia, Nuova Zelanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti d’America, Sudafrica, Svezia, Svizzera, Taiwan e Uruguay – mentre quasi il triplo dei Paesi ancora criminalizza le pratiche omosessuali, che in certe parti del mondo come in Iran, Arabia Saudita, Yemen e Sudan restano addirittura punibili con la pena di morte.

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E l’Italia? Il nostro Paese non rientra ancora formalmente nell’elenco dei 29 Paesi virtuosi dal momento che le unioni civili, approvate con grande fatica nel 2016, non riconoscono gli stessi diritti del matrimonio. Alle coppie omosessuali per esempio non viene riconosciuto espressamente l’obbligo di fedeltà né quello di collaborazione. In caso di scioglimento dell’unione civile inoltre esso ha effetto immediato e non è previsto nessun periodo di separazione. Tra le differenze più importanti però resta quella relativa alla possibilità di avere figli. In effetti fu proprio la genitorialità la ragione che spinse Helene e Marie a scegliere di sposarsi vent’anni fa. Il matrimonio le avrebbe rese entrambe legalmente genitrici del loro primo figlio, che allora aveva meno di un anno (la coppia ha una seconda figlia, oggi 19enne). Ai tempi infatti Thun era l’unica genitrice riconosciuta per legge in quanto madre biologica e il matrimonio sanò questa mancanza. In Italia sono anni che si cerca di far avanzare questa proposta in Parlamento, ma forse – se siamo ancora a chiederci se sia giusto approvare una legge contro le violenze omotransfobiche (ddl Zan) – significa che non siamo ancora pronti per parlare di genitorialità tra coppie gay.