Amarsi in tre: chi lo dice che per costruire una relazione bisogna essere in due?

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Photo credit: Illustrazioni di Sara Not
Photo credit: Illustrazioni di Sara Not

La prima volta che abbiamo dormito insieme la mattina dopo ho scattato una “foto ricordo”: fuori dal lenzuolo (era aprile, faceva già caldo) spuntavano sei piedi, i nostri. E da allora, o meglio da quando siamo andati a vivere insieme, ormai più di due anni fa, Nicole (24 anni), Filippo (31) e io (Camilla, 26) ogni notte condividiamo lo stesso letto. Anche in vacanza. Al momento della prenotazione nei vari hotel, non appena dico «Siamo tre adulti, vorremmo una doppia», ogni volta mi chiedono: «Quanti anni ha il bambino?». Alla mia spiegazione, dall’altra parte del telefono cade invariabilmente il silenzio per qualche minuto. Così come con l’impiegata dell’ufficio anagrafe del comune in provincia di Vicenza dove abitiamo, quando per il cambio di residenza le ho spiegato che sarei andata a vivere con una coppia già sposata con cui condivido una “relazione poliamorosa paritaria”. Nel senso che ci amiamo tutti e tre reciprocamente.

Nel poliamore esistono tante forme di legami quante sono le persone coinvolte e le loro preferenze emotive e sessuali: si va dalle coppie prioritarie con partner satelliti che si aggiungono e/o si perdono lungo il percorso (il massimo della libertà condivisa, nessun sotterfugio, bandito il tradimento) al triangolo paritario come il nostro, che richiede più dialogo e rassicurazioni di una coppia monogama tradizionale. Perché ogni volta che uno si sente escluso la regola è che lo possa esprimere senza che gli altri minimizzino quel che sente, anzi. Non è mai capitato che dopo una discussione uno di noi andasse a dormire con il nodo alla gola. O peggio, da solo. In un rapporto a tre è umano essere a volte gelosi, volere l’esclusività, ma se ci si ama l’importante è stare insieme. L’alternativa d’altronde sarebbe stata fare una scelta, escludere uno di noi. Cosa che abbiamo anche messo in conto all’inizio, quando io e Nicole ci siamo innamorate a sei mesi dal suo matrimonio con Filippo (ero tra gli invitati).

L’ho conosciuta quando ho deciso di superare la paura della ceretta e del... tradimento. Detto da me, che amo due persone contemporaneamente, può sembrare un controsenso. Non solo, se qualcuno me lo avesse prospettato anche solo un anno fa lo avrei guardato male: la doppia vita non fa per me, se sono innamorata mi manca troppo quella persona e voglio stare con lei e con nessun altro, avrei risposto... All’epoca del nostro primo incontro Nicole lavorava in un centro estetico accanto allo studio contabile dove da alcuni anni mi occupo di bilanci e dichiarazioni fiscali (ho una laurea in Economia aziendale). Affidarmi a qualcuno anche solo per una ceretta allora mi metteva ansia. Mi ero chiusa a riccio da quando la mia fidanzata mi aveva tradito con una mia cara amica, per poi ritornate sui suoi passi fuori tempo massimo. Nicole ha acceso lampadine che volevo lasciare spente.

Protette dalla cabina, le ho confidato di aver scoperto la mia omosessualità a 20 anni, e che la persona con cui mi ero lasciata non era un “lui” bensì una “lei”. Da lì in poi abbiamo cominciato a uscire in quattro: Nicole e Filippo, con cui mi sono trovata subito in sintonia, io e un’amica che cambiava ogni volta. Un giorno, senza che ci fossimo mai sfiorate, ho preso Nicole da parte e le ho detto: “Quel che sento per te non è semplice amicizia”. Mi ha ringraziato senza dirmi che ricambiava, anche perché per lei amare una donna era un’assoluta novità. Nel frattempo, il sentimento tra noi cresceva come una slavina. Siamo anche andate entrambe dalla psicologa, sebbene per motivi diversi: lei per accettare la propria bisessualità, io per capire come gestire le incompatibilità caratteriali tra me e la mia ex.

È stata la psicologa a parlare a Nicole del poliamore, non avendo lei mai messo in discussione l’amore per Filippo. Io ero già pronta ad andare a vivere da sola (abitavo ancora con mia madre) e a lasciare libero il campo, sentendomi la causa di tutto questo casino e quando lei me ne ha accennato, la mia prima reazione è stato un “no” categorico, perché non volevo dividerla con nessuno e poi perché Filippo… è un uomo. Inizialmente, infatti, pensavo che la cosa fosse: “Io sto con Nicole e lei sta con Filippo”. Cioè, niente interazione tra me e lui. Per un mese ci siamo confrontati mettendo sul tavolo dubbi e proposte, un periodo difficile in cui stavo male per me, per lei, per lui. Già, perché nel frattempo anche tra me e Filippo è nato un sentimento nuovo: tra noi l’amore dipende dal fatto che amiamo allo stesso modo. Alla fine, è stato lui, che su YouTube segue Adrian Fartade, un divulgatore scientifico che non fa mistero di essere poliamoroso, a proporre: “Perché dobbiamo scegliere? Perché visto che ci amiamo non proviamo a vivere in tre?”. Tutto questo senza che io e Nicole avessimo mai avuto un vero contatto intimo. Contatto avvenuto per la prima volta quando ci siamo trovati tutti e tre insieme.

È stato stranissimo, ma incredibilmente naturale. “Chissà come sarà dopo quattro anni senza fare sesso con un uomo?”, ho pensato. Spinta dalla novità della situazione e dalla voglia di conoscersi mi sono messa in gioco, finché non è subentrata la mia natura omosessuale. Ne ho parlato con Filippo, che mi ha rassicurato dicendo: «L’amore è più importante del sesso». Si commuove perfino quando gli raccontiamo che Nicole e io abbiamo fatto l’amore. A breve ci piacerebbe mettere su una famiglia: sia io che Nicole vorremmo diventare madri. Stiamo informandoci a livello legale qual è la miglior tutela per i minori. Al momento siamo entrambe felici nel nostro trio e non andiamo in cerca di altre storie, ma se dovesse capitare siamo d’accordo di parlarne. Invece Filippo è propenso ad aprirsi a ulteriori relazioni e noi ne siamo felici: sappiamo che porteranno un valore aggiunto al nostro rapporto. Ognuno di noi ha fatto una rivoluzione interiore impensabile fino a qualche anno fa: ci penso ogni sera quando per rilassarci ci facciamo la doccia insieme, stretti come sardine.

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