Bérénice Bejo si racconta e ci racconta il suo ruolo nel nuovo film di Sergio Castellitto

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Photo credit: Philippe Quaisse/Pasco
Photo credit: Philippe Quaisse/Pasco

E all’improvviso compare Bérénice. Dopo mezz’ora senza video, quando ormai siamo alle ultime domande, il suo schermo riprende a funzionare e lei è lì con la pompetta delle gocce per l’otite in mano e gli occhioni di Peppy Miller spalancati (vi ricordate The Artist?): «Non ci speravo più... Non mi lascerà proprio adesso che finalmente riusciamo a vederci?», dice. Argentina naturalizzata francese (i suoi fuggirono dalla dittatura di Videla quando lei aveva tre anni), sposata con Michel Hazanavicius (hanno due figli, Lucien, 13 anni, e Gloria, 10), è la protagonista del nuovo film di Sergio Castellitto, Il materiale emotivo (nelle sale), dall’ultima idea di Ettore Scola: la graphic novel Un drago a forma di nuvola scritta con Furio Scarpelli e Silvia Scola, che Margaret Mazzantini ha sceneggiato per questo film, presentato al Bari international film festival.

È stata male la notte scorsa, è andata dal dottore e si è ricordata della nostra intervista solo tornando a casa, trafelata. Una concitazione che un po’ ricorda Jolande, la protagonista del film, un ciclone che irrompe nella tranquilla routine di un libraio italiano a Parigi (Sergio Castellitto) e in quella di sua figlia Albertine (Matilda De Angelis), paraplegica e silenziosa in seguito a un incidente.

Mi racconta di quanto siano brave le nostre Matilda: De Angelis, appunto, e Lutz, protagonista dell’ultimo film di suo marito, Z (comme Z); della sua passione per il giardinaggio; di come non abbia la minima idea della percezione che i fan hanno di lei: «Non ho social e non ho mai letto una riga su di me»; del fatto che siano passati ormai quasi tre anni da quando ha girato Il materiale emotivo e che nel mezzo abbiamo imparato tutti una lezione, che «la vita è come il cinema: non è mai solo il film di quel regista o di quell’attore, è un lavoro di squadra dove chi è nell’ombra è fondamentale quanto chi non si vede. L’addetto alla security del grande magazzino e il ragazzo che ci porta il caffè la mattina sul set».

Photo credit: Philippe Quaisse/Pasco - 123
Photo credit: Philippe Quaisse/Pasco - 123

Lei è stata un uragano nella vita di qualcuno? O qualcuno lo è stato per lei?

Be’ in fondo con Michel è andata un po’ così... Ci siamo conosciuti e innamorati, le nostre vite sono cambiate, abbiamo condiviso progetti, vita e figli. Non c’è la sofferenza di Vincenzo e Jolande, siamo fortunati. Ecco, non vorrei un uragano troppo forte nella mia vita...

In Jolande non ci sono confini tra vita e recitazione, è come una scintilla che riaccende le giornate di Vincenzo...

Ogni volta che arriva sembra che entri in scena, ogni giorno interpreta un ruolo diverso. Piange, ride, si innamora e poi si innamora davvero, e questa cosa la prende alla sprovvista.

Si sente bene in quel luogo raccolto, nel silenzio rotto solo dalle citazioni colte di Vincenzo. E per lei? I libri sono un balsamo?

Oh sì e intendo proprio i libri di carta. Non li considero oggetti sacri, li porto sempre con me, li sporco di cheeseburger, ci scrivo sopra gli appuntamenti, li devo far diventare miei. Sul set ogni tanto qualcuno mi guarda come se fossi un’aliena: “Oh, leggi un libro!”.

Quello di Vincenzo è un mondo a rischio, come va coi suoi figli?

Per fortuna leggono ancora molto. Fumetti giapponesi ma anche Alexandre Dumas o Jack London. Un libro è sempre stato il premio dopo il dentista o il parrucchiere... È così triste vedere i ragazzi ingobbiti sullo smartphone in metropolitana. Il mio figlio più grande ha un telefonino e ogni giorno è una battaglia ma è il loro mondo, non glielo possiamo negare.

Ci sono pagine che le capita di rileggere?

Non ho mai riletto un libro due volte, non ho tempo, ne ho ancora troppi da scoprire. Chissà, forse quando sarò vecchia. Se mi piace tanto, ne compro dieci copie e le regalo.

Le capita mai di trascrivere qualche frase?

Ho amici che lo fanno e sono ammiratissima quando le citano a memoria, io non riesco neanche con le parole delle canzoni che ho ascoltato 300 volte. Forse mi è capitato un paio di volte con Victor Hugo...

Questo film è stato scritto da Margaret Mazzantini e diretto da suo marito Sergio Castellitto: cosa c’è di diverso quando lei lavora con Michel?

Sul set diventa il mio regista, lavoriamo molto bene insieme ma non ci comportiamo certo come il dio e la sua musa. Siamo molto rispettosi dei ruoli e del resto del cast. Lo stesso rispetto che ho visto tra Margaret e Sergio.

Quanto è importante per un attore mantenere il contatto col mondo, capirlo, entrarci in empatia?

Ho incontrato grandi attori con zero empatia (ride)... Devi conoscere un’emozione più che comprendere una persona. Per quanto mi riguarda, faccio una bella vita ma molto normale, i miei figli vanno a una scuola pubblica e non possiedo yacht o dieci ville in giro per il mondo, mi sento calata nel mondo e, sì, mi interessa capire la gente, mi aiuta anche nel lavoro.

Lei ha lavorato con registi di tutto il mondo: come cambia l’idea di cinema dall’Argentina agli Stati Uniti alla Francia?

Cambia il modo di organizzare il lavoro. Ho appena lavorato con Francesca Archibugi che lavora con tre macchine da presa, Michel odia averne anche solo due, Asghar Fahradi può riprendere per due settimane una donna seduta su una sedia, c’è chi fa solo due ciak per scena e chi prova e riprova per avere tutte le opzioni possibili in fase di montaggio... Alla fine ci sono una telecamera, un regista e degli attori. La differenza la fanno la personalità e la visione del filmmaker.

Da chi ha preso la passione per il cinema?

Sono cresciuta con due genitori cinefili. Mio padre è capace di svegliarsi alle due di notte per rivedere una certa scena... Quando ero piccola, programmava il videoregistratore ma se, per caso, il film iniziava dopo i titoli di testa la serata cinema saltava, nonostante le nostre lagnanze. Era un evento talmente speciale che ho sempre desiderato far parte di quelle storie.

“Le illusioni sostengono le nostre ali”, dice a un certo punto Vincenzo...

Dobbiamo continuare a dare ai nostri figli storie, sogni e speranza, senza sogni non possono volare.

Photo credit: Philippe Quaisse/Pasco
Photo credit: Philippe Quaisse/Pasco

Una parte che avrebbe voluto interpretare?

Quella di Shirley Maclaine nell’Appartamento di Billy Wilder. Una delizia. Cosa non sono lei e Jack Lemmon in quel film...

Diceva di Francesca Archibugi. Ha interpretato Luisa nel film Il colibrì di Sandro Veronesi. Sa che ci sono grandi aspettative, vero?

E sa che io non credo nel destino ma questa volta ci sono andata vicina? Sandro Veronesi mi aveva mandato il libro. Finito di leggere Les Miserables mi son detta: dopo un classico passiamo a qualcosa di leggero. Non lo conoscevo, lo confesso, ma amo l’Italia e gli italiani, così l’ho iniziato. Ho subito pensato: Luisa vive in Francia, potrei essere io, chissà... L’ho finito in una settimana e ho pianto per mezz’ora. Quel pomeriggio avevo una riunione con Michel, l’ho chiamato e gli ho detto: devo farmi una doccia e truccarmi, sono impresentabile... Un giorno vado in libreria con mia figlia a ordinare il film Caos Calmo, tratto da un altro libro di Veronesi, esco e mi chiama un produttore: “Ho un progetto per te, è in Italia... Ho subito pensato: non può essere già Il colibrì, l’ho appena letto... E invece, una settimana dopo ero a bordo. Non avevo realizzato che avrei dovuto parlare parecchio in italiano, ho lavorato tanto, spero di non essere così male... Francesca è così passionale e lavorare con Picchio (Pierfrancesco Favino) è stato così interessante, è un grande attore... Non ho visto il film finito, anche io ho grandi aspettative.

E Z (comme Z) di Michel Hazanavicius?

È una commedia horror che abbiamo girato in poco tempo: Michel si è preso una pausa dal film d’animazione sulla Shoa che sta disegnando, un progetto bellissimo, importante. Z (comme Z) è il remake di un film giapponese, parla di una troupe che sta girando un film di zombie ma poi qualcosa va storto. È una dichiarazione d’amore al cinema, al lavoro di squadra perché qualsiasi cosa succeda quando inizi un film vai avanti, fino alla fine. È un ritorno alle atmosfere dei suoi primi film, molto divertente e speciale.

Cosa ha cambiato davvero la pandemia nella sua vita?

Credo che abbia insegnato un po’ a tutti a liberarci dall’ansia di dover per forza essere in quel posto, comprare tutto, diventare quella cosa. Ho imparato un po’ a lasciare che la vita venga a me... Parlo da persona fortunata che per un anno ha potuto fermarsi e dare comunque da mangiare ai suoi figli.

Il passatempo preferito in quei mesi chiusi in casa?

Innumerevoli partite a scopa tutti insieme.

È competitiva?

Io per nulla. Michel da morire. Se perde è una tragedia.

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