Boom delle produzioni: l'Italia è un set

di Ilaria Solari
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Photo credit: Samantha Zucchi Insidefoto - Getty Images
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La macchina dei sogni ha colpito ancora. Dopo il sondaggio che ha raccolto più di 5.000 risposte, registrando un'inesauribile passione per il cinema e la voglia di tornare nelle sale in sicurezza, Movie Confidence, il progetto di Hearst Italia che sostiene l’industria cinematografica, si è spinto dietro le quinte, tra produzioni e set, cuore pulsante in cui i film e le serie prendono vita. Immaginavamo di fotografare uno dei tanti settori in crisi di questa pandemia, ma con uno dei suoi colpi di scena, è stato il cinema a restituirci fiducia: dietro al fenomeno di straordinaria mobilitazione che ha generato un boom di produzioni in questi mesi in Italia, c’è una storia da film. A questa rinascita talmente in crescita da sfuggire a una quantificazione, Piera Detassis, direttore artistico dell’Accademia dei David e editor at large per il cinema di Hearst, ha dedicato il primo di una serie di webinar dando la parola a produttori, distributori, artisti e associazioni.

Se potessero raccontarlo come un film - hanno tutti familiarità con le narrazioni avvincenti - sarebbe una storia di riscatto: una comunità che si emancipa da una situazione disperata e lottando si riscopre più vicina. Si raccontano infatti, nelle settimane cruciali tra marzo e maggio scorsi, come un’appassionata unità di crisi, che mette da parte rivalità e corporativismi per il bene del cinema e di chi ci lavora. «Fare, rifare e rifare». Se mai ci fosse una strada da seguire, Francesco Rutelli, presidente dell’Anica, l’associazione che riunisce i rappresentanti dell’industria del cinema, la sintetizza così: «un paziente lavoro di concertazione tra i protagonisti della filiera, i sindacati e le associazioni». L’obiettivo? Produrre un protocollo a prova di bomba, che regolasse la riapertura in sicurezza dei set.

A confermare il primato italiano è Francesca Medolago Albani, Head of strategy di Anica: «Non solo siamo stati i primi a ripartire nel mondo occidentale, ma la versione originale del nostro protocollo, più articolato e dettagliato di altri, è stata tradotta in inglese e ha fatto da modello». Per Anna Foglietta che subito dopo il primo lockdown è stata chiamata a girare Alfredino. Una storia italiana, serie originale Sky sulla tragedia di Vermicino, «anche se il set somigliava a un campo della Croce Rossa, è stata un'emozione intensa».

Per Ivan Cotroneo, tornato sul set due volte in pandemia, per la seconda stagione della Compagnia del cigno e per 14 giorni, anatomia di una coppia in crisi durante il confinamento, «dover riscrivere pagine e pagine di sceneggiatura per adattare le scene al distanziamento, e sottoporsi alle rigide misure del protocollo, non è stato nulla rispetto alla gioia di riprendere a lavorare con tante persone».

Per Rutelli, che ricorda come solo nel mese di marzo fossero 230 i set aperti a Roma, questo non sarebbe successo senza «una collaborazione trasparente col ministero della Cultura e quello del Lavoro, garante del protocollo». E senza l’intervento sanitario dei tanti enti autorizzati dalle regioni a fare i tamponi in loco. «Immaginatevi il set come una zona a cerchi concentrici», suggerisce Medolago: «all’esterno si viaggia bardati e protetti dai dispositivi di sicurezza; per avvicinarsi al centro, l’unico luogo dove si sta senza mascherine, occorre passare attraverso una serie di zone-filtro, sanificazioni per merci e oggetti di scena e tamponi per le persone».

Una macchina complessa che grava sul budget di ogni produzione. «Produrre in osservanza dei protocolli è più oneroso», conferma Francesca Cima di Indigo. In soccorso dei produttori è arrivato anche qui il Governo, «che ha aumentato del 10% l’aliquota della tax credit, una media misurata sul budget di ogni film che dovrebbe coprire le spese sanitarie e i rischi legati al blocco totale, in un momento in cui il mondo delle assicurazioni specializzate non è più in grado di offrire pacchetti di copertura del rischio». «Mentre le piattaforme e altri grandi player sono attrezzati», spiega la produttrice Marta Donzelli, appena nominata direttrice del Centro Sperimentale di Cinematografia, che con Vivo Film ha girato in pandemia Non mi uccidere di Andrea De Sica e ha da poco chiuso Il paradiso del pavone il terzo film di Laura Bispuri, con Dominique Sanda, Alba Rohrwacher e Maya Sansa, «grazie a queste misure, anche la produzione indipendente ha potuto attraversare una stagione felice».

È una storia di resilienza anche quella di Sul più bello, film di Alice Filippi scritto da Roberto Proia, direttore di produzione e distribuzione di Eagle Picture. Scaramantica e tenace come la sua giovane protagonista. «L’8 marzo 2020, con un giorno e mezzo di girato, abbiamo chiuso il set», ricorda Proia. «A giugno siamo ripartiti. Finite le riprese abbiamo portato il film ai Festival di Giffoni e di Roma, siamo usciti in sala il tempo di classificarci primi al botteghino, poi hanno richiuso i cinema. Da gennaio Sul più bello è un successo su Prime Video. Abbiamo pensato meritasse una seconda opportunità: a meno che non ci invadano le cavallette, in questi giorni iniziamo a girare altri due sequel».

«Un anno e più sulle montagne russe», così lo riassume Gianpaolo Letta, amministratore delegato e vicepresidente di Medusa Film, che ha in questi giorni set importanti aperti come Il primo giorno della mia vita di Paolo Genovese (intervista a pag. 52). Letta ricorda che «la domanda è aumentata anche per la continua richiesta di tv e piattaforme». Questo periodo febbrile, conferma Luigi Lonigro presidente dei distributori Anica e direttore di 01 Distribution, una batteria di film attesissimi pronti «ci ha fatto capire che le piattaforme non sono per forza un avversario». Tant'è che Lucky Red ha dato vita a una piattaforma originale come MioCinema «un’estensione delle singole sale per mettere al sicuro la società e i film che dovevano uscire. I nostri e gli altri», spiega Andrea Occhipinti, presidente e fondatore.

Una flessibilità che ha giovato anche a Vision Distribution, che con 24 titoli prodotti da inizio 2020 ha dato una straordinaria prova di forza. «Pensiamo sia importante non fermarci», spiega Nicola Maccanico, Ceo di Vision ed Executive vice president di Sky, «abbiamo portato alcuni film su piattaforma perché immaginiamo un mondo in cui ciascun prodotto possa trovare l’uscita più favorevole: la sala è fondamentale ma non tutti se la possono permettere senza finire fagocitati. Questa chiusura ci ha consentito di mettere alla prova la nostra convinzione».

Un periodo intenso, insomma, ma anche un incubatore di belle novità. Come l’estensione degli incentivi al lavoro femminile a tutti i settori della filiera. «Esisteva per le professioni artistiche», ricorda Medolago. «Abbiamo la responsabilità di un settore in piena occupazione, ora che la pandemia ha costretto a casa molte, travolte dal carico dei lavori di cura, abbiamo pensato di allargare lo strumento alle opere alla cui realizzazione partecipi almeno il 50% di capireparto donne». E in attesa della riapertura delle sale, molti si interrogano sul futuro. «Sono più di cent’anni che il cinema ci sorprende», spiega Francesca Cima, «vince crisi, difficoltà. Ci sorprenderà ancora». Come quel primo giorno, dice Rutelli, «in cui i signori Lumière mostrarono sullo schermo un treno in marcia, spaventando gli astanti». E strappando, l’istante dopo, un sospiro e un applauso. |