Benvenuti nell'epoca degli LP

Di Ezio Azzollini
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Photo credit: Photo by Friso Baaij on Unsplash
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From Esquire

In un modo o nell’altro il piatto ha girato per tutto questo tempo, e ora il volume è tornato altissimo: il vinile c’è e si sente. La fiducia che un decennio fa si percepiva nella stampa americana di settore è evoluta in constatazione: il 2020 è stato, tra le altre cose, l’anno in cui negli Stati Uniti dopo quasi trentacinque anni la vendita di album in vinile ha ufficialmente superato quella dei CD.

Lo ha certificato mesi fa nel suo mid-year report la RIAA (Recording Industry Association of America), e guardando ai primi sei mesi dell’ultimo anno, più che un sorpasso è un doppiaggio con tanto di vrùm e sorriso nello specchietto. Tra gennaio e giugno gli incassi statunitensi da vinile sono stati di 232,1 milioni di dollari, nello stesso periodo quelli da CD si sono fermati 129,9 milioni: non accadeva dal 1986.

Photo credit: Tim Roney - Getty Images
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Bollarla semplicemente come la ripercussione dell’ascesa dei servizi di streaming on demand, vuol dire guardare solo al Lato A della faccenda. Nessuno compra più album, quando può attaccare gli auricolari allo smartphone e ascoltare tutta la musica che vuole: se non del tutto giusto quasi niente sbagliato, eppure sarebbe sbrigativo fermarsi qui. Se non altro perché se Spotify, Apple e compagnia cantante sono bastati a mandare in crisi il mercato del CD, ne ha evidentemente risentito meno quello del vinile: è anche questa la significativa linea di demarcazione tra il primo, prodotto, e il secondo, culto. Effetto-Covid? Anche quello sembra esserci solo per il CD: vendite diminuite del 47,6% rispetto ai primi sei mesi del 2019, mentre il +3,6% del vinile parrebbe testimone di un virus che non ha effetto via puntina. Il rialzo è addirittura superiore al 4% nel Regno Unito, terra dell’avanguardia del vinyl revival.

Quello del revival è un concetto che nel frattempo comincia a stare stretto: secondo i dati della RIAA il 62% dei ricavi da supporti fisici dell’industria musicale sono vinyl album revenues. Un tempo feticcio, in seguito vezzo, il disco in vinile ha lasciato i mercatini per tornare nel mercato vero, ben prima di quanto il più ottimista potesse immaginare. Nel 2015 il Rolling Stone riportava la posizione di Tom Corson, all’epoca presidente di RCA Records, oggi co-presidente e CEO di Warner Records, a proposito della crescita del vinile. «La viviamo con piacere, è un prodotto sexy e alla moda. Ma nella musica rappresenta un investimento emotivo, solo una piccola percentuale del nostro business. Gli dedichiamo la giusta quantità di risorse, ma non è qualcosa per cui abbiamo un reparto dedicato»: nonostante la condiscendenza per quel figlio difficile, più bizzarro e alternativo, il mercato era un altro.

Se ogni storia d’amore è declinata da alti e bassi, non c’è dubbio che siamo ben oltre il flirt passeggero. E qui si tratta di una storia d’amore: perché il vinile ama la musica è la tagline del documentario Vinilici, da dicembre su Prime Video. Il film di Fulvio Iannucci, scritto da Nicola Iuppariello e Vincenzo Russo, intercettava nel 2018 tutti i segnali dell’imminente sorpasso e di un culto nuovamente in ascesa, che da tempo stava abbandonando la nicchia che lo aveva protetto nei tempi bui. Ora la specie in estinzione è tornata dominante sul pianeta dei supporti musicali fisici: tutti indubbiamente démodé, ma questo è un vestito nel quale il vinile è sempre stato a suo agio.

Vezzo, mica tanto: per i cultori il vinile è un concetto rituale, un metodo con la propria gestualità, una autodisciplina di scansione del tempo libero. Il vinile costringe all’ascolto più che al consumo, alla dedizione a prendersi il tempo di un LP, a dirla con i Baustelle. Nell’era multitasking del tempo compresso e sovrapposto, una piccola rivoluzione. «Mettere su il disco, dopo venti minuti tornare al giradischi e per cambiare lato, è un ritorno alla fruizione della musica non tanto come sottofondo mentre faccio le pulizie, ma: adesso mi ascolto un disco», racconta nel documentario il bassista Faso di Elio e le Storie Tese.

«Ascoltarsi un disco intero in un’epoca in cui la parola d’ordine è tutto subito, e tutto male, vuol dire prendersi il proprio tempo, l’attenzione, che è quello che abbiamo fatto quando avevamo quattordici anni», dice Elio. E ancora Faso: «Lo ascolti tutto, nell’ordine in cui l’artista ha pensato di proporti i brani, che non è casuale, e le canzoni arrivano in fondo al disco come ti viene proposta la trama di un film». Le parole di collezionisti, negozianti, investigatori e artisti sono incastonate tra i ricordi e i commenti, tra gli altri, di Renzo Arbore, Carlo Verdone, Red Ronnie, Claudio Trotta, Gianni Sibilla, Claudio Coccoluto, che rievoca quel pomeriggio in cui comprò Wish You Were Here, e portò gli amici a casa per ascoltarlo «in silenzio dal primo all’ultimo solco, per commentarlo alla fine».

La banana di Warhol per i Velvet Underground, l’urlo schizoide di Godber per i King Crimson, il mucchio selvaggio di Sgt. Pepper’s: a partire dagli anni Ottanta il formato CD rappresentò anche la mortificazione dell’inventiva di chi era entrato nella storia dell’arte almeno quanto in quella della musica lavorando sulle copertine degli LP. Banalmente, fu impossibile approcciarsi a una copertina che sarebbe stata stampata in 12x12 con la stessa verve creativa nell’illustrare un disco e concepirne la presentazione all’interno, trasferire sotto plastica trasparente lo stesso incanto delle copertine iconiche che erano state l’accompagnamento della vita di due generazioni.

Quanto alle icone: quella dell’eterno ritorno, il serpente che mangia se stesso, ha pure la forma circolare di un disco. Ma più che il dono del ritorno, nel rapporto con il tempo, l’usura e la modernità va piuttosto riconosciuto al vinile quello della resilienza e della persistenza. Sul fronte tecnico la catena puramente a dominio analogico è di fatto scomparsa assieme alla registrazione a bobina. Ma l’odierna incisione su vinile, quasi un ibrido tra digitale e analogico è il coerente panorama su una aspettativa di vita, più che di sopravvivenza. Fuori dalla comfort zone della nostalgia il vinile c’è e si sente. Continuano a nascere in maniera sempre meno sporadica nuove fabbriche e nuove macchine per la produzione in vinile: è l’indizio che tra quei solchi che la piccola Amélie Poulain credeva fatti con la macchina da crêpes ci possa essere più futuro di quanto l’irruenza dell’era digitale avrebbe lasciato mai immaginare.