"Adesso i giochi li conduco io": Alison Brie si racconta a Elle

di Ilaria Solari
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Photo credit: RICH POLK - Getty Images
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From ELLE

Un doppio esordio col botto, nei panni di una studentessa ambiziosa in Community e di una casalinga degli anni '60 in Mad Men, da allora Alison Brie non si è mai fermata, fino a diventare la bandiera di tutte le fighting girls in Glow, serie di culto dedicata al wrestling femminile che purtroppo Netflix ha interrotto dopo la terza stagione, a causa della pandemia. Solo ora però, Alison, 38 anni, che amava definire il suo successo "una questione di fortuna", si sente «finalmente padrona della mia carriera», spiega l'attrice, che sarà anche accanto a Carey Mulligan nel prossimo revenge thriller femminista Promising young woman. Ora che per la prima volta ha co-sceneggiato e prodotto il thriller psicologico Horse girl (Netflix), di cui è protagonista, e attivamente sostenuto il debutto alla regia del marito, l'attore Dave Franco (fratello di James) nel paurosissimo thriller The rental, dal 10 marzo su Prime Video, di cui è co-protagonista.

Ha seguito The rental, che suo marito ha scritto e prodotto, fin dall'inizio. Ci spieghi da quale ossessione nasce.

Dall’ostinata diffidenza di Dave nei confronti delle proprietà in affitto... scherzo. La verità è che era molto curioso di approfondire il concetto di fiducia, in un tempo in cui le nostre relazioni sono messe così a dura prova, in un Paese diviso com’è l’America oggi. Dove però, se si parla di svago, consumi e vacanze, improvvisamente ogni precauzione si allenta: facciamo acquisti su siti mai sperimentati, chi progetta un viaggio accetta di pernottare in casa di estranei senza nessuna garanzia, se ci conviene, siamo in genere disposti a condividere i nostri dati sensibili mettendo da parte ogni scrupolo. A Dave la storia di queste due giovani coppie in cerca di una casa per un weekend all’aria aperta è sembrata il perfetto habitat per esplorare il tema fino alle sue estreme conseguenze.

Photo credit: Allyson Riggs
Photo credit: Allyson Riggs

È stato un fatto di cronaca a ispirarlo?

In America sono uscite tonnellate di articoli su proprietari di abitazioni, in condivisione o in affitto, che spiano i loro ospiti: le vittime di solito blindano la propria casa con spranghe e cancelli, poi, come nel film, vanno in vacanza e si ritrovano inconsapevolmente in trappola in casa d’altri, spiati da telecamere nascoste nelle docce o nelle prese di corrente. E qui torna il paradosso: perché abbiamo così paura del diverso, dello straniero e poi, in nome di una cultura edonista, rinunciamo a proteggere noi e i nostri cari?.

Che cosa c’è a rischio: la nostra privacy, la libertà?

Le nostre vite. Ormai metto adesivi sopra le telecamere di tutti i computer di casa, sono ossessionata dall’idea che i miei dispositivi elettronici possano riprenderci, registrarci. Che i telefoni ascoltino le cose che diciamo, anche quando non li stiamo usando.

... E poi magicamente succede che la pubblicità sui social ti proponga proprio il prodotto di cui hai bisogno.

E anche qui il consumismo ci impedisce di farci delle domande, immaginare le conseguenze sulla nostra libertà individuale.

Photo credit: Allyson Riggs
Photo credit: Allyson Riggs

Confesso di aver visto almeno metà del film con le mani sugli occhi. Ha avuto paura anche lei?

Quando sei sul set, i colpi di scena non fanno lo stesso effetto. Anche se una persona che ti arriva alle spalle di soppiatto mi fa sempre sussultare, confesso. Ma la cosa più paurosa era quella casa, che è davvero su una scogliera. Guidare su strade isolate e sterrate per raggiungerla, specie di notte, quando abbiamo girato le scene più truci, e da sola, per poi tornare in un’altra casa in affitto (ride) è stato abbastanza agghiacciante.

Com’è recitare su un set diretto da tuo marito?

Avevamo già recitato insieme, ma stavolta è stato diverso. Ero entusiasta per la sua prima prova da regista e questo è stato quasi liberatorio: ero così presa dal desiderio di sostenerlo e assicurarmi che andasse tutto bene che mi sono quasi dimenticata della mia performance. E forse questo mi ha reso un'interprete migliore.

Gli ha dato qualche consiglio?

Non mi viene in mente una cosa in particolare, ma sicuramente ho condiviso con lui tutto il processo: spesso, prima di girare una scena, Dave faceva prima il punto con il cast e poi si consultava con me: “Fila tutto liscio? Secondo te devo cambiare qualcosa?”. Credo che sia stata un’esperienza importante per il nostro rapporto.

Photo credit: Amy Sussman - Getty Images
Photo credit: Amy Sussman - Getty Images

Tanto che poi in quarantena vi siete messi a scrivere insieme una commedia romantica: di che cosa parla?

Non posso anticipare granché, ci stiamo ancora lavorando.

Come lavorate insieme?

All’inizio parliamo un sacco, poi Dave si siede al computer e io comincio a camminargli intorno, incessantemente. Ho bisogno di recitarle, le cose che immagino. Ma è lui la forza trainante: è quello che tiene il punto, decide se possiamo fare una pausa. Mi ha davvero in pugno quando scriviamo. Però vederlo sgobbare così mi ha spronato e dato la spinta giusta per lavorare sui miei progetti.

Da Mad Men a Community, tutti gli show di cui è stata protagonista sono sopravvissuti alla prima stagione grazie a fanbase appassionate, ma nel caso di Glow purtroppo il coronavirus sembra aver avuto la meglio anche sugli spettatori più sfegatati.

Se non fosse stato per il virus, avremmo portato a casa anche la quarta stagione. Ma, tra cazzotti e corpo a corpo, il set di una serie sul wrestling di questi tempi è logisticamente inconcepibile. Intanto riguardiamoci le tre stagioni su Netflix e poi chissà che, non appena le cose migliorano, le combattenti di Glow non tornino sul ring.

Cos’ha imparato da questo tempo strano?

Per me è stato fin qui un viaggio di gratitudine, un’acquisizione di consapevolezza: su grande scala, ovvero sulla capacità del nostro Paese di guarire dalle pericolose tentazioni di una leadership difettosa; e a livello personale, sulla straordinaria fortuna di stare bene e in salute. Noi e le nostre famiglie. Per il resto, amo mio marito: la quarantena con lui è stata un grande dono, anche perché abbiamo potuto lavorare proficuamente da casa. In un momento così spaventoso e delicato per tutti, davvero, non è poco.