In Argentina l'aborto è legale

Di Redazione Digital
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Photo credit: Marcelo Endelli - Getty Images
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From Marie Claire

Epocale e strutturale: in Argentina adesso l’aborto è legale, una notizia eccezionale da salvare in questo anno drammatico. Agli sgoccioli del 2020 le donne argentine possono finalmente vedersi riconoscere il diritto all’interruzione di gravidanza per scelta volontaria e non, come a oggi, nei soli casi di stupro o rischio di salute per la donna incinta. Dopo l’approvazione della Camera è arrivato anche il risultato del Senato che con 38 sì, 29 no e 1 astenuto ha approvato il disegno di legge che cambia le sorti delle donne sudamericane dopo il primo verdetto, negativo, di due anni fa. Questo è un lungo percorso con una vittoria sofferta per il movimento che ha riunito i collettivi femministi argentini, Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, e la miriade di donne scese in piazza negli anni con un simbolo semplice e incisivo, un fazzoletto verde, ma obiettivi tutt’altro che semplici da raggiungere. A oggi il nuovo disegno di legge approvato rende l’aborto una prestazione medica di base gratuita, introducono i programmi di educazione sessuale e la “depenalizzazione delle donne e di chi pratica un aborto oltre le 14 settimane se non rientra nelle deroghe previste”: fino a oggi le donne che abortivano illegalmente potevano essere condannate al carcere e, alla luce di casi del passato in cui le vittime non sono state per nulla protette dalla spirale mediatica, è stata finalmente introdotta anche la tutela della privacy per le adolescenti tra i 13 e 16 anni che richiedono un’interruzione di gravidanza dopo aver subito uno stupro.

Il tasto più delicato, e che si conferma tale, riguarda gli obiettori di coscienza: nel nuovo disegno approvato è prevista l’obiezione di coscienza individuale che può diventare anche una scelta nel caso di strutture ospedaliere private religiose. Il nuovo disegno, però, introduce l’obbligo di garantire l’interruzione di gravidanza in un altro ospedale caricandosi dei costi di trasferimento. Daniel Politi ed Ernesto Londoño del New York Times sono tra i primi a parlare di possibile “ripple effect” ovvero un effetto a catena, partito dalla nazione più conservatrice, che potrebbe cambiare le sorti di altri paesi del Sudamerica sul tema della legalizzazione dell’aborto e sicurezza delle donne. Una vittoria che è la più incisiva per il presidente di centrosinistra Alberto Fernández che aveva inserito la legalizzazione dell’aborto tra gli obiettivi più ambiziosi e cercati della campagna (sempre il NYT ricorda: l’attuale vice presidente, Cristina Fernández de Kirchner, durante il suo mandato di presidente dal 2007 al 2015 si è sempre opposta alla legalizzazione cambiando idea dopo le proteste del 2018 ). Gli altri paesi che hanno reso negli anni legale l’aborto nel Sudamerica sono Uruguay, Cuba e Guyana a segnare che la strada per questo effetto a catena è davvero lunga e tortuosa. Non ultimo, mentre a Buenos Aires tra mascherine anti-Covid e fazzoletti verdi le donne hanno atteso il verdetto ed esploso la loro gioia collettiva, non è certo passata in secondo piano la posizione di Papa Francesco, argentino, che nelle settimane passate al Twitter più recente, aveva invitato le donne a capo dei movimenti anti-abortisti a intensificare il loro attivismo.