Bianca Oresta, biologa dell'Humanitas, è una delle nostre donne Active #elleactive

Di Federica Furino
·3 minuto per la lettura
Photo credit: courtesy
Photo credit: courtesy

From ELLE

Bianca Oresta fa la ricercatrice all’Istituto clinico Humanitas di Milano. Non ha ancora 30 anni, è al termine del suo dottorato e ha appena firmato uno studio destinato ad aprire nuovi scenari nella lotta al tumore della vescica. Non dovrebbe essere una notizia, e invece lo è. Perché i laboratori sono pieni di ragazze brave e talentuose, ma non sempre a quei numeri e a quel talento corrisponde la giusta visibilità: più il 65% delle ricerche pubblicate, infatti, è firmato da uomini. «È un problema comune a tanti ambiti. Anche se di ragazze laureate in medicina e discipline affini ce ne sono tante, sono poche quelle che riescono ad avere un laboratorio proprio e l’indipendenza necessaria per firmare gli articoli. Cosa che, tra l’altro, si porta dietro una mancanza cronica di modelli».

Nell’edizione dei Nobel più femminile di sempre, il premio per la medicina è comunque andato a tre uomini.

È un peccato: un Nobel per la medicina a una donna sarebbe di stimolo e di esempio per molte ragazze. Spero che il tempo cambi le cose. Ma il problema, a mio avviso, non è tanto la discriminazione di genere, non credo che volutamente si metta il lavoro delle donne in secondo piano.

E allora qual è?

Secondo me la difficoltà a conciliare il laboratorio con la vita privata. Quella della ricerca è una vita di sacrifici e non ti abbandona mai, se hai un passaggio da risolvere il pensiero è lì anche durante il weekend, e non se ne va finché non hai trovato una soluzione.

Nel suo team come vanno le cose?

Noi funzioniamo molto bene, anche perché il nostro capo è una donna. Maria Rescigno. In questo mi sento fortunata.

Come ha scelto questa professione?

Credo che sia stata la curiosità a spingermi. Da piccola i miei zii mi regalarono un microscopio e quello fu probabilmente l’inizio di tutto. A scuola amavo le materie scientifiche e arrivato il momento dell’università scegliere biologia è stato abbastanza automatico.

Qual è la caratteristica più importante che deve avere una ricercatrice?

La creatività e la determinazione. Ricerca vuol dire farsi delle domande giuste per formulare ipotesi e risolvere i problemi.

Lei, così giovane, ha già all’attivo uno studio importante.

Io mi occupo di tumore della vescica. In particolare, sto studiando le ragioni che provocano la resistenza alle terapie, una condizione che si verifica in molti pazienti. Con questa ricerca, che è l’obiettivo del mio percorso di dottorato e la mia prima pubblicazione, abbiamo individuato un marcatore che speriamo ci possa dire in futuro quali pazienti risponderanno in maniera eccellente alla chemioterapia e quali invece richiederanno terapie diverse. Ovviamente non è un punto di arrivo ma di partenza, per capire le caratteristiche molecolari di ogni paziente per approcciare la malattia nel modo migliore migliorare le speranze di vita.

Il Covid ha impattato sul suo lavoro di ricercatrice?

Sì. Io mi occupo di oncologia, e siccome durante la prima fase dell’emergenza i pazienti non potevano più venire in ospedale, alcune delle nostre attività si sono fermate. Per contro, in questi mesi la proposta di corsi e congressi è aumentata: si fa tutto in digitale, non si spende per viaggiare e la possibilità di aggiornarsi è cresciuta. Avvicinarsi alla ricerca ora è più facile, anche per i giovani.

Quanta strada deve fare ancora una ragazza che studi materie scientifiche per abbattere gli stereotipi?

In tante facoltà scientifiche purtroppo la presenza femminile è ancora scarsa. Ci hanno raccontato per troppo tempo che questi studi non facevano per noi che alla fine ci abbiamo creduto. E invece conta solo essere motivati. Servono iniziative dedicate, laboratori nelle scuole. E zii o genitori che, oltre alle bambole, alle bambine regalino i microscopi.