Alchimista e ironica, Sara Ricciardi è il nuovo volto del design italiano

Di Ciro Marco Musella
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Foto di Luca Marianaccio, courtesy Sara Ricciardi
Photo credit: Foto di Luca Marianaccio, courtesy Sara Ricciardi

From ELLE Decor

Ormai milanese d’azione, Sara Ricciardi lascia trasparire le sue fiere origini campane da quell’attitudine alla vita e dall’inspiegabile vena pagana che appartiene solo a chi è nato all’ombra del Vesuvio. “Torno a Napoli in veste reverenziale per rendere omaggio alle mie radici”, confessa parlando del suo primo rientro a Napoli in qualità di designer: “sono grata alle altre case che ho avuto, che si tratti di Milano, Istanbul, New York, ma la Campania è il mio focolare, il magma che mi ha forgiata. Le mie origini sono lì, in quella terra che ha visto nascere gli occhi e le paure di una bambina che oggi ha finalmente maturato la sua personalità”. Maturità, quella professionale, conquistata appena in cinque anni, nei quali è passata dall’essere l’emergente del Salone Satellite all’acclamata l’ideatrice di progetti, come No Signal Zone, “un ossimoro progettuale” diventato il manifesto dell’ultimo e inedito Fuorisalone in tempo di Covid.

Photo credit: Foto di Amir Farzad, courtesy Sara Ricciardi
Photo credit: Foto di Amir Farzad, courtesy Sara Ricciardi

All’attività professionale, Sara Ricciardi accompagna quella teorica alla Naba, con la sua cattedra di Social Design e pratiche relazionali: “sono molto grata ad una docente che per togliermi dalla mediocrità mi ha fatto spantecare (soffrire, in napoletano), è stato un percorso doloroso, come quando il bruco rompe la crisalide per diventare farfalla e dopo sei anni da insegnante esigente ho capito una cosa: gli studenti o mi amano o mi odiano”. Poliedrica e incontenibile, ci racconta di sé mentre raggiunge Grasse, in Costa Azzurra, chiamata da Valentina Guidi Ottobri per una residenza artistica sul tema della spiritualità, “mi sono lasciata ispirare da Donne che corrono con i lupi, scritto da Clarissa Pinkola Estès, e per l’occasione presenterò un portale con un occhio che rappresenta il tempo della verità, realizzato con la tecnica dei grandi rosoni delle chiese, una lavorazione sartoriale che sto portando avanti con l’azienda Il Fanale di Treviso”.

Photo credit: Courtesy Sara Ricciardi
Photo credit: Courtesy Sara Ricciardi

I suoi inizi nel mondo del design sono col prodotto, quando nel 2016 presentava al Salone Satellite “peso specifico”, inaugurando la ricerca sulle diverse materialità. “É in quella occasione che ho incontrato Emilia Petruccelli, rimasta colpita dal mio lavoro. Grazie ad EDIT, sono tornata a riflettere sul tema più predisposta a ragionamenti sul corporeo e con la volontà di creare una narrativa col luogo che mi ospitava” l’ex convento del Complesso di San Domenico Maggiore. Infatti, per la seconda edizione della fiera napoletana ideata da Emilia Petruccelli e Domitilla Dardi, la designer insieme a Simone Piva ha sperimentato con i materiali per creare strumenti capaci di scandire la vita quotidiana, al pari della vita monastica dove la ferrea disciplina scandisce i giorni, le voglie, i sensi.

Photo credit: Foto di Laura Baiardini, courtesy Sara Ricciardi
Photo credit: Foto di Laura Baiardini, courtesy Sara Ricciardi

Nascono così la fontana per risvegliare le sonorità; l’incensiere; i massaggiatori per attivare piedi e mani; una clessidra per percepire il passaggio del tempo ed i pesi già presentati nel 2016. Mentre Sara parla delle proprietà dei materiali, scelti per la loro capacità di trasmettere energie, viene alla mente Raimondo di Sangro principe di Sansevero che poco distante dal complesso di San Domenico, nella Napoli del 700, faceva esperimenti esoterici e di alchimia “è una figura alla quale sono molto legata, un personaggio che non si accontentava degli schemi della normalità. Mi piace pensare che a Napoli le realtà si richiamino l’una con l’altra”, racconta, lasciandoci intendere che se a EDIT si trovava a pochi metri di distanza dalla Cappella Sansevero non si era un caso.

Photo credit: Foto di Marco Maria Zanin.
Photo credit: Foto di Marco Maria Zanin.

Oltre al contesto storico, quest’anno da EDIT si respirava un’aria particolare, dovuta non solo al suo essere l’unica fiera fisica del settore ma soprattutto per la realtà umana che si è venuta a creare tra i designer, le aziende e i visitatori. “Sono grata ad Emilia e Domitilla per i loro sforzi e per l’aver saputo creare una dinamica dello stare insieme” ci dice prima di raccontare la sua personale esperienza, confessando lo stupore nel visitare le tre tappe di EDIT Cult e riconoscendo la grande ricerca fatta tra le nuove leve del design: “mi ha affascinato il lavoro materico di TIPSTUDIO e dei giovani nei quali si vede un humus che comincia a darsi una propria spina vertebrale”. A parlare non è solo l’acclamata designer ma anche l’appassionata professoressa, che con un approccio maieutico aiuta i propri studenti ad indagare sul contemporaneo per trovare risposte autentiche: “quello che dico sempre è: non ti darò pesci ma ami. Voglio formulare insieme ai miei studenti un processo identitario, che li renda in grado di lavorare sulla loro persona”. E la Professoressa Ricciardi quell’amo lo porge in mille maniere diverse, partendo dagli esercizi mattutini, in primis quello di trovare una risposta alla domanda più semplice che ci sia: come stai? “guai a chi mi risponde banalmente: pretendo che usino uno dei 427mila vocaboli del nostro dizionario per meglio identificarsi”.

Photo credit: Courtesy Sara Ricciardi
Photo credit: Courtesy Sara Ricciardi

Da qualche progetto a questa parte, la designer ha cominciato ad abbandonare il prodotto per rivolgere la sua sfera d’indagine verso spazi e installazioni, “dinamiche fruibili dalle persone il cui aspetto centrale diventa la prossemica”. “Sai, un oggetto è come una bandiera, diventa subito simbolo ed è la modalità più facile per raccontarsi. Invece io propendo per una dinamica relazionale, andando alla ricerca di legami tra-e-con le persone”. Da qui nasce la sua volontà di riformulare gli spazi che viviamo maggiormente, partendo dalla casa e dalla sua estetica. Quando ne parla, Ricciardi coglie la provocazione che le viene posta, di un design che spesso esagera in parole ma poi è privo di concretezza, e lo fa rafforzando la sua tesi con riferimenti e fatti. Cita la casa costruita da dentro, il Merzabau dadaista, e il Giardino dei Tarocchi Niki de Saint Phalle, ma fa anche un’attenta e dettagliata analisi su come la casa sia cambiata seguendo le esigenze economiche e le le trasformazioni sociali dei diversi momenti storici. “Oggi mi piacerebbe capire in che modo possiamo riformulare i nostri spazi, magari con un approccio sartoriale e artigianale, con più voglia di osare e senza dover necessariamente normalizzarci. Basta col disporre i mobili solo sul perimetro”. La designer ci prova innanzitutto in prima persona e a gennaio, covid permettendo, inaugurerà il suo PATASPAZIO, la casa studio ribattezzata così in onore della scienza di tutte le cose possibili teorizzata da Alfred Jarry, esponente del Teatro dell’Assurdo. “Voglio che diventi il manifesto sulla mia idea di casa e, al contempo, un luogo dove incontrarsi e dove potersi confrontare”. Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro di Sara Ricciardi? “Non ho un guinzaglio progettuale, vado dove mi consentono di avere una progettazione autonoma e graffiante, che non segua regole e mi permettano di fare un racconto autentico”.

Photo credit: Foto di Delfino Sisto Legnani, courtesy Sara Ricciardi
Photo credit: Foto di Delfino Sisto Legnani, courtesy Sara Ricciardi

http://www.sararicciardi.org