78 di questi Festival

Photo credit: Bettmann - Getty Images
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«Amavo i festival», fa dire Woody Allen allo spaesato professore cinefilo di Rifkin’s Festival, che si ritrova ospite, al seguito della moglie, della rassegna europea di San Sebastian. «Ma quando il cinema era arte», conclude sarcastico, irridendo gli Studios e certi cineasti fenomeni; più in generale, le metamorfosi che hanno a suo avviso snaturato l’industria cinematografica, di cui i festival, esposti come sono all’air du temps, riflettono ogni deriva o sfumatura. Ciò che Allen non aveva previsto girando la sua ultima commedia nel 2019 è che, più di ogni trasformazione o logica di mercato, sarebbe stata la nuda cronaca a travolgere di lì a poco, con la potenza di una pandemia, la routine dorata dei festival, costringendo molti a saltare le edizioni del 2020. Tra questi, il più mondano e faraonico: Cannes, che ha riaperto quest’anno i battenti con qualche mese di ritardo sul calendario e nervi scoperti sul fronte organizzativo.

Fatti gli scongiuri, Venezia si prepara invece al secondo appuntamento dell’era pandemica in presenza con un programma potente, star di prima grandezza sul tappeto rosso e un’intensificazione delle misure di sicurezza. Non è poco, in un’epoca in cui, secondo una recente indagine, nel 2020 su 140 festival italiani, il 12 per cento non ha avuto luogo, il 30 s’è svolto online e il 27 in forma ibrida, con parte delle proiezioni e degli incontri su piattaforma. Ma profondi cambiamenti «erano già in atto da una decina d'anni», riconosce il giornalista e critico Paolo Mereghetti nel corso di una conversazione via Zoom organizzata da Elle insieme a Piera Detassis, giornalista, presidente e direttrice artistica dell’Accademia dei David di Donatello. «Da quando cioè il rapporto tra il mercato e i festival è diventato più stretto. La distanza tra i film di qualità, spesso di nicchia, e quelli destinati al grande pubblico s’è attenuata e i festival hanno perso un po’ la loro funzione di scoperta, per diventare trampolino delle novità. Le rassegne più grandi, soprattutto Cannes, che ha alle spalle un mercato più vivo del nostro, sono diventati appuntamenti per promuovere i film e, in qualche modo, un po’ anche ostaggio di queste dinamiche. Anche Venezia, che è ormai tappa consacrata del percorso di molte pellicole verso l’Oscar », conclude Mereghetti, «e della loro vita commerciale».

Dal lontanissimo 1934, quando una sensuale Hedy Lamarr faceva sussultare il Lido nuotando nuda in Estasi di Gustav Machat, fino all’erotismo blasfemo di Benedetta di Paul Verhoeven, ultimo di tanti scandali sulla Croisette, i festival sono ormai il megafono dell’eco mediatica di una pellicola: su quotidiani e riviste, recensioni e analisi, territorio di critici come Mereghetti, si contendono lo spazio con gli approfondimenti festivalieri dedicati al costume, alla moda e al gossip. «Non possiamo ignorare che nel frattempo è arrivata Internet, sono esplosi i social, si sono imposte le piattaforme », gli fa eco Piera Detassis. «Abbiamo assistito negli anni a un innalzamento della spettacolarizzazione, un’invasione del glamour, che costringe ad alzare costantemente il tiro del clamore, della provocazione. Questo spiega la vittoria di film come Titane di Julia Ducournau a Cannes, iperbole del cinema di genere, del racconto larger than life. Ma per chi come me frequenta i festival da decenni, impegnandosi a vedere e analizzare i film, ma anche a incontrare e raccontare gli artisti e gli umori, gli spazi si sono invece ristretti. Alla spettacolarizzazione è corrisposta una falsa vicinanza con attori e cineasti, un’invasione dell’agenda dell’informazione: l’incontro esclusivo che potevi ottenere con una star, la testimonianza reale, oggi non è quasi più possibile.

Photo credit: Mirrorpix - Getty Images
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Il covid, poi, ha aperto un capitolo ancora nuovo» conclude Detassis. E ha costretto i direttori di festival a improvvisarsi esperti di protocolli sanitari, accelerando alternative virtuali alla fruizione dal vivo, che hanno in parte modificato la platea dei frequentatori e il modo in cui i film sono raccontati. «L’esperienza del Festival di Berlino, che si è svolto soltanto in streaming, è stata frustrante», confessa Mereghetti. «Certo, potevi vedere in un giorno otto, dieci film da casa, ma il cinema e i festival hanno bisogno di una dimensione fisica, collettiva. Siamo creature sociali: mi è mancata molto la possibilità di confrontarmi con chi mi stava accanto, osservare le facce di chi usciva, raccoglierne i commenti, persino scappare dai soliti che ti vogliono intervistare. Il cinema vive di comunanza: non a caso, non è nato con Edison, che mostrava un film a una persona per volta, ma coi Lumière, che lo proiettavano per un pubblico palpitante. Partecipare in streaming è un po’ una cosa da collezionisti di figurine». «E forse è davvero un’esperienza più democratica, come qualcuno sostiene, meno elitaria», ipotizza Piera Detassis, «credo però che l’assenza di confronto produca a volte abbagli critici notevolissimi; in genere, un abbassamento di cultura cinematografica che fa prendere per capolavori film che sono solo stravaganti».

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Un festival in presenza, poi, è soprattutto una grande esperienza di incontro tra professionisti: «Ascoltando le varie opinioni, ti formi una visione di quello che sarà il prossimo passo del cinema, di ciò che amerai o no», aggiunge Detassis. «Da questo punto di vista, l’anno scorso Venezia è stata cruciale: in un periodo difficile, ci ha fatto ritrovare un senso di comunità». E un salutare ritorno all’idea di cinema duro e puro, al netto di sovrastrutture e iperboli. «Ma quelle torneranno», prevede Mereghetti, «i festival sono frutto di investimenti economici importanti e hanno bisogno dell’ascolto dei media. È forse più interessante sottolineare che ogni film, e in misura esponenziale i festival che li ospitano, è anche una finestra spalancata sul mondo: quando la selezione è fatta con cura e intelligenza, diventa uno straordinario osservatorio per anticipare e tastare il polso della realtà». «In questo momento, a mio avviso», suggerisce Piera Detassis, «molte di queste finestre inquadrano il tema attualissimo del corpo e del dolore, ma anche quello delle nuove famiglie, in cui ruoli e generi sono spesso capovolti o fluidi, si respira una nuova vocazione alla libertà, al sovvertimento delle tante regole del vivere sociale, che la pandemia ha infittito: su questo ci toccherà fare molte riflessioni. Travolti dal circo mediatico, per rimettere la testa a posto, ciascuno di noi dovrebbe frequentare di più certi festival piccoli ma imprescindibili», consiglia Detassis, «come il Pesaro Film Festival o il Festival del Cinema ritrovato della Cineteca di Bologna, di cui Paolo (Mereghetti, ndr) è grande appassionato, dedicato ai capolavori del passato. Appuntamenti, quelli sì, “democratici”: ci incontri chi il cinema lo fa, chi lo ama spassionatamente». «Sono rassegne fondamentali per i cinefili e gli appassionati, soprattutto i giovani», conferma Mereghetti, «è il posto giusto per scoprire la storia e il linguaggio del cinema. Quest’anno anche mio figlio, 17 anni, ha chiesto di venirci: ha visto Fedora, di Billy Wilder, C’eravamo tanto amati lo ha lasciato a bocca aperta e gli è venuta voglia di vedere altri film di Scola. Ogni anno, la settimana a Bologna è un po’ la mia vacanza da scapolo». «E lì, tutte le volte», lo stuzzica Detassis, «perde la testa per le “ragazze del cinema muto”».

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