Addio a María Salvo, la più grande militante antifranchista è morta a 100 anni e ricordarla è d'obbligo

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: STF - Getty Images
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"Sono sempre stata una ragazza anticonformista. Volevo studiare e lavorare. Allora non avevamo tutto quello che hanno i giovani adesso, ma siamo stati mossi da uno spirito di miglioramento che ci ha resi militanti". Quando María Salvo parla del suo ruolo come militante antifranchista, dei suoi 16 anni di prigionia e del suo impegno costante per ricordare le vittime del regime di Franco, lo fa con naturalezza. Sembra che per lei ci sia sempre stata un'unica strada possibile, quella verso la libertà a costo di lottare con tutta se stessa. Ha fatto parte del Partito socialista unificato della Catalogna (PSUC), è stata esiliata, incarcerata, torturata. Nel 2003 ha ricevuto la Medaglia d'Onore di Barcellona e l'anno successivo è stata insignita della laurea ad honorem dal Politecnico di Barcellona. María Salvo ci ha lasciati a 100 anni e ricordare la sua vita per preservare la memoria è d'obbligo.

María Salvo nasce nel maggio del 1920, suo padre è un falegname ebanista che partecipa ai movimenti sindacali e sua madre una casalinga, cattolica e analfabeta. Quando María ha sette anni la famiglia si trasferisce a Barcellona nel quartiere Les Corts, lei a 13 anni lascia la scuola e comincia a lavorare come sarta e stiratrice. Allo scoppio della guerra civile Salvo è ancora una ragazzina: "Avevo solo 17 anni quando mio fratello si è offerto volontario nell'Aragona. Quindi ho pensato che avrei dovuto occupare il posto che stava lasciando e assumermi le responsabilità". La ragazza entra a far parte della Gioventù Socialista Unificata (JSU) e poco dopo diventa capo della Propaganda del Comitato.

Dopo la caduta di Barcellona, Salvo va in esilio in Francia, ma il governo collaborazionista francese la rimanda in Spagna poco dopo e, nel 1941, viene arrestata a Madrid. Lì iniziano i lunghi anni di prigionia che le portano via la giovinezza: entra nel carcere femminile di Les Corts a 21 anni e esce a 37 anni dopo essere stata trasferita in diversi penitenziari spagnoli. "Sono stata solo una delle tante maltrattate", dice senza soffermarsi sulle terribili torture che le hanno precluso la possibilità di avere figli, e raccontando delle difficoltà del carcere - tra epidemie di tifo e scabbia, sovraffollamento e tentativi di mantenere un minimo di igiene - che hanno finito per creare un certo cameratismo tra le detenute.

"Quando sono uscita ho trovato un mondo sconosciuto, avrei preferito tornare in prigione", racconta in un'intervista, "Avevo perso l'abitudine di mangiare con coltello e forchetta, non conoscevo il valore della moneta corrente. Tutto era diverso per me, anche le conversazioni con la mia famiglia e gli amici più cari. Era come se ci fosse un muro tra noi che dovessi abbattere a poco a poco". María, però, non si dà per vinta e entra a far parte del Partito socialista unificato della Catalogna (PSUC) come membro clandestino continuando a battersi contro il regime franchista e rientrando a Barcellona nonostante le fosse stato proibito.

Dopo la fine della dittatura Salvo si è impegnata per ricostruire la memoria, specie quelle delle donne che hanno fatto parte della resistenza. A questo scopo ha fondato l'Associazione Dones del 36 : "Quando è scoppiata la guerra avevo 16 anni, altri erano più grandi di me e stavano iniziando a invecchiare e morire", spiega, "Mi sono resa conto che le fonti dirette stavano scomparendo e specialmente le donne volevano essere ascoltate perché la cosa più difficile è che ti ascoltino".

Così, María Salvo ha saputo trasmettere alle generazioni dopo di lei l'importanza della libertà, senza la quale vivere non ha senso e della lotta per il cambiamento e la giustizia sociale. "Ovunque si può lottare per supportare le classi che non hanno nulla rispetto a quelle che hanno tanto. La lotta non finisce mai".