Alla fashion week di Milano la sensazione è che la moda italiana sia più in forma che mai

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Photo credit: Elle Italia
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«Devi raccontare che aria tira», mi dicono dalla regia. Quindi, breve storia (niente affatto triste) sulla prima fashion week italiana in presenza dopo la pandemia da Covid-19. Sabato 18 e domenica 19 settembre mi preparo un po’ - dormendo - alla grande abbuffata di sfilate, presentazioni, eventi della settimana della moda milanese, la più affollata di tutte. A New York, Londra ma soprattutto Parigi i tempi sono molto più dilatati, e si ha tempo di metabolizzare.

A Milano dieci minuti di meditazione pilotata per capire quello che ti è appena passato sotto gli occhi sono fuori discussione. Si entra in una sorta di programma centrifuga, per affrontare il quale di solito mi attrezzo cercando pace nella mia adorata utilitaria, possibilmente con colonna sonora avulsa dalla frenesia che decido scrollando tra la musica scaricata sull’iPhone e i vecchi cd sparsi sotto al sedile.

Stavolta la scelta cade casualmente su Ildegarda di Bingen. In altre stagioni sono stati, che io ricordi, Aphex Twin, Ezio Bosso, le voci bulgare o Alt-J: in questo caso le composizioni auliche della monaca benedettina mi sembrano un’efficace fuga dal caos. Il via alle danze lo dà, martedì, una deliziosa cena di Etro; rivedo in un colpo solo tutta la fashion crowd milanese, solite facce in certi casi un po’ spaesate. Ma di fatto, direi, stanno tutti bene, ennesima prova darwiniana che l’uomo è capace di adattarsi a qualunque cosa (o quasi).

Da mercoledì si comincia con la gagliarda cavalcata garibaldina. Le sfilate con mascherina, Green Pass obbligatorio e adeguata distanza di sicurezza mostrano un Made in Italy in ottima salute, supportato da un savoir-faire che, non ci si stanca di dirlo, è il migliore (da pag. 31, il nostro reportage sulle cose più interessanti viste); gli stranieri non mancano, ci sono europei, inglesi, russi, americani, turchi, arabi, assente giustificato l’Estremo Oriente che è ancora soggetto a restrizioni. Onestamente a me non era dispiaciuta la parentesi online, sono una digital freak della prima ora e trovo il web uno scrigno dalle infinite possibilità.

Tra le cose viste dal pc ho amato le più oniriche, la coda di video girato da Floria Sigismondi per Gucci Aria e i corti di Matteo Garrone per Dior. Ma dal vivo l’onda d’urto è decisamente più forte e poi, finalmente per la prima volta, intravedo la volontà corale di dare spazio ai nomi nuovi avviata da Giorgio Armani (AC9 – che farà una capsule con N°21 - e Alessandro Vigilante per esempio, o i giovani coinvolti sempre più in Moncler Genius o nel progetto Vault di Gucci) e di fare rete grazie a #Fendace, il rivoluzionario esperimento di switching tra Versace e Fendi celebrato da un’orgasmica sfilata piena di celebrities e über top model.

Insomma, sembra che la buona novella della moda italiana sia più in forma che mai, e con quel suo understatement da “non diciamolo troppo in giro” che mi è sempre piaciuto. A dare manforte a questa sensazione arriva mia figlia; l’ultima sera di fashion week entro in casa alle 22.30, e sgattaiolando in camera mia per non svegliarla trovo un foglio arrotolato per terra con scritto “Non toccare”. Raccolgo, apro e leggo: «Da quando so un sacco di leggende non riesco a controllarmi. Ma se una bambina o un’altra persona sapessero tutte le leggende potrebbero dominare il mondo, quindi devo tenermi tutto. Passo e chiudo».

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