Bergamo, arte, cultura e nuovi business per uscire dalla crisi

Di Valeria Vignale
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Photo credit: Gianfranco Rota
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«Eravamo pronti a far esplodere un virus di bellezza e allegria. E invece...». Invece è stata la pandemia ad afferrare la “bella e stakanovista” Bergamo, come la definisce Francesco Micheli, chiamato a dirigere il Teatro Donizetti (nella foto) per farne il cuore creativo della città e inaugurarlo ristrutturato a fine 2020.

Per non soccombere alla chiusura dei battenti, Micheli ha rispettato l'appuntamento riaprendo il sipario sul web, conquistando 2.200 abbonamenti e mettendo il festival Donizetti Opera al servizio della comunità. L'opera cura l'anima. Dal dolore alla rinascita è il titolo dell'iniziativa nata con la consulenza di una psicologa per suggerire che l'arte, oltre che piacere e svago, è anche un balsamo per le ferite di un anno durissimo. «Teatranti e terapeuti lavorano entrambi con la materia prima dell'emotività e dei sentimenti, lo stesso Gaetano Donizetti ha messo in scena i pazzi di uno studio psichiatrico e noi abbiamo cercato i punti di contatto tra l'opera e la nostra esperienza, proponendo domande e riflessioni da condividere anche in futuro in una specie di diario», continua Micheli. «Così ho allestito un ospedale dell'anima di cui mi sento primario, visto che il teatro è anche un luogo di memoria». Ha coinvolto nel lavoro Francesca Corna, psicologa bergamasca trapiantata a Parigi e specializzata in traumatologia. «Bergamo ha vissuto un trauma e, nell'isolamento, sono mancati i riti che aiutano le ferite psichiche a cicatrizzare. Perciò abbiamo offerto ai bergamaschi la possibilità di condividere gli stati d'animo» racconta. «Molti dicono di aver trovato un sostegno nella bellezza della natura, nella musica o nel silenzio. Il bello ci aiuta. E per una volta, in una comunità che parla poco e lavora molto, è emerso l'essere, più che il fare».

A un anno dal momento più duro dell'emergenza covid, quel 18 marzo in cui si videro partire i camion con le bare delle vittime in cerca di sepoltura, Bergamo ha affinato l'arte della resilienza in molti modi, a cominciare dall'etica del lavoro che da sempre scorre nelle sue vene. E con la creatività dei più giovani. La startup Dalfilo, nata a dicembre, ha fatto tornare all'opera le artigiane che confezionavano lenzuola per i migliori alberghi della zona e si erano fermate insieme al turismo. Ora un sito propone a prezzi accessibili, con spedizione in tutto il mondo, la biancheria in cotone, percalle e raso di alta qualità. «Dopo aver lavorato in una banca svizzera ho deciso di tornare qui, dove i miei hanno un'azienda tessile, pensando di creare un'attività nuova basata sull'e-commerce. L'idea giusta ci è venuta quando abbiamo visto la filiera d'eccellenza bloccarsi per il covid», racconta Matteo Bertasa, 27enne ideatore di Dalfilo insieme a Davide Trabucchi, responsabile del marketing. I due amici hanno messo insieme una squadra di under 30 che lavora in smart working anche da altre città europee (Zurigo, Francoforte, Barcellona) e, in tre mesi, hanno ricevuto oltre 600 ordinazioni e il premio Prodotto dell'anno per l'innovazione.

Photo credit: D.R.
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«Prima abbiamo coinvolto una social media specialist e una interior designer per gli shooting fotografici, e ora abbiamo assunto anche un ragazzo fresco di master alla Bocconi», aggiunge Davide. «La grande soddisfazione è aver rilanciato il settore, sperando che altri come noi credano nell'artigianato italiano che è un vanto nel mondo».

Neppure i ragazzi di Nutopia si sono lasciati fermare dalla pandemia. Dal 2010 gestiscono Edoné e altri spazi che, soprattutto d'estate, sono punto d'incontro giovanile con self-service, spettacoli e concerti all'aperto. «Con il lockdown dello scorso anno, abbiamo potenziato il delivery del Pony Burger, proponendo a ogni consegna anche una piccola donazione all'ospedale Papa Giovanni XXIII», racconta Marco Bonomi, 31enne tra i più “vecchi” di quest'associazione diventata in 10 anni un polo ricreativo-culturale che ha dato lavoro a tanti altri giovani. «È strano dirlo in questo periodo, ma stiamo lavorando per aprire un nuovo spazio a maggio: è l'ex centrale elettrica Daste Spalenga che, dopo aver vinto un bando con altri partner, ci è stata data in gestione dal Comune per 15 anni», dice Martina Cesani, 27 anni, che ha iniziato giovanissima lavorando al bar di Edoné ed è diventata progettista culturale a tempo pieno dopo la laurea. «In 3.000 metri quadri potremo offrire molte attività al territorio, nell'area di Celadina, anche in sicurezza. E questo impegno ci aiuta a vedere la luce in fondo al tunnel».

Mentre Bergamo registrava il 568% di morti in più rispetto al 2019 (tuttora risulta una delle città più colpite al mondo con una stima ufficiosa di 6.600 morti e un'incidenza superiore, secondo l'Istituto Mario Negri, anche a quella di Wuhan e a New York), a marzo dell'anno scorso i soci del Maite - Città Alta social club hanno chiuso il circolo culturale per trasformarsi negli angeli della città. «Abbiamo appeso dei volantini in giro offrendoci a chi aveva bisogno della spesa o di altre commissioni, creando una rete di circa 200 volontari supportata da Medici senza frontiere», racconta Giacomo Zambetti, 27enne che da qualche mese, finita l'emergenza, si sta dedicando alla trasformazione dell'ex carcere della Città Alta, affidato al Maite dal Comune per farne un “creativity hub”.

Quello che è difficile tenere alto è l'umore, nell'onda lunga della pandemia, ma a provarci è una star locale di parodie in dialetto bergamasco: Vava77, cantante e doppiatore demenziale, ha recentemente trasformato il rockettaro I get knocked down dei Chumbawamba in A ghe 'l lockdown, per fare solo un esempio tra i video di YouTube che diventano virali in queste aree. «Il virus ci ha tolto tante cose, ma dopo i primi mesi mi sono chiesto: devo smettere di essere me stesso? Ho scoperto che sorridere è anche una scelta, uno sforzo necessario per resistere», racconta lui, al secolo Daniele Vavassori, professione grafico, che definisce le parodie il suo “sfogo creativo”. «Questo non significa anestetizzarsi e non sentire il peso della vita, ma piuttosto guardarlo in faccia e dire: vado avanti».