Angela Merkel si è dichiarata per la prima volta "femminista", e forse è il caso di prendere esempio

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Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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Usare la F-word non è facile. Dire ad alta voce - che sia davanti allo specchio o davanti a un gruppo amici - "Io sono femminista" non è facile. Provateci, urlatelo al mondo e poi fateci sapere. Il problema è che non siamo più abituati alle prese di posizione nette e, in più, se tiri fuori la parola con la F, devi stare pronta a chi arriva puntuale a chiederti se odi gli uomini o a farti sapere che al femminismo preferisce "l'equalismo" (che *spoiler* non esiste). "Le femministe sono sempre arrabbiate", "le femministe non si depilano", "le femministe non si divertono","le femministe sono brutte". Le femministe. Vengono presentate quasi sempre come un unico squadrone fatto di cloni con le stesse caratteristiche e idee: forse sarebbe più semplice se davvero fosse così, ci eviteremmo tante discussioni. In ogni caso non c'è da stupirsi se, tra stereotipi e ignoranza, sono molte le donne che scelgono di non usare quella parola: la utilizzano per le altre, al massimo (lo squadrone di cui sopra) ma non per loro stesse. Così è stato bello sapere che Angela Merkel, dopo anni di tentennamenti quando le facevano la fatidica domanda, l' ha finalmente detto: "Sono femminista" ha dichiarato qualche settimana fa, "Ero un po' più titubante in passato. Ma ora è più ponderato. E in questo senso, posso dire che dovremmo essere tutti femministi".

Esatto: "We should all be feminist", come il TedTalk e il libro di Chimamanda Ngozi Adichie, la scrittrice nigeriana con cui Merkel stava partecipando a un incontro al momento della sua dichiarazione. La cancelliera tedesca (alla guida del Paese da 16 anni) è uno dei personaggi politici più influenti d'Europa e nel tempo è diventata un modello di emancipazione per molte donne. È stata la prima donna al potere in Germania e ha segnato un'epoca che si concluderà con le prossime elezioni quando Merkel si ritirerà dalla politica. Durante i suoi numerosi mandati, tra l'altro la Germania ha fatto grossi passi avanti dal punto di vista della parità e dell'inclusività e per questo alcuni la consideravano nei fatti femminista. Lei fino ad ora ci aveva sempre tenuto a specificare che il suo genere non aveva nulla a che fare con la sua politica e che lei si rivolgeva sempre all'intero popolo tedesco e non solo alle donne. Nel 2017, poi, durante un evento del Fondo Monetario Internazionale (FMI), alla domanda se si considerasse femminista, Merkel aveva sorriso, ma, nonostante i commenti di incoraggiamento del pubblico aveva chiaramente detto di no e aggiunto che non voleva darsi un titolo che non le competeva.

Ora le cose sono cambiate e Angela Merkel ha detto di aver capito che il femminismo riguarda "il fatto che uomini e donne sono uguali, nel senso di partecipazione alla società e alla vita in generale". Semplice e lineare e a chi non piace la parola (troppo focalizzata sulle donne, dicono alcuni) andrebbe ricordato che nella nostra società, affinché la parità venga raggiunta, sono appunto le donne quelle che vanno sostenute, incluse, tutelate nei loro diritti ancora troppo spesso carenti. Definirsi femministe è un primo punto di partenza per dire: "So che le cose stanno così, vediamo di cambiarle e raggiungere davvero la parità come ha fatto per decenni un movimento a cui dobbiamo molto". È vero, quando un'esponente politico si definisce femminista ci viene in automatico chiederci: "Ma lo è veramente? Anche nei fatti?". Se da un lato infatti dirsi femministe porta con sé stereotipi duri a morire, è altrettanto vero che è facile sbandierare questa definizione con leggerezza, solo per attirare consensi in certi ambienti senza che dietro ci sia un ricerca personale e un impegno concreto. Dopo il discorso di Merkel ci sarà chi tornerà indietro a scandagliare la sua carriera politica per capire se il titolo di "femminista" se lo merita davvero. Ma il punto, alla fine dei conti, è che non si tratta di un titolo, non c'è una "presidente del femminismo" pronta ad appuntare una coccarda a chi se lo merita e a toglierla a chi sgarra. Rimane un valore nell'usare la parola, nel legarla alla propria identità, nel collegare la propria visione del mondo a quella di un movimento che ha segnato la storia delle donne. Dirsi femministe è un impegno, certo, (e va preso seriamente) ma non è un'etichetta che cristallizza, contiene una fluidità e una libertà che può confondere, ma che ne costituisce la forza. Non è il riconoscimento di qualcosa di fatto, è - e rimarrà sempre - prima di tutto una dichiarazione di intenti.

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