Amanda Gorman, le discriminazioni razziali dopo il successo alla Casa Bianca

Di Elena Fausta Gadeschi
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Astrid Stawiarz - Getty Images
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From ELLE

“Un giorno sei coraggiosa, il giorno dopo diventi una minaccia”. Prima ancora di salire sul palco dell’Inauguration Day Amanda Gorman era perfettamente consapevole che con la sua presenza avrebbe fatto la storia degli Stati Uniti, dando voce alla Black Renaissance in un Paese ancora fortemente segnato dalla piaga del razzismo. Forse però non si sarebbe aspettata di subire atti discriminatori da parte di una guardia giurata, a sole poche settimane di distanza dalla cerimonia di insediamento di Joe Biden. Eppure così è stato. In un tweet la giovane poetessa afroamericana ha infatti raccontato che venerdì sera “una guardia giurata mi ha seguita mentre stavo tornando a casa e mi ha chiesto se io vivessi lì perché “sembravo sospetta”. Io ho fatto vedere le mie chiavi di casa e mi sono precipitata dentro al mio palazzo. Lui se ne è andato, senza scusarsi. Questa è la realtà delle ragazze nere: un giorno sei considerata coraggiosa, il giorno dopo diventi una minaccia”.

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“In un certo senso aveva ragione”, ha aggiunto. “Io sono una minaccia: una minaccia all’ingiustizia, alla diseguaglianza, all’ignoranza. Chiunque dice la verità e cammina sorretto dalla speranza rappresenta un chiaro e fatale pericolo per i poteri che esistono”. "Viviamo in una società contraddittoria che può celebrare una giovane poetessa di colore e allo stesso tempo accettare l’uso dello spray al peperoncino su una bambina di 9 anni", ha commentato in un altro tweet in riferimento a un recente incidente consumatosi a Rochester, New York, che ha portato alla sospensione di tre agenti di polizia per aver utilizzato lo spray urticante su una minore durante delle proteste.

In questo Paese pieno di contraddizioni Amanda Gorman, afromericana di Los Angeles di appena 23 anni (compiuti ieri), è riuscita a essere la più giovane poetessa ad aver vinto il National Youth Poet Laureate, a conseguire una laurea in Sociologia ad Harvard e a portare il suo messaggio rivoluzionario di fronte a milioni di americani con la composizione The Hill We Climb. “Solo salire sul palco con la mia pelle scura, i miei capelli e la mia razza ricorda al mondo che le persone come me non sono state spesso accolte o celebrate nella sfera pubblica" aveva raccontato il mese scorso al Time Magazine in un’intervista a tu per tu con Michelle Obama.

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Migliaia di follower si sono stretti attorno alla giovane poetessa, ringraziandola per aver condiviso lo spiacevole episodio. Tra i commenti, anche quello di un legislatore dello stato della Virginia, Mark Keam: "Lascia che questa storia affondi. E renditi conto di come – anche se sono contento che sia andato tutto bene per Amanda Gorman – questo tipo di confronto sia un evento quotidiano per milioni di nostri concittadini americani”. Parole solidali, ma espressione di un sentimento che tende più o meno inconsciamente a dimenticare che è proprio perché certe cose ancora adesso accadono che persone come Amanda si sentono chiamate a cambiarle, attraverso la forza della parola, del coraggio e dell’esempio. Perché come ha scritto Gorman “io sono una minaccia e un’orgogliosa” e “non posso essere la sola a rialzarmi, non lo farò”.