Amy Adams si racconta a Elle per l'uscita del suo nuovo film, "La donna alla finestra"

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Photo credit: Axelle/Bauer-Griffin/filmmagic/GettyImages - Hearst Owned
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"Sono Anna Fox. Sono agorafobica. Non posso uscire di casa". Queste le primissime parole pronunciate da Amy Adams nelle sequenze iniziali del nuovo film di Joe Wright, La Donna alla Finestra. Parole profetiche visto che sono le stesse pronunciate da Amy esattamente un anno fa, durante la nostra intervista vis-a-vis, l’ultima effettuata a Los Angeles fra attori e giornalisti, con lei e il regista Joe Wright, parole miste a stupore, centrate sulla possibile chiusura del mondo causa pandemia e virus Covid 19. Da allora, solo incontri digitali, impersonali forse, ma hanno mandato avanti l’industria del cinema e fatto da ponte in attesa della riapertura delle sale e delle uscite di tanti film.

La donna alla finestra è uno di questi, thriller psicologico alla Hitchcock (ricordate La finestra sul cortile?) con Amy Adams protagonista (l'attrice ha vinto due Golden Globes e ha avuto sei nomination agli Oscar) nei panni della psicologa infantile Anna Fox, newyorkese, sola, malata di agorafobia, che passa il tempo a spiare i vicini di casa finché, un giorno, assiste a un inquietante atto di violenza. È diretto da Joe Wright (Espiazione, Orgoglio e pregiudizio, L'ora più buia) e nel cast ci sono anche Gary Oldman, Anthony Mackie, Julienne Moore e Jennifer Jason Leigh (è disponibile su Netflix).

A distanza di un anno, è piacevole risentirsi e constatare che si ha voglia di ripartire e che, dopo l’ultima ondata di vaccinazioni, la California sembra in procinto di ritornare a vivere.

Amy, perché questo film?

Perché Joe è un regista brillante, intelligente, era da dieci anni che volevo fare qualcosa con lui, ma appena ho letto il soggetto, non ero sicura di voler diventare una persona cosi profondamente dark e tormentata, ero indecisa. Mi ha convinto spiegandomi come avrebbe raccontato la storia, dicendomi che era fondamentale entrare nella sfera emotiva di Anna, provare le sue stesse sensazioni, solo così avrei capito cosa significa essere intrappolato nella propria casa e nella propria mente, ed essere in preda a quel tipo di panico".

Com’è riuscita ad entrare nello stato mentale di Anna?

"La cosa più importante per me era costruire chi fosse prima dell’evento traumatico che l’ha inevitabilmente portata a soffrire fisicamente di un disturbo d’ansia come l’agorafobia: ha paura degli spazi aperti, dei luoghi affollati. Ho letto molto, incontrato una terapeuta specializzata che mi ha spiegato cause e manifestazioni psicofisiche e mi ha aiutato molto a capire come affrontare il ruolo".

È vero che, per ricreare questo stato agorafobico, ha trascorso dieci settimane dentro una stanza con Joe?

Sì, è stato davvero interessante creare il personaggio di Anna, mi sono sentita molto calma e sicura all’interno della casa. Mi piaceva sapere dove avrei lavorato ogni giorno, come mi sarei dovuta muovere, l'idea di avere il controllo del set... Mi è servito stare in quell'ambiente ristretto, creare quell’intensa sensazione di contenimento.

Una scena particolarmente intensa?

Ce ne sono parecchie, ed è stato forse il ruolo più difficile che abbia mai fatto. Le scene più complicate sono quelle in cui Anna si rivela a se stessa prima ancora che al pubblico e, senza svelare nulla della trama, il fatto di essere madre a mia volta, mi ha messo in difficoltà.

Cosa significa per lei essere madre?

Onestamente, quando è nata mia figlia, ho avuto quel tipo di risveglio metafisico. Quando sei incinta sei molto protettiva, ti senti responsabile di tutto, ed è come se quella creatura ti appartenesse, perché è dentro di te. Quando poi è nata, mi ha colpito la consapevolezza che non mi apparteneva per niente, non era né mia né di mio marito, Aviana era solo di se stessa. Quindi penso di aver avuto quella realizzazione di indipendenza/abbandono abbastanza presto, ho capito che il mio ruolo era aiutarla a crescere, traghettarla nell'età adulta, prepararla a lasciarmi, a spiccare il volo da sola. Processo bellissimo, ma crudele, specialmente per noi madri.

A proposito di madri, ha dato vita a un bellissimo progetto durante la pandemia. Ce lo racconta?

Stavo svuotando l’armadietto di mia figlia a scuola e mi sono resa conto di quanti bambini avrebbero avuto difficoltà a casa, si sarebbero sentiti soli... Qualcuno mi ha detto che sarebbe stato bello se i bambini avessero avuto l’opportunità di sentirsi raccontare delle storie. Così ho chiamato Jennifer (Garner) ed insieme abbiamo fondato SaveWithStories: amici nostri, vip e gente comune, leggono storie ai bambini a casa, con lo scopo anche di raccogliere fondi per cibo e assicurazione medica.

Cosa vuole produrre con la sua società di produzione Bond Group Entertainment?

"Progetti che parlino di donne e si basino su storie che diano un’opportunità ai talenti femminili, sia davanti che dietro alla macchina da presa. Voglio essere una creatrice di posti di lavoro, adoro l’idea di essere una specie di tutor".

Quando avremo una donna alla presidenza degli Stati Uniti?

(Sospira) È la stessa domanda che mi fa mia figlia ogni volta che parliamo di gruppi di persone che sono sotto rappresentate o a cui non vengono date le stesse opportunità, quindi spero che la generazione che stiamo crescendo, visto che non teme nulla, inizi ad abbattere queste barriere, smettendo di considerare l’identità di genere come un ostacolo.