Alla tavola di George Harrison

Di Michele Neri
·7 minuto per la lettura
Photo credit: ©Barry Feinstein
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From Marie Claire

Un happening in stile Monty Python, surreale e visionario, che si è tenuto quasi cinquant’anni fa: è quanto documentano le foto di questo servizio, sorprendenti come il messaggio in bottiglia spedito (e arrivato) alla nostra attenzione. L’autore della lettera a scoppio ritardato è George Harrison, considerato a lungo il più oscuro e misterioso dei Beatles, l’unico tra loro a non aver mai perduto l’impronta della sua Liverpool plumbea e proletaria. L’occasione fu il servizio fotografico del backstage del suo quarto album solista, Living in the Material World.
Attorno alla tavola imbandita nel giardino della villa stile pseudo-Tudor a Los Angeles dell’avvocato e complice Abe Somers, il grande fotografo americano Barry Feinstein - 500 copertine di dischi, tra cui The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan e del più noto album di Harrison, All Things Must Pass - aveva adempiuto il mandato del cantante. Prendersi in giro, allestire una parodia del successo e della fama, quel mostro che aveva ossessionato il più spirituale della band sin dai primi tour mondiali con le manifestazioni d’idolatria che li accompagnavano. Ed ecco riuniti per gli scatti i simboli più infantili e grotteschi di successo e benessere: una tavola imbandita, abiti da imperatore-sacerdote, occhiali da rockstar, infermiere sexy, limousine; ad aguzzare gli occhi, una donna nuda alla finestra. A fare da comparse sono Ringo, l’amico sempre disponibile, e i componenti della band impegnata a registrare quello che sarebbe diventato il canto del cigno dell’era Beatles.

Photo credit: ©Barry Feinstein
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Uno scatto del servizio fotografico per Living in the material world, il quarto album da solista di George Harrison. Realizzato dal grande fotografo americano Barry Feinstein nel giardino della villa stile pseudo-Tudor a Los Angeles dell’avvocato e Abe Somers.

All’apice della carriera da solista, quando dalle ceneri della band esplosa per l’eterno conflitto tra i due generali Paul&John, Harrison era rifiorito, traghettando negli anni Settanta la suadente energia positiva dei Beatles con pezzi come My Sweet Lord, George Harrison si ferma: l’aveva già fatto negli anni incandescenti del successo. Si allontana e sceglie una deviazione eccentrica (aveva provato con acidi, folli corse in auto, il sitar di Ravi Shankar e la meditazione trascendentale) che lo aiuta ad affrontare il paradosso di una vita che non è soltanto suo, ma di tutti noi. E poi scrive questa lettera che metterà nella bottiglia e che la magia delle coincidenze felici apre per noi al momento giusto.

Chi meglio di un Beatles chi a vent’anni era già più noto e tormentato di Gesù, poteva, grazie ai testi delle sue canzoni, alle scelte esistenziali, fino alla tragicomica rappresentazione di sé in queste foto, mostrarci meglio la pericolosa attrazione della notorietà, delle apparenze, della cultura che c’incolla a uno schermo che applaude, esalta la nostra apparenza, una fugace gloria di sguardi, pose e commenti?

Photo credit: ©Barry Feinstein
Photo credit: ©Barry Feinstein

Un altro scatto dal servizio fotografico per Living in the material world, del grande fotografo americano Barry Feinstein.

Per comprendere fino in fondo il messaggio, bisognerebbe guardare anche le altre immagini scattate da Barry Feinstein per il disco e per All Things Must Pass, il cui titolo annuncia quel richiamo a non attaccarci a materia e ad apparenze per scoprire invece amore e tolleranza. La rappresentazione grottesca inscenata dagli scatti è la controprova della sua teoria. Non credete alle verità delle mie canzoni che ripetono come il successo sia una truffa che conduce all’infelicità se non accompagnato da un processo interiore che porta alla rivelazione dell’amore e della solidarietà - testimoniata dal suo Concerto per il Bangladesh, primo show mondiale di beneficenza -, non credete alla mia biografia, alla crociata per aprirvi occhi e cuore ai valori dell’Oriente? Bene, guardatemi in queste foto. Vedete cosa c’è in vetta? Osservate la carrozzina, la zampa di pollo, le fette di anguria che sembrano finte, l’infermiera che inscena compassione. È ciò che desiderate? È come se uno dei più celebri influencer contemporanei estraesse gli attrezzi del mestiere mostrandone pochezza e squallore in un Tea Party con il Cappellaio Matto. Vorremmo sederci a quella tavola? Noi che inseguiamo un’affermazione virtuale attraverso immagini levigate e lussuose delle nostre giornate, riusciamo a notare l’alone di mediocrità che le circonda?

Photo credit: ©Barry Feinstein
Photo credit: ©Barry Feinstein

Ancora un'immagine di quella giornata: qui in primo piano un altro ex Beatles, Ringo Starr.

Stiamo per celebrare il quarantesimo anniversario dell’assassinio di John Lennon. Sotto il Dakota Building non si è forse verificata l’estrema conseguenza dell’idolatria, la passione omicida per il proprio oggetto di culto e ossessione? Alla luce di ciò che è successo nel nostro Material World e anche in quello Immaterial perché digitale, l’eredità morale del riservato, inafferrabile Harrison, lui che voleva solo suonare la chitarra e non reagiva quando chi ascoltava quel suo magico tocco, diceva: ah, è sicuramente Paul, sembra la più contemporanea. Lui che trascorreva intere settimane cantando o meditando da solo nella sua tenuta di Friar Park nell’Oxfordshire. Con la prima moglie Pattie Boyd e poi con
Olivia Arias, la seconda, che di lui disse che la sua unica ambizione nella vita era non averne. Uno dei successi di Let It Be, l’ultimo capolavoro dei Beatles, è I Me Mine. Scritta da Harrison, è un inno a cercare una prospettiva esistenziale non auto-riferita. Un richiamo a vivere la vita da dentro, non sulla superficie abitata da fama e invidia, dalla deificazione e dalle sue aberrazioni di cui anche Harrison avrebbe conosciuto le dolorose conseguenze (la sera del 30 dicembre 1999 fu accoltellato quaranta volte nella mansion di Friar da un fan schizofrenico).

La “lettera” non finisce, sembra non voler trascurare nulla, bisogna cercare le parole qui e là. E insinuano il dubbio sulla nostra vita in cui tentiamo di non vivere nel presente per inseguire un altrove dopo l’altro ed esistenze immaginarie e lontane dai sensi e dagli altri. Nel 1973 Harrison non poteva prevedere l’era virtuale, eppure scrisse la canzone Be Here Now. Oggi è un balsamo, una preghiera umanistica. Ricordati di vivere qui. Non vivere una vita che non è reale... Una mente che vuole vedere dietro l’angolo, non è una mente saggia. Tutto Living in the Material World è un invito a vivere nel momento, insegna che la trascendenza non può avvenire in un’esperienza quotidiana sempre più accelerata e innaturale. That Is All è il brano conclusivo dell’ultimo album dell’era Beatles; poi iniziò un altro mondo. Termina così: Per favore, lascia che ti ami di più - e questo è tutto. George Harrison aveva visto la verità e ha speso ogni parola perché noi trovassimo la nostra.

Photo credit: ©Barry Feinstein
Photo credit: ©Barry Feinstein

Un altro scatto dal servizio fotografico per Living in the material world, di Barry Feinstein. Qui George Harrison alla tavola imbandita con abito da imperatore-sacerdote.

La questione della fama è al centro della sua vita per mille ragioni. Ho fatto più prove. Qualunque sia la loro età, pochi sanno che tre tra le più belle delle canzoni dei Beatles, copiate e follemente amate, sono sue. Something, che regge il confronto con Yesterday. While My Guitar Gently Weeps, una delle più celebrate esibizioni alla chitarra di sempre. E poi Here Comes the Sun da Abbey Road. È la canzone dei Beatles più scaricata in Inghilterra. La sto ascoltando su YouTube, con quei dolci little darling, il senso di un risveglio delizioso, un sole così amichevole non si era mai visto, quel va tutto bene ripetuto nel finale: It’s all Right. L’occhio cade sui commenti. Un infermiere arabo scrive: «Il mio ospedale la mette ogni volta che un paziente di Covid-19 guarisce». Sotto, un ragazzo americano propone che il brano sia l’inno suonato in ogni angolo del pianeta il giorno che il virus sarà sconfitto. Quattromila pollici alzati.

Photo credit: Courtesy Rizzoli New York
Photo credit: Courtesy Rizzoli New York

Da sfogliare le immagini di questo articolo sono tratte da George Harrison: Be Here Now, del fotografo Barry Feinstein. Il libro, una raccolta di foto inedite, è appena uscito da Rizzoli New York per i 50 anni dalla pubblicazione di All Things Must Pass, il primo album da solista di Harrison.