Biografia di Alessandro Serra, genio della regia dall'estetica pluripremiata

Di Giada Vailati
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Photo credit: Courtesy photo
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From Harper's BAZAAR

Fra i più grandi nomi del teatro contemporaneo italiano si staglia a caratteri cubitali quello di Alessandro Serra, mago dell’immagine, genio della regia. Si avvicina allo spettacolo molto presto: in una biografia racconta di quando da bambino, in collegio, faceva il “teatro segreto” con i suoi compagni. Era diverso da quello che si faceva in classe con le suore che facevano recitare, cantare e danzare: Alessandro invitava i suoi compagni alla sacra visione, che si raggiungeva girando su sé stessi ad occhi chiusi fino a riuscire a vedere Gesù.

Photo credit: Alessandro Serra
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Frequenta le scuole elementari già con le idee chiare: le sue prime regie nascono con i pupazzi disposti sulla “nicchia del muro, molto alta, a ripiani” di casa o con i pezzi di corteccia ottenuti temperando le matite, figure sbilenche a cui dava voce. Alessandro cresce con un innato occhio registico, si appassiona al rugby, “un rito di guerra che è filosofia” dal quale assorbe leggi fondamentali che rimangono indelebili nel suo corpo, e poi alla fotografia, scoperta a diciotto anni e mai più abbandonata: esperienze queste che, unite agli studi di antropologia e alla formazione come attore, segnano profondamente la sua sensibilità artistica, nutrendo e facendo germogliare il suo genio. Fra le sue produzioni più famose troviamo Macbettu, capolavoro vincitore del Premio Ubu 2019: una totale riscrittura del Macbeth di Shakespeare in sardo, la lingua del padre a cui dedica l’opera, recitato da soli attori uomini come succedeva in epoca elisabettiana, spettacolo che sta girando il mondo intero.

Photo credit: Alessandro Serra
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È incredibile la forza con la quale quest’opera riesce a inglobare e trasportare lo spettatore dentro il proprio universo, obiettivo ricercato da tutti ma raggiunto da pochi: siamo in un tempo lontano vissuto da uomini antichi, l’ambientazione è quella dei carnevali della Barbagia, paesaggio altamente suggestivo che riaccende archetipi e fa riflettere sulle origini. Si accendono le luci (altro capolavoro della scena di Serra) e lo spettatore è catapultato in una dimensione altra, in un viaggio che fa tappa nell’inconscio più profondo e in un passato immaginato. “Le radici esistono e infondono nutrimento anche se non ce ne accorgiamo, o peggio, se decidiamo di ignorarle. Qualcosa di antico e dimenticato, che comunque continua ad agire. Il teatro è una pratica che alimenta questa connessione con la sorgente”. (Alessandro Serra, catalogo Biennale Teatro 2019).

Corre voce che la cura che Serra riserva a ciascun elemento scenico sia quasi maniacale: oggetti, costumi, maschere, fotografie di scena, ciascuna cosa viene scelta e modellata dal regista prima di arrivare all’occhio dello spettatore. Il risultato è decisamente grandioso: con più di dieci spettacoli all’attivo, la maggior parte dei quali ha ricevuto innumerevoli premi e ha avuto intorno alle cento repliche, Alessandro Serra è oggi uno degli artisti italiani dall’estetica più riconoscibile e più invidiati nel mondo.