Arrivare in fondo a SanPa su Netflix, sperando di maturare un giudizio netto, è un'ardua impresa?

Di Carlotta Sisti
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Photo credit: courtesy photo
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From Cosmopolitan

Arrivare in fondo a SanPa, sperando di riuscire a maturare un giudizio netto, è un'impresa che non m'è riuscita. Le 5 puntate della docu-serie di Netflix, sulla comunità di recupero per tossicodipendenti, fondata da Vincenzo Muccioli nell'Italia di fine anni Settanta, m'hanno lasciato addosso una sensazione bifronte difficile da spiegare, ma che mi pare essere piuttosto diffusa. E proprio in questa messa in circolo dell'incertezza del giudizi (benché prevalga ancora una nutrita maggioranza di persone polarizzate in pro o contro il "metodo Muccioli" ma anche pro o contro Muccioli stess), sta il valore dell'eccellente SanPa, scritta da Gianluca Neri, con Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli e diretta da Cosima Spender, che addentrandosi in una delle storie più controverse dell'Italia contemporanea, si sottrae con naturalezza alla questione morale, lasciando alle nostre teste la scelta più difficile. Che, come si diceva prima, è proprio quella di trovare una verità che non vacilli, che non tentenni, che non si faccia ammorbare dal dubbio. Nelle sfumature dei nostri dubbi, ecco che schierarsi è un'impresa ardua, un'impresa che, se avrete visto il documentario concorderete, riesce invece benissimo ai fan sfegatatati di Muccioli, come i Moratti, come Montanelli, ma soprattutto come Red Ronnie, unico presente nel documentario, sostenitore dalla prima ora all'ultima, figura, ci perdonerà (anzi, probabilmente no) dai tratti fanatici, completamente persa per l'uomo e il mito di Vincenzo Muccioli. Ma l'idolatria che prese lui, prese allo stesso modo e più tantissimi, sia chiaro, perché questa storia ha avuto inizio in un momento profondamente drammatico per il paese, un momento in cui, quasi da un giorno all'altro, le piazze in cui prima c'era smercio di erba e poco più, si sono riempite di eroina, regalata da spacciatori nuovi, diversi: "prima c'erano gli hippy - racconta uno dei protagonisti, Walter Delogu - poi ci siamo trovati questi con il completo che ci davano una "caccola" di brown sugar e una siringa pulita". Come potete immaginare, è stata subito una strage. Ed e da lì, dalle facce rigate di lacrime di genitori che si sono venduti tutto, pur di non far andare "a rota" (e sì, fa effetto sentire un allora 60enne familiarizzare con il gergo dei tossici di strada) il figlio, che, come racconta una madre, "sennò impazzisce e spacca tutto, che in casa non ho più niente", è da lì che parte l'impresa San Patrignano. Ovvero, un casolare di campagna a Coriano, sulle colline riminesi reinventato dal suo proprietario, Vincenzo Muccioli, a comunità di recupero, a costo zero, senza metadone, senza psicofarmaci e senza manco la psicoterapia. "E come li cura, questi ragazzi?", chiede un giornalista nella prima puntata, "li curo con delle iniezioni belle potenti, sa di che cosa? Di Amore", la risposta dell'uomo che da lì a poco sarà considerato alla stregua di un santo da una nazione intera.

Muccioli non chiede soldi, ma duro lavoro, dedizione, fedeltà assoluta. Da subito non fa mistero di ricorrere anche alle maniere forti, ("qualche sganassone può scappare, come scappa al padre che educa i figli”, “se c’è da trattenervi io vi trattengo” "scrivere a casa potete fin che volete, ma sappiate che le lettere io le leggo tutte") pur di portare gli ospiti sulla via della disintossicazione, in uno scenario in cui, come s'è detto più volte, lo Stato era impreparato, assente, incurante, eccetera. Ecco, nel vuoto di risorse e pure di interesse nel voler fare qualcosa di concreto per aiutare gli eroinomani, s'è inserito Muccioli, diventato da lì a poco una figura messianica, dotato di carisma, di parlantina, di battute brillanti e di capacità di convincere che gli importasse davvero, e molto, di quelli di cui non importava a nessuno, anzi: che erano diventati oggetto di un odio feroce, tanto che "i tossici? Ma che muoiano tutti" era un pensiero più che tollerato. Eppure proprio il ricorrere che si fece allora a un’idea di approccio autoritario famigliare, “paterno”, come se da questo non possa derivare altro che beneficio appunto, a prescindere dai mezzi usati per raggiungerlo, è ciò che oggi si fa ancora davvero molta fatica a mettere in discussione. Anche oggi, dunque, le prime accuse pesantissime al metodo Muccioli, arrivate un paio di anni dopo la nascita di San Patrignano e che riguardavano percosse e le così dette "chiusure" (ovvero isolamento in spazi angusti di soggetti che si erano resi colpevoli di comportamenti degni di una dura punizione) per non dire delle catene (tant'è che il primo processo a Muccioli, nel 1983, si chiamò "processo delle catene") con le quali i ragazzi e ragazze erano impossibilitati a muoversi, non sconvolgono quanto dovrebbero. E non lo fanno solo a un risoluto Montanelli di repertorio che in un'intervista a Red Ronnie di quegli anni afferma convinto che l’educazione “è crudeltà”, ma all'opinione pubblica tutta, ancora troppo sconvolta dalla paura dell'eroina. Sono gli stessi genitori dei ragazzi, d'altronde, che in tribunale a sostenere Muccioli, dicono "ne avessi avute io, di catene, ben vengano le catene se gli impediscono di andarsi a bucare".

Muccioli esce dal processo delle catene più forte che mai, la sua parabola è inarrestabile, è sempre in tv, è conteso di politici tutti (e a nessuno di loro cederà mai), San Patrignano passa da avere 600 a oltre duemila ospiti, e le ombe, a quel punto, tornano più cupe e drammatiche che mai. Prima i suicidi (presunti), due, uno dietro all'altro, quindi le sbarre alle finestre e il filo spinato intorno ai reparti, e poi l'omicidio Marzano e la scoperta di un sistema fatto di botte e di reparti punitivi, di omertà e probabilmente di molta misoginia (tant'è che Musccioli si circondava solo di donne, e alle accuse di violenze sessuali avvenute dentro alla sua comunità rispose con la celebre "scena dell'anello" che non si può commentare) e da lì l'inizio della fine per quello che era stato fino al giorno prima incoronato in un show televisivo "l'uomo più buono d'Italia". Quell’idea di società correttiva, in cui i casi più difficili e ribelli venivano relegati a lavorare in una porcilaia se uomini, o in un settore dedicato alla tessitura se donne, affidati alla discrezione di capi reparto violenti, è una parabola fin troppo didascalica di un ideale conservatore (c'è chi dice fascista), ma che trova ancora troppe analogie con il presente, in cui il vertice carismatico si fa sempre più lontano dalle problematiche degli ultimi, e il bene della struttura diventa superiore rispetto al bene del singolo. Il singolo diventa così anomalia, le sue istanze vengono schiacciate e, nel caso delle vittime accertate, così è stato anche per la loro dignità di esseri umani.

"Vincenzo era magnetico, invadente e perfetto per suscitare identificazioni o dissociazioni - spiega Fabio Cantelli Anibaldi, ex ospite di San Patrignano, di cui è stato anche portavoce, oggi filosofo - Io ho visto ospiti passare, da un giorno all’altro, dall’adorarlo come un dio al criticarlo come un aguzzino. Dinamiche che si sono ripetute anche all’opinione pubblica. Ne sono stato immune perché ho conservato la distanza critica e ho conosciuto Vincenzo nell’intimo, vedendone la grandezza ma pure le fragilità". Interrogato sulla "presa di distanze" della comunità dalla docu-serie, dice a Il resto del Carlino: "Speravo che la comunità in 25 anni fosse maturata. Oggi come allora non accetta ritratti che non siano elogiativi o agiografici. L’ho vissuto quand’ero il responsabile della comunicazione negli anni terribili dell’ultimo processo (per l’omicidio Maranzano)" Ho sognato che la serie venisse presentata a Sanpa, lo immaginavo come un momento emozionante di reciproco riconoscimento e riconciliazione perché siamo tutti parte della stessa storia. Ma la comunità, o almeno chi la gestisce, si comporta come l’unica artefice e accreditata a parlarne, custode dell’ortodossia". Mentre più che la rigidità di un'ortodossia, lo ha spiegato molto bene lo stesso Cantelli, testimone più illuminante e commovente, questa è una storia di "verità sfuggente", e tale rimane, nonostante le cinque ore e più di scavo, di indagine, di riflessione. Sìì, ci si avvicina a un'idea, eppure al contempo se ne riesce a contemplare l'ambivalenza, e trent'anni dopo le domande, tante, senza risposta ci fanno stare scomodi, davanti ai titoli di coda di SanPa.