Bambini e salute mentale: giocare con i coetanei da piccoli aiuta a crescere meglio

Secondo una nuova ricerca, i bambini in età prescolare che giocano con i coetanei, godranno di una migliore salute mentale man mano che crescono.

I risultati mostrati dei ricercatori dell'Università di Cambridge, forniscono la prima chiara evidenza che la "capacità di giocare tra pari", ha un effetto protettivo sulla salute mentale.

I ricercatori hanno analizzato i dati di quasi 1.700 bambini in Australia, raccolti quando avevano tre e sette anni. Quelli che giocavano proficuamente tra pari all'età di tre anni hanno mostrato un migliore equilibrio psicofisico quattro anni dopo.

I soggetti tendevano infatti ad avere una minore iperattività, genitori e insegnanti riferivano meno problemi comportamentali ed emotivi ed erano meno propensi a litigare con altri bambini.

È significativo che questa connessione sia generalmente valida anche quando i ricercatori si sono concentrati su bambini particolarmente a rischio di problemi di salute mentale, dati alcuni fattori scatenanti come i livelli di povertà, o una madre con grave disagio psicologico.

La ricerca suggerisce che offrire ai bambini piccoli l’opportunità di giocare con i loro amici potrebbe essere un modo per avvantaggiare in modo significativo la loro salute mentale a lungo termine.

«Pensiamo che questa connessione esista perché attraverso il gioco con gli altri, i bambini acquisiscono le capacità per costruire forti amicizie quando crescono e iniziano la scuola. Anche se sono a rischio di salute mentale precaria, quelle reti di amicizia spesso li tutelano», ha dichiarato la dott.ssa Jenny Gibson, del Centro Play in Education, Development and Learning (PEDAL) presso la Faculty of Education, Università di Cambridge.

I bambini che hanno partecipato alla ricerca quando avevano tre anni, mostrano a sette anni una diminuzione dei problemi legati all’iperattività pari all'8,4%, di condotta dell'8%, dei problemi emotivi del 9,8% e dei problemi di interazione con i coetanei del 14 per cento.

Lo studio è pubblicato su Child Psychiatry & Human Development.

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