I burqa in Afghanistan costano carissimo, e questo complica ancora di più la vita delle donne

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Photo credit: HOSHANG HASHIMI - Getty Images
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Poco prima del ritorno al potere dei talebani in Afghanistan, i venditori di burqa di Kabul facevano affari tutt'altro che floridi. In un lungo reportage del Los Angeles Times, il mercante Fahruddin Saib Zada ha raccontato che ne vendeva circa una dozzina al giorno, "disponibili in una gamma di colori, ma il più richiesto è sempre stato il noto azzurro cielo". Nei primi due giorni dopo la conquista della capitale, invece, le vendite sono balzate fino a 40 al giorno. Una buona parte delle ragazze e delle donne afgane, infatti, aveva felicemente rinunciato alla copertura integrale del proprio corpo, ed, anzi, per molte, che erano bambine sotto il dominio dei talebani e sono cresciute durante la riconquista dell'Alleanza del Nord, la vita s'è sempre svolta con un buon margine di libertà (nei limiti di quella che è comunque sempre rimasta una Repubblica Islamica) nel potersi vestire come gli pareva. Alcune ricordano, altre no, di quando i talebani governarono per l'ultima volta l'Afghanistan, con un regno quinquennale che si concluse nel 2001, durante il quale le donne rischiavano di essere frustate se osavano avventurarsi senza indossare il burqa. Nelle immediate ore dopo la presa di Kabul, non si contano le testimonianze di studentesse universitarie, professioniste, lavoratrici che come prima cosa si sono gettate alla disperata ricerca di un burqa che non possedevano.

E anche se ad oggi i funzionari talebani non hanno decretato l'obbligo del burqa, ma solo dell'hijab, questa, come molte delle dichiarazioni apparentemente più moderate, incluso l'impegno a rispettare i diritti delle donne, ma nel contesto della sharia, è una garanzia avvolta da più di un'ombra di sospetto. I criteri sull'abbigliamento, in particolare, sono aperti all'interpretazione, pieni di avvertimenti e potrebbero cambiare nel tempo. Una delle grandi incognite, in quella polveriera che è oggi l'Afghanistan, è se i leader talebani accetteranno almeno in parte il fatto che il Paese che hanno conquistato sia parecchio diverso da quello che governavano in precedenza. Negli ultimi due decenni, infatti, la capitale è diventata un luogo molto più cosmopolita, con centri commerciali, negozi di cellulari e i celebri caffè dove giovani uomini e donne si mescolavano liberamente. Questo perché gli attivisti per i diritti donne, ampiamente sostenuti da studiosi religiosi, hanno sempre sostenuto che non c'è nulla nel Corano che decreti una copertura restrittiva come il burqa.

Lo scenario è in divenire, è incerto, ma spaventa, nonostante i tentativi di placare il terrore da parte dei talebani. Alla Zarghuna High School, tutta al femminile, con più di 8.000 studentesse, per esempio, l'uniforme prima della presa dei talebani consisteva in modeste tuniche nere e pantaloni con un copricapo bianco. Pochi giorni dopo la conquista del Paese, il portavoce dei talebani Suhail Shaheen ha postato su twitter il video delle ragazze che tornavano sui banchi di scuola, vestite nello stesso modo di prima, con la didascalia: "Ritorno a scuola nel Nuovo Afghanistan". Eppure, racconta il corrispondente del LST Marcus Yam "nel negozio di Fahruddin, nel bazar principale del quartiere di Khair Khana, il mercante di 27 anni e suo fratello Amir di 20, ora fanno pagare più del doppio del loro vecchio prezzo per il burqa: 1.500 afghani, ovvero circa 17 dollari". "Ma - continua - dopo quei primi giorni, il boom delle vendite si è spento.

I fratelli hanno detto che una possibile spiegazione di questo stop improvviso di vendite era che le persone fossero semplicemente a corto di soldi, con gli stipendi per lo più congelati, le banche che non distribuivano contanti e il prezzo dei burqa schizzato alle stelle. Altri mercanti, tuttavia, hanno affermato che indumenti sì modesti, ma non completamente coprenti, come il chapan, un abito a maniche lunghe che somiglia vagamente ad un kimono, sono ora molto più richiesti, proprio per il fatto che i capi talebani si sono finora astenuti dall'imporre l'obbligo di burqa. Ci sono poi commercianti, come Naweed Ahman Naweed, che hanno scelto di non vendere proprio il burqa e che, come forma di resistenza, non hanno alcuna intenzione di iniziare ora. Un bel segnale di supporto e stretta alleanza maschile alle istanze delle donne afgane che mette in circolo un filo di ottimismo necessario.

Dall'altra parte, però, ci sono testimonianze come quella rilasciata a Repubblica da Marjana Sadat, giornalista televisiva per Dw News, la rete televisiva più seguita e popolare in Afghanistan che racconta di imprenditrici e colleghe giornaliste chiuse in casa, per paura delle minacce dei talebani. "Le lavoratrici di Radio Hamsada - ha scritto - non escono di casa per paura dei controlli dei talebani a Taloqan, il capoluogo della provincia, e i programmi in diretta della radio sono stati interrotti. Simin, una presentatrice di questa stazione radio locale, cerca di far sentire la voce delle donne rimandando in onda i programmi registrati. I suoi programmi radiofonici possono essere ascoltati anche nelle province vicine. Radio Hamsada è ora l'unico intrattenimento e speranza per le donne nelle zone controllate dai talebani". I talebani sono stati nemici delle donne per quasi tre decenni, e le due parti non si sono mai accettate a vicenda. I prossimi giorni saranno cruciali per capire davvero quanto la dichiarazione d'intenti di non voler imporre il burqa corrisponda a realtà, e se, nel caso, i costi folli che questo capo ha raggiunto possano tornare ad un livello di decenza, che già le cose, per le afgane, sono abbastanza complicate.

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