Anne Hathaway si scusa per aver offeso i disabili nel film Le Streghe (ma è davvero così?)

Di Monica Monnis
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Photo credit: Paula Lobo - Getty Images
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From ELLE

Anne Hathaway ha offeso i disabili. Un'esagerazione? Un appunto sacrosanto? Una verità insindacabile? L'ennesimo colpo basso all'attrice che un anno sì e l'altro pure conquista il podio delle classifiche (inutili, possiamo dirlo) degli attori più odiati di Hollywood e dintorni? Un mix di tutto questo. A finire sotto accusa il personaggio interpretato dalla Hathaway in Le Streghe, film di Robert Zemeckis uscito il 22 ottobre su HBO Max e ispirato ai romanzi di Roald Dahl. Perché nella pellicola, la Strega Suprema è dotata di tre dita per mano e questa rappresentazione infelice ha toccato i temi caldi e sensibili della diversità, ingrandendosi fino a scoppiare nella sfera del politically correct, il che, se non maneggiato con cura, può essere altamente pericoloso.

Una scelta da parte del regista e della Warner Bros a dir poco superficiale, contando poi che nei libri di Dahl non c'è nessun riferimento a una menomazione di questo tipo e un gesto di sottovalutazione di quanto sia oggi importante non connotare negativamente una disabilità (in questo caso la ectrodattilia, malattia genetica che comporta la mancanza o lo sviluppo incompleto di una o più dita degli arti inferiori e/o superiori ndr). Questo è un dato di fatto, come le scuse necessarie da parte della casa di produzione prima e di Anne Hathaway poi. Se la Warner si è detta "profondamente rattristata" e di "rimpiangere qualsiasi offesa causata" e di aver in realtà lavorato "con designer e artisti per trovare una nuova interpretazione degli artigli a forma di gatto descritti nel libro", l'attrice ha affidato il suo mea culpa a un video di Lucky Fin Project, un'organizzazione senza scopo di lucro che sensibilizza proprio sulle disabilità.

"Da persona che crede fortemente nell'accettazione e detesta con tutto il cuore la crudeltà, vi porgo le mie scuse per il dolore che vi ho causato. Mi dispiace", ha scritto conquistando un ringraziamento da parte dell'account ufficiale del Comitato Internazionale Paralimpico, "voglio chiedere soprattutto scusa ai bambini affetti da ectrodattilia: ora che ne so di più, prometto mi comporterò meglio. E mi scuso in particolare con tutti quelli che vi amano con la stessa intensità con cui amo i miei figli. Mi dispiace di aver deluso le vostre famiglie". Un messaggio necessario vista la polemica divampata sui social che alcuni hanno percepito come sentito e sincero altri come una pezza per salvare il salvabile. Dunque, perpetuare stereotipi dannosi è da condannare, come sottolineato dalla nuotatrice paralimpica Amy Marren che su Twitter ha condiviso tutto il suo disappunto ammettendo di essere "pienamente consapevole" che si tratti di un film ma comunque "preoccupata" per la rappresentazione della disabilità come "qualcosa di spaventoso" e denunciando il rischio di stigmatizzare ulteriormente i già diffusi pregiudizi nei confronti di chi riporta problemi simili.

Tutto vero e indiscutibile, anche se la tendenza di trascendere sempre e comunque nella polemica può portare al rischio di rimanere incatenati al politicamente corretto, a non riuscire più a distinguere il confine tra cosa sia veramente offensivo e cosa no, tra le battaglie che vale la pena combattere in prima linea perché sono urgenti e infide e quelle che possono sì dare fastidio ma non posseggono l'anima della discriminazione e della diseguaglianza. Anche perché la caduta libera in una marea di cliché in cui a vincere sono solo le captatio benevolentiae di una retorica stucchevole e mettere in discussione la libertà di espressione tout court è altrettanto insidioso. Come sempre, In medio stat virtus rimane una sacrosanta verità.