Adorazione è il romanzo di cui la Generazione Z aveva bisogno

Di Gianmaria Tammaro
·4 minuto per la lettura
Photo credit: 66thand2nd
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From Esquire

I libri appartengono a chi li legge, non a chi li scrive. Proprio come le canzoni, dopo un certo periodo, dopo che sono passate sulla bocca di tutti, che sono state storpiate nei concerti, rilanciate fino alla nausea nelle piazze d’estate, diventano di chi le ama, diventano bene comune, ci dicono tanto di noi, che le ripetiamo, e ci dicono tanto di chi le ha intonate per la prima volta.

E così Adorazione di Alice Urciuolo (66thand2nd) cambia a seconda del punto di vista di chi ne parla, o ne scrive. Per alcuni recensori, tutti over-quaranta, è il racconto perfetto di una generazione sperduta, che vive ogni giorno con estrema fatica ma pure, piccolo miracolo, con estrema leggerezza. Per altri, è solo una storia (ma quando mai, dite, le storie sono solo storie?). E poi c’è chi in Adorazione vede qualcos’altro, e cioè il tentativo di mettere ordine a sensazioni e a idee, di dare credibilità a un soggetto – la famigerata generazione Z –, di trasformarla in qualcosa di vero, palpabile, reale.

Il punto di svolta – o, a seconda della prospettiva, d’inizio – di Adorazione è la morte di una ragazza, uccisa dal fidanzato. Il resto, perché c’è un resto, viene quasi di conseguenza. Quello che si dice in paese, quello che si pensa, quello che soprattutto viene taciuto. E poi questi giovani che fotografano e non scrivono, che indicano e non argomentano; che sentono e sentono profondamente, ma che non condividono, che non sono pronti a esporsi. Restano insieme perché hanno provato la stessa cosa, perché hanno visto le stesse persone, hanno subito gli stessi soprusi; sono soli e allo stesso tempo sono circondati; hanno paura ma avvertono, nell’inesorabilità del tempo, anche una certa speranza. Chi sono, questi ragazzi. Che cosa vogliono, quali sono i loro desideri, che prospettive hanno.

C’è una sospensione continua, reiterata, fatta di fumosità e di incertezza in Adorazione, e la Urciuolo, anche se è attenta nel descrivere ogni cosa, ogni dettaglio e ogni nuova svolta nel caso o nella vita dei protagonisti (che sono giovani, giovanissimi, e che si chiamano Vera, Vanessa e Diana), è brava nell’evocarla in continuazione, dando un’immagine precisa di un momento (un’estate che non tornerà più, l’estate più importante di tutte, l’estate che farà da spartiacque tra il prima e il dopo). La tragedia e il dolore sono i crocevia di qualcosa di più grande. Qualcosa che, potenzialmente, cambierà per sempre le vita dei personaggi di Adorazione. Oppure no: e le vite rimarranno le stesse, si faranno ancora più pigre, ancora più prevedibili, ancora meno consistenti.

Ognuno dei personaggi è il tassello di un mosaico più ampio, che da solo dice poco, ma che insieme agli altri, messo in ordine, di fianco agli altri pezzi, assume un senso e una profondità diversi.

Ci sono i sogni nel cassetto, le consapevolezze della giovinezza, c’è il sesso, c’è la tensione costante della violenza, c’è un’idea contorta, ma abbastanza chiara, di giustezza (più che di giustizia), e c’è il rimorso divorante di non aver fatto nulla, d’aver assistito impotenti, di dover convivere, ora, con l’inenarrabile. Ma soprattutto, poi, c’è il tema dell’innocenza: chi è che non ha nessuna colpa, chi è che può dirsi veramente estraneo, chi è che non fa parte di quella macchina enorme, asfissiante, che è la società e che decide quasi arbitrariamente chi può dire, fare e immaginare, chi va bene e chi no, chi è bello e chi è brutto.

Racconta i giovani, Adorazione. Ma racconta pure i loro genitori, quelli che dovrebbero dare il buon esempio, quelli che hanno già visto e fatto e che dalla loro esperienza non hanno tratto alcun giovamento – eccola, l’altra faccia della medaglia; eccola, la cosa che in tanti, nel leggere e nel raccontare il libro della Urciuolo, dimenticano di menzionare. Se da una part c’è il chiacchiericcio costante, infinito, di chat, messaggini e di bisbigli sussurrati a mezza voce, dall’altra c’è il silenzio nero e opprimente dell’autorità – genitori, famiglia, scuola, paese.

E in questo Adorazione è una storia profondamente italiana, di provincia, fatta di estremi e di grigi. I giovani sono solo uomini e donne più piccoli, con pulsioni e ossessioni identiche a quelle degli adulti, che vedono, che capiscono e che alla fine provano a scegliere una parte, a schierarsi, e che però vengono schiacciati dal peso della vita, del tempo che va avanti, delle cose che si ricorrono, e dei dolori che, inevitabilmente, si sommano.