Alla galleria d'arte Monitor di Roma è in corso una mostra imperdibile

Di Marco Arrigoni
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Photo credit: GIORGIO BENNI
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From Harper's BAZAAR

Alla galleria Monitor di Roma è in corso la mostra We Don't Like Your House Either! nata dalla collaborazione tra il duo curatoriale Francesco Urbano Ragazzi e l’artista Tomaso De Luca. Sono esposti lavori di Gerry Bibby, Gina Folly, Henrik Olesen, Joanna Piotrowska, AL Steiner; invece il film a tre canali Site di Stan VanDerBeek e le opere di Patrick Angus sono i lavori che hanno ispirato l’intera esposizione: da una parte per lo spirito di comunione tra artisti e di commistione delle arti, dall’altra per la dimensione intima e domestica del lavoro artistico. Tomaso De Luca ricompone i disegni di Angus all'interno di strutture trasparenti che creano un gioco di piani sfalsati, togliendoli dalla frontalità e dando loro una vita spaziale. De Luca ha in corso poi una personale alla sede di Pereto della stessa galleria.

Segue l’intervista a Francesco Urbano Ragazzi e Tomaso De Luca.

Il vostro progetto dice svilupparsi sotto il segno dell’alleanza e della collaborazione. Spesso si parla della presenza nel sistema dell’arte di circoli chiusi, ghetti, famiglie e esterofilia come fonte di respiro e autoleggitimazione etica. Cosa ne pensate a riguardo?

FUR: È vero che l’arte si basa su un’idea di alleanza, che a volte si tramuta in élite. In questo caso però c’è stato un sistema di alleanza a lungo termine tra noi e Tomaso, con un dialogo che ha a che fare con un’idea anche della curatela un po’ desueta, inseguendo il lavoro di un artista in qualsiasi momento, nelle varie fasi del proprio sviluppo, in un rapporto continuo e contiguo al di là delle distanze. Questo è alla base di uno sviluppo di un progetto di questo tipo, arrivando ad un punto in cui anche la rete di relazioni con gli altri artisti crea una sorta di comunità ideale.

Nella mostra vengono ripensati i gradi di parentela, includendo anche quelli non naturali, insistendo su dei sistemi di alleanze aperti e contestuali. L’opera di Stan VanDerBeek, a cui abbiamo molto guardato, rappresenta un momento di grande commistione delle arti, contro ogni loro tassonomia.

Tutti gli artisti che abbiamo coinvolto hanno un’idea molto specifica di quello che dovrebbe essere una comunità, anche molto distante dalle forme che hai citato. In vario modo la comunità è anche un’ancora di salvezza rispetto alla marginalità, trasformando quest’ultima in alternativa, immaginazione. Stan VanDerBeek è membro del New American Cinema Group, che con tantissimi mezzi si contrappone al gigante holliwoodiano; A.L. Steiner fa parte di una comunità musicale; Patrick Angus è invece il pittore della comunità gay, superando con la sua pittura il dramma dell’AIDS…

Photo credit: GIORGIO BENNI
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Quando avviene il rischio che la comunità possa trasformarsi in ghetto?

FUR: In questa fase storica c’è sicuramente un ritorcersi spesso sulla minoranza e sulla sua messa in scena, che è un meccanismo tipico anche della storia museale e della storia dell’arte: mettere nella gabbia la minoranza e renderla oggetto di visione di un’élite.

In questo caso invece non c’è un piano in cui abbiamo deciso di metterci nella posizione di minoranza; abbiamo evitato la tematizzazione: abbiamo superato il discorso della minoranza per produrre spazio e immagine e questo sfugge anche alla condanna di essere dentro la gabbia.

TDL: L’idea del ghetto diventa anche un po’ proiettiva: il ghetto è tale per le persone che non ne hanno accesso, c’è una condanna alla chiusura, può diventare spaventoso perché costituente di una serie di legami che sfuggono a delle logiche del capitale, del capitalizzare anche la propria minoranza e identità.

Anche il titolo della mostra, con il “We” iniziale, indica proprio un’idea di pianificazione, di possibilità di progettazione: invece che nascondersi nel luogo chiuso, è un invito a venire a guardare.

Confinamento domestico appena vissuto e confinamento sociale e psicologico esistente da sempre: Gli svantaggiati, gli esclusi, gli oppressi, i malati, i migranti, gli esuli, gli outsider, i poeti, gli artisti. Come avete affrontato tutto questo?

FUR: Nella mostra la dimensione domestica è evocata in maniera molto forte, tutti gli elementi del domestico si animano e diventano i protagonisti di una piccola rivolta. In questo senso Tomaso ha lavorato molto nei confronti dell’edilizia modernista (con palazzi pensati secondo serie di regole che indirizzano il passaggio nelle strutture), affrontando queste strutture attraverso un gioco molto libero di distruzione e ricostruzione.

Abbiamo vissuto tutti in modo molto forte e globale il confinamento recente, eppure nella storia delle epidemie il confinamento enorme dovuto all’AIDS non ha raggiunto un livello massmediatico così importante. Chi si scontra con una certa normatività del vivere non vive solo l’isolamento di due mesi, ma lo fa in maniera continuativa e a volte programmatica.

TDL: C’è anche una grande assenza di romanticismo nell’isolamento, che invece è venuta fuori negli ultimi mesi nel tentativo di trovare una sorta di strategia di sopravvivenza.

Ho reinterpretato le regole dell’edilizia mettendo in discussione anche l’ideologia dello spazio e aprendo uno spiraglio di intimità, di quasi amore e accoppiamento erotico tra le diverse parti dell’architettura, come invito a ripensare anche al romanticismo che c’è intorno all’isolamento.

Photo credit: GIORGIO BENNI
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Nei tuoi lavori si parla di interventi architettonici, di una certa grammatica dell’architettura…

T: Lo spazio ha un doppio valore. Da una parte è quello che ci irreggimenta, in cui si manifesta la divisione fasulla cultura-natura. Lo spazio diventa un’imposizione politica. Dall’atra parte vorrei che il mio lavoro fosse un invito a prendere coscienza di queste cose e distruggerle: i lavori in mostra hanno spezzature, ossa rotte; pezzi di mobili vengono ingranditi fino all’astrattezza, ci sono dettagli di armi da fuoco, fino alla perdita della distinzione di queste due entità.

Sulla questione del genere… bisogna avere sempre molto presente chi ha creato la tassonomia, chi ha in mano l’educazione al vedere, al comprendere e all’ascoltare. Una volta individuato questo è importante cambiare il sistema di approccio alle cose e produrre qualcosa che sia altrettanto potente, una risposta frontale, bisogna cambiare sistema di pensiero.

Si parla spesso di una velata e sottaciuta omofobia nel settore culturale, come quello dell’arte e del cinema. Come un cane che si morde la coda, a volte la tematica queer viene esposta ed esibita quasi irreggimentando la stessa, inquadrandola quasi per recluderla in uno spazio specifico. Cosa ne pensate?

FUR: La prima versione di questo progetto è stata pensata tre o quattro anni fa ed effettivamente c’è stata una difficoltà nel presentare il lavoro in spazi istituzionali. È difficile dall’altra parte dire se questo sia solo per la tematica che abbiamo affrontato, ma è molto particolare che alla fine il progetto abbia avuto luce nello spazio di una galleria privata. Una nostra linea di ricerca è di lavorare con i linguaggi dell’arte contemporanea in spazi del reale, commerciali e non solo, quindi non appartenenti specificatamente all’arte contemporanea; negli anni abbiamo trovato più libertà di mezzi e possibilità discorsive in quei contesti piuttosto che in istituzioni museali. Quindi lo penserei in modo più generale: sul significato di istituzione, sulle gerarchie, sulle difficoltà dell’istituzione nello sperimentare, anche per il legame con la politica.

Spesso lo spazio istituzionale si irreggimenta, la parte normativa diventa sempre più stringente e tra queste norme può essere che ci sia anche la voglia di inclusività, che può avere come contrappasso un senso di colpa mascherato, un’omofobia mascherata. Adesso vediamo che c’è un’esplosione globale di tematiche legate al genere e tutto questo, se può sembrare assolutamente liberale, allo stesso tempo può già indirizzare verso quella gabbia di cui parlavamo inizialmente.

Nelle sculture di Tomaso esposte a Roma i palazzi dove lui ha vissuto incontrano edifici modernisti più o meno noti, sembrano copulare e questo accoppiamento crea una tensione, a volte collidono… per me è fondamentale che questo avvenga anche negli spazi dell’arte, questo incidente si deve sentire.

Photo credit: GIORGIO BENNI
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Le opere di Patrick Angus sono state una grande fonte di ispirazione. Come lo avete scoperto e perché ve ne siate innamorati?

FUR: Tomaso aveva scoperto Angus durante gli studi universitari ed è stato poi Fabio Cherstich ad andare dalla madre di lui e a scoprire dei lavori che nessuno aveva mai visto. Angus era noto ai più per aver dipinto la scena gay americana, soprattutto newyorkese, negli anni ’80, con uno scenario pre e durante AIDS. Quello che Fabio ha scoperto è tutta la parte pre New York, con uno spirito molto domestico che si prepara alla rivolta. È questo Angus che diventa il centro del discorso in mostra a Roma.

T: Angus faceva un lavoro completamente diverso rispetto a una generazione di artisti queer che aveva avuto a che fare con il minimalismo, in prima linea politica rispetto a quello che succedeva durante la crisi dell’AIDS. La prima produzione di Angus si lega molto al discorso della storia dell’arte, all’arte pittorica, con uno sguardo al classicismo.