Alessandro Gazoia (non) ha scritto il romanzo della pandemia

Di Dario De Marco
·10 minuto per la lettura
Photo credit: nottetempo
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From Esquire

“Se ti piace è romanzo, se no è theory fiction”. Un giorno Alessandro Gazoia mi scrive in chat per annunciarmi l’uscita del suo libro, Tredici lune, per nottetempo. Gazoia è personaggio noto e stimato nell’ambiente dei libri: editor freelance, ha seguito la saggistica di minimum fax e la non fiction sportiva di 66thand2nd, portandole a livelli ottimi, da molto buoni che erano, e soprattutto al centro del dibattito contemporaneo. Da poco è direttore editoriale della stessa nottetempo - cosa che è stata conseguenza, non causa, del romanzo.

Alessandro Gazoia come scrittore ha iniziato con la teoria pura, dei saggi sul mondo dell'informazione e dell'editoria (Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell'era digitale e Senza filtro. Chi controlla l'informazione). Poi ha messo la conoscenza e la riflessione su questi temi al servizio di progetti più ambiziosi, dove c'entra la theory ma anche la fiction (Giusto terrore. Storie dal nostro tempo conteso). Tredici lune è in scia.

Il libro è molto bello, molto strano. Non sapendo bene cosa dirne, e anzi per capirci qualcosa in più, ho pensato di non fare una recensione, ma un’intervista. E ho proposto a Alessandro il format del dialogo in chat, già collaudato in occasioni più o meno surreali: l’intervista è per iscritto, ma la faccio in diretta come se fossimo al telefono, o su Zoom. A malincuore, mi è sembrato di intuire, lo sventurato rispose.

Durante il primo lockdown, tutti - o almeno tutti in una certa bolla pseudo letteraria - abbiamo fatto abbondanti ironie sugli scrittori ombelicali che già erano all’opera sul “romanzo della pandemia”. Ora, a cavallo tra la seconda e la terza ondata, tu te n’esci con il romanzo della pandemia ambientato durante il primo lockdown. Ma che davvero?

Ti ringrazio per avermi messo subito così a mio agio. Ti dico allora che questo è un romanzo che ha dentro pandemia, editoria e amore ma le catastrofi vere sono le ultime due, almeno per il narratore. Poi, Tredici lune nasce anche dall’insofferenza per i diari della pandemia, ed è già per paradosso un “romanzo storico”, intendo dire che la “prima ondata” è psicologicamente lontanissima. Questo non mi dispiace troppo, meglio un romanzo storico che un instant book sulla pandemia. È bastato aspettare qualche mese e un paio d’ondate…

Ecco infatti. Quando me ne hai parlato la prima volta hai detto qualcosa tipo: non solo della pandemia, ma anche il romanzo dell’editoria. Ora, questo è senz’altro vero perché la maggior parte dei personaggi galleggiano in quel precariato intellettuale che porta più prestigio che moneta (e infatti c’è chi per mantenersi fa il rider, un lavoro già carico di simboli della contemporaneità, e poi diventato ancora più centrale con la pandemia). Però, noto, è anche il romanzo dell’editor: c’è una continua riflessione sulla lingua nel momento stesso in cui va sulla pagina. Metti i puntini sospensivi e poi li critichi, scrivi una parola e poi ti giustifichi: “Anch’io la bacio, teneramente (gli avverbi di commento sono zeppe ma qui devo mettere la zeppa, teneramente)”. Insomma questa voce critica interiore non riesci a farla tacere neanche per un momento? O ti serve per prendere le distanze, per ricordare che è tutto finto?

La riflessione sulla lingua ovvero la voce critica è un elemento importante del romanzo, però non volevo affatto mantenere le distanze, mostrare che è tutto finto. O meglio sarà pure tutto finto ma deve essere un finto più vero del vero e questo lo ottieni, se fai lo scrittore, attraverso la lingua, lo stile. A mio giudizio la frase che citi funziona proprio perché si nomina la zeppa e la si vuole tenere, nonostante sia una zeppa. E quella riflessione sull’avverbio di commento, se vogliamo dire tutto, è pure una citazione, credo dalle Postille a Il Nome della Rosa di Eco (potrei controllare al volo, siamo su messenger, ma non lo faccio, anche perché Tredici lune vive di citazioni ricordate a memoria).

Sempre a proposito di finzione e realtà. Siamo cresciuti a pane e film post apocalittici, dici a un certo punto, sguazziamo da sempre nelle distopie, eppure quando la fine del mondo sembra arrivare davvero, non siamo pronti, non siamo capaci neanche di farci uno zaino per sopravvivere tre giorni, altro che preppers. Così dimostrando, come diceva De André, la differenza tra idea e azione. Ma anche, se guardiamo l'aspetto psicologico, l’inutilità della fiction?

(Arrivo, sto pensando :) )

(Prenditi tutto il tempo, il mezzo è asincrono apposta)

Forse ancora di più volevo dimostrare la differenza tra quello che siamo e quello che ci farebbe piacere che fossimo. Senza stare a scomodare uno scenario postapocalittico, quante volte immaginiamo di poter sostenere una conversazione impegnativa (col nostro capo, con nostro padre, con la nostra compagna, con uno sconosciuto sgarbato) e poi falliamo miseramente? Eppure in testa avevamo tutto chiaro.

Poi sull’inutilità della fiction… Discorso enorme, a cominciare dalla definizione di utile. Ho abbozzato risposte e ho cancellato anche perché non mi va di farti aspettare troppo.

A un certo punto il protagonista - che si chiama Alessandro e fa l’editor freelance ma ovviamente non sei tu, non mi permetterei mai - racconta che si mette a scrivere dei raccontini a tema, e li chiama Microdemie. Con il più classico dei trucchi postmoderni, che avranno anche rotto le palle ma funzionano ancora, al primo capitolo segue un blocco di microdemie, e altre arriveranno a intervallare la narrazione. Sono racconti brevi, molto diversi dal “romanzo”, ma ironici e agri, in fondo come il romanzo.

(Appunto mi stavi scrivendo “prenditi tutto il tempo che vuoi”. E però possiamo mica fare come in una storia zen, dove mi dici “facciamo un’intervista live su messenger” e io ti rispondo a ogni domanda dopo 7 anni. E magari rispondo “non so”. Sarebbe bellissimo, a pensarci bene…)

(“È passata un’aquila”).

Il protagonista si chiama Ale. Il nome intero non è detto, potrebbe essere Alessio o Aleandro o Alioscia… Sinceramente non capisco da dove tu abbia tirato fuori Alessandro.

I racconti in prima persona sono molto diversi dal “romanzo” in prima persona, ad esempio per le convenzioni tipografiche, e sono molto simili al “romanzo”. Le microdemie sono l’Altro scritto dal narratore che vorrebbe entrare in contatto con gli altri, ma non riesce e non può, in quelle condizioni. E però ci prova, con ostinati esercizi di proiezione.

Poi, postmoderno per postmoderno: le microdemie sono 13, o meglio 12+1, l’ultima è scritta dal narratore Ale e riunisce i racconti col romanzo.

Ho il mal di testa ma è bellissimo

FASCETTA SUBITO

Visto che Alioscia non sei tu, non commetterò l’errore di chiederti quanto c’è di vero e quanto di inventato nei personaggi e negli episodi che narri (tremo solo al pensiero che qualcuno si riconosca, e anche al pensiero di finirci io perculato nel tuo prossimo libro). Ma c’è una cosa che dici a un certo punto, che non è un aneddoto, e perciò non pare inventata: “più vado avanti più mi sembra di sprecarlo tutto il senso e il tempo, di accumulare saggetto mediocre sopra saggetto mediocre e romanzo appena dignitoso sopra romanzo appena dignitoso e anche quel singolo libro molto bello che mi capita di seguire ora mi emoziona meno”. È un giudizio complessivo abbastanza pesante. (A questa domanda puoi anche non rispondere.)

No, non si riconosce nessuno, non è un romanzo a chiave o pettegolo. Anzi, un amico che lo ha letto in bozze, molto pettegolo e molto dentro le segrete cose editoriali, mi ha detto, triste: “Non ho riconosciuto nessuno”. È stato uno dei più bei complimenti ricevuti finora.

Poi non ho problemi a dire che quel pezzo citato riflette anche un sentimento che talvolta prende pure me come persona che lavora nell’editoria. A me passa, al narratore, che per varie ragioni è in condizioni psicologiche difficili, passa meno.

E guarda, ti voglio pure dire, con la massima franchezza, una cosa per me fondamentale. Sarei dispiaciuto se un lettore trovasse Tredici lune un romanzo sbagliato, o proprio pessimo, ma sarei ancora più dispiaciuto se quel lettore lo trovasse “un romanzo dignitoso”.

Dignitoso è l'ultima parola che mi viene in mente. Cito: “Meno gli intellettuali e gli umanisti contano nelle decisioni sostanziali sulla società, più si convincono di possedere un’esatta percezione di quali siano i suoi pericoli, di vedere la nuda verità dietro le rappresentazioni ideologiche le ipocrisie le finzioni di comodo e di controllo”. Come diresti tu, cioè scusa come direbbe Ale, grande ovvietà, ma anche grande verità.

Questa è una frase importante per il libro, ho pensato fosse necessario che il narratore facesse questa considerazione, anche se ovvia e pure dal tono didattico. Naturalmente il tema meriterebbe una riflessione molto più profonda. Però, se dalla riflessione passiamo alla sensazione, ti dico che io questa sensazione spesso ce l’ho.

Il momento più difficile, nella vicenda del protagonista, sembra essere non quello del confinamento pesante, ma quello successivo: si aprono le porte, le regioni, le possibilità, ma quasi niente di quello che aveva sperato si verifica. È una sensazione in cui, penso, è facile ritrovarsi. La pandemia come un grande sabato del villaggio?

Ripeto, per il personaggio la pandemia è la “terza catastrofe”. Le sue percezioni sono “compromesse”. Il suo problema principale non è la “vana pandemia” ma Elsa, la donna amata. Il problema vero non è l’amore lontano quando è per forza lontano (lockdown) ma quando resta lontano anche se è a qualche ora di viaggio, quando potrebbe essere vicino. Poi, ovviamente, con la storia del narratore ho cercato di mostrare, in controluce, altre cose.

A questo punto se fossimo al telefono io dovrei per forza dire: quali?

Ci staremmo sei ore al telefono e qui sei giorni… E poi, davvero, ho provato a scriverle in controluce in un romanzo, perché non avevo voglia o pazienza o intelligenza sufficienti per scriverle in piena luce in un saggio.

Ecco. Invece chiudiamo in sei minuti. Una domanda che doveva andare forse all’inizio: la copertina. È molto bella, molto strana e anche molto, non so come dire, straniante rispetto a quello che sembra il contenuto del libro. Mi spieghi l’origine, la scelta, la storia?

Finalmente, una domanda facile! La copertina è stata scelta dalla photo-editor di nottetempo e io ho detto “perfetta”. Trovo che sia tanto straniante quanto assolutamente fedele. Lo sguardo della Donna in rosa di Paolo Ventura è lo sguardo di Tredici lune.

Altra domanda di genere introduttivo: il titolo. Deriva dalla credenza che gli anni con 13 mesi lunari siano funesti, altro che i bisestili. Ma anche e soprattutto dal film di Fassbinder Un anno con tredici lune. Nel libro Ale deve guardarlo con la sua donna dopo il lockdown, ma finisce per vederlo da solo. E tu?

Io mi sono rovinato l’adolescenza e i vent’anni con Fuori Orario. Sul serio, uscivo con gli amici il venerdì e il sabato però a mezzanotte e mezza me ne tornavo a casa per vedere Enrico Ghezzi (si spiegano così tante cose, lo so). Dunque Un anno con tredici lune l’ho guardato un bel po’ di volte. Però, ecco, non lo vedo da tanto. È un film meraviglioso e “faticoso”, per me.

Cito di nuovo, e poi taccio: “è la prima volta che parliamo di cose tanto vere e scontate. Sono scontate e non sono scontate, se fai tre passi indietro sono scontate, se fai tre passi avanti sono quattro quinti della tua vita e per pudore non vogliamo dire tutta la tua vita”. Ancora il pudore dell’editor, della persona intelligente che si sforza di dire cose differenti dalle frasi fatte. Però a volte le frasi fatte descrivono la realtà alla perfezione. La pandemia fa cadere il velo dei layer?

Tu la chiami pandemia, Milena (l’amica del narratore) e il narratore lo chiamano amore… Tuttavia, sì, la pandemia ha fatto se non cadere almeno vedere quanto fosse polveroso il velo dei layer.