Ariaferma anzi mossissima. A Venezia il cinema italiano racconta la vita dentro le quinte domestiche

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Photo credit: courtesy
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Il palazzone occupato dalle famiglie multietniche di Spin Time di Sabina Guzzanti; la palazzina infestata dagli inquilini sfrattati de I nostri fantasmi di Alessandro Capitani: l’umanità da pianerottolo di È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino; ma anche l’attico de Il Palazzo, fucina di progetti visionari, o la soffocante casa di famiglia al mare de Il paradiso del pavone di Laura Bispuri; fino ad entrare nelle aule austere de La scuola cattolica di Stefano Mordini o nel carcere sinistro di Ariaferma di Leonardo Di Costanzo.

Aspettando Tre Piani di Nanni Moretti, a Venezia il cinema scampato alla pandemia si esercita a raccontare come la vita continui a replicarsi, con i suoi twist, in un perimetro condominiale, dentro le quinte domestiche o in carcere. Se l’esistenza trasloca indoor, i luoghi chiusi diventano sì prigioni asfissianti dell’anima, ma sanno anche reinventarsi palestre di umanità, teatri di sperimentazioni tra convivenza e democrazia, cantieri di rese dei conti e nuovi equilibri familiari, anarchici vivai di creatività. Fino al claustrofobico cul de sac de Il Buco di Michelangelo Frammartino, da cui, a guardar bene, si aprono le sterminate praterie dell’inconscio.


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