Amparo Dávila, l’uscita in fondo al pozzo

Di Alessandro Raveggi
·7 minuto per la lettura
Photo credit: Safarà Editore
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From Esquire

L’editore Safarà porta in Italia un’autentica chicca della narrativa messicana, la scrittrice messicana Amparo Dávila, con una sua selezione di racconti dalle sue quattro raccolte, specie le prime. Scomparsa ad aprile 2020 a Città del Messico, in patria la scrittrice riscuote ancora un piccolo ma costante culto, tanto che la sua “collega” avanguardista Veronica Gerber Bicecci, giovane autrice contemporanea, ha pensato di riscrivere, o meglio manipolare, uno dei suoi più famosi racconti L’ospite, in un libro-esperimento più recente uscito per l’editore Almadía.

La Dávila, coi suoi racconti del terrore - definizione che lei stessa rifiuterebbe, e che oggi arrivano da noi nella terza traduzione di Giulia Zavagna nel volume L’ospite e altri racconti - ci narra qualcosa che del Messico forse già sapevamo, a voler guardare profondamente: non un orrore sovrannaturale e fantastico, e nemmeno un orrore scenografico e storico - come quello de las matanzas della Revolución, oppure ancora quello della sanguinaria Guerra dei Cristeros raccontata tra gli altri magistralmente da Juan Rulfo, o infine quello che lascia senza fiato dei recenti massacri degli studenti a Tlatelolco o gli ahinoi famosi 42 studenti desaparecidos di solo qualche anno fa. Ma un terrore tutto universale, e per questo ancora più attuale.

La scrittrice racconta infatti l’oppressione di qualcosa relativo e sempiterno, si direbbe quasi inespugnabile, della società messicana (e forse latina in generale), nei rapporti coniugali o sociali: ovvero la violenza nei confronti del corpo e ancor più della psiche femminile - al netto ovviamente anche di racconti con personaggi maschili, dove però l’elemento femminile riveste comunque un ruolo perturbato e perturbante assieme. Un’oppressione che si esprime attraverso l’approdo a una lucida follia, il martirio improvviso (che sorprende anche il lettore al leggere i racconti), la clausura più inaspettata, la crudeltà inflitta o subita nel quotidiano vivere.

La fantasia di visioni mostruose, nei racconti della Dávila, è così, si legge, “causata dalla spossatezza, dall’insonnia”, di un “essere così chiusa in te stessa, dal dolore…”, come nota Sergio dell’amica Marcela, tormentata dalla chimera dell’amante del compagno, che emette un suono inquietante e si confonde con un rospo immondo che fa croac croac croac, in quel racconto Musica concreta, che sicuramente è uno dei migliori.

Per questo, qui e in altri dei racconti raccolti, due sono gli elementi che spesso ricorrono: l’insonnia più inquieta, dicevamo, che si identifica con lo stare nel buio della preda ad occhi aperti - preda di strane influenze come preda di relazioni opprimenti - e la segregazione più strutturata e quindi accettata, trasparente: in questi testi cioè le tenebre sono luminose e le gabbie sono invisibili e il lettore lo percepisce perfettamente. Fino a esplosive rivelazioni finali nel testo, che paiono vortici mentali nonché improvvisi cambi stilistici, come nella chiusa del racconto La cella.

L’insonnia è come impossibilità di quiete, ma anche incubo di occhi aperti di fronte alla realtà, quindi. La segregazione - si pensi alla tortura del famoso racconto Il pendolo di Poe, autore che spesso ritorna nella Dávila, anche nell’uso del perturbante animale, come nel racconto Alta cucina, che mescola perversamente il terrore al piacere di banchettare suppliziando esseri mostruosi - avviene nella mura domestiche solo flebilmente descritte, e rende il Messico della scrittrice quasi irriconoscibile, poco percettibile, sussurrato nei suoi eventi storici o nella sua tradizione anche folclorica.

Una tradizione messicana che non è sicuramente scevra di terrore, più presente ad esempio nei due celebri racconti di fantasmi e di terrore di Carlos Fuentes, la novella Aura e il terrificante racconto sulla divinità pluviale del Chac Mool, che si trova nella raccolta giovanile dell’autore, I giorni mascherati. Per non parlare delle cronache preispaniche e il vero e proprio culto del sangue come esperienza di vicinanza alla divinità degli aztechi.

Il Messico nella Dávila si riconosce così solo per nomi e cognomi, nomi di gente qualsiasi che il lettore potrebbe confondere con colombiani o in genere latinoamericani, spesso si ha la percezione che si tratti di classe medio-alta di provincia, benché manchi completamente tutta quella toponomastica rulfiana tanto famosa, una provincia dove il tempo spesso si ferma e soffoca, in mancanza di possibilità di fuga verso un’ipotetica modernità - ma alla Dávila anche della dicotomia provincia-città, arretratezza-modernità, interessa ben poco.

Photo credit: Three Lions - Getty Images
Photo credit: Three Lions - Getty Images

I suoi sono contesti familiari, certo, di occasioni come pranzi e deschi, oppure lavorativi, dove la spossatezza e l’usura del troppo lavoro la fanno da padrone. Come nel racconto Tina Reyes, dove la protagonista pedinata decide di assecondare il proprio destino come via di fuga e alla fine rimane intrappolata in una vertigine finale tra realtà e incubo.

Al di fuori di questi ambienti, le mura domestiche vengono minacciate da presenze che vi si installato inquietanti, come nel celebre e già citato L’ospite - dove il tormento di due donne, signora e inserviente, assume le deformazioni e le grida di un classico incubo poeiano, che si ripete anche in Moises e Gaspar- oppure sono luoghi dove si va per compiere delitti o produrre fragorosi incendi. La realtà politica messicana entra a flash o bocconi, come ne La colazione dove si accenna da una “manifestazione studentesca” - saremo nel 1968? - mentre una figlia confessa un delitto allucinato alla famiglia sgomenta al suo cospetto.

C’è qualcosa, tra l’altro, dell’orrore di Amparo Dávila che sorprendentemente la lega al capolavoro di Alfonso Cuarón, Roma. Ovvero la possibilità di concedere uno sguardo dal di dentro di una società, quella messicana - ma potremmo ancora una volta dire latino-americana - spesso vista dal di fuori, da sguardi stranieri e stereotipati o ideologizzati. Anche in lei, come in Cuarón, una verità bisbigliata della società esplode poeticamente.

Ma c’è un’altra sensazione di fronte all’insonnia davilana, il suo sembra quasi un proclama che richiama un risveglio. E alla rivelazione di un segreto ulteriore che piano piano sta emergendo: la quantità e qualità di donne scrittrici messicane e latinoamericane da rileggere o leggere per la prima volta. Penso non solo a Leonora Carrington, non messicana di nascita quanto di scelta e elezione d’immaginario, che solo di recente è stata rivalutata come surreale narratrice. Ma ad esempio ci si potrebbe riferire alla uruguayana Armonia Somers, che con i suoi romanzi come La mujer desnuda, uscito nel 1950 fu pronta a scioccare con il suo erotismo liberatorio.

Per ritornare in Messico, si potrebbero citare ancora scrittrice ignote al lettore italiano, come Elena Garro - che ha fatto un po’ la storia del teatro latinoamericano, e non solo - o Rosario Castellanos. Scrittrici che hanno partecipato in prima persona al Novecento dei Paz, Fuentes, Rulfo, ma che sono state solo oggi riprese dagli editori, in antologie un po’ fuori tempo massimo.

La lista ahinoi è lunga, di relegate a una “minorità” da patriarcato (la stessa Dávila è stata per alcuni anni segretaria del più importante saggista messicano del Novecento, Alfonso Reyes): ovviamente da annoverare ci sarebbe la già storicizzata (che non vuole dire per forza letta molto) Silvina Ocampo tra le “big”, assieme alla tardivamente recuperata Clarice Lispector - che noi tutti solo oggi leggiamo, ma è autrice del Novecento brasiliano fondamentale - e tante altre stanno emergendo in questi anni, come l’eccellente poetessa Alejandra Pizarnik e chissà presto si rivelerà o chiarirà il mito di Sara Gallardo, con il suo enigmatico racconto nervoso bonaerense Eisejuaz, recentemente riportato in libreria in Spagna.

Ecco, questa è una delle qualità straordinarie dei racconti di Amparo Davila. Nelle loro scale piene di dolore (vedasi il terribile racconto d’esordio della raccolta, “Frammento di un diario”) o le celle anguste di un contesto apparentemente familiare, in fondo al pozzo o in cima ad un precipizio, questi testi ci indicano non solo un modo per raccontare per paradosso realisticamente la condizione da incubo femminile latino-americana, ma anche una vita di lettura di un mondo di scrittrici latinoamericane ancora inesplorato, tenuto lì da una società editoriale fondamentalmente patriarcale come fu, ad esempio, quella del Boom.