C'è un'enorme scultura a forma di vulva su una collina in Brasile che ci parla di noi

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: OliviaSabeskaya - Getty Images
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From Cosmopolitan

Da lontano sembra una ferita, un taglio rosso fuoco sulla verde collina, come se qualcuno l'avesse trafitta nel profondo con una lama. Ma da vicino non ci sono equivoci: è una vulva, alta 33 metri e larga 16, scavata a mano nel terreno e dipinta di vernice rossa. Per Juliana Notari, l'artista visiva che ha realizzato l'opera, le due interpretazioni vanno benissimo insieme: un po' vulva, un po' taglio sanguinante nella Terra, Diva - così si chiama la scultura - nasce per mettere in discussione il rapporto tra natura e cultura, tra progresso e sfruttamento, tra violenza sulle donne e crisi ambientale. L'enorme vulva è comparsa sulle colline di un parco di arte rurale nello stato di Pernambuco, nel nord-est del Brasile e in poco tempo ha fatto scandalo, segno che il corpo femminile è ancora motivo di rottura e mezzo di sovversione.

"Ci sono volute più di quaranta mani per far nascere Diva", spiega Notari in un post su Facebook dove racconta che, per creare i dettagli della scultura, sarebbe stato impossibile usare un escavatore e dunque è stato necessario lavorare a mano, con pazienza per 11 mesi. "In Diva", scrive l'artista, "uso l'arte per dialogare con questioni che rimandano alla problematizzazione di genere da una prospettiva femminile alleata a una cosmovisione che mette in dubbio il rapporto tra natura e cultura nella nostra società fallocentrica occidentale e antropocentrica". Del resto femminismo e difesa dell'ambiente da sempre mantengono uno stretto legame: nel 1974 la femminista francese Françoise d'Eaubonne ha coniato il termine "ecofemminismo" riconoscendo un'analogia tra lo sfruttamento sistemico della donna e quello della natura. "Lo stupro della Terra e lo stupro delle donne", scrivono infatti la sociologa Maria Mies e l'attivista ambientalista Vandana Shiva nel loro libro Ecofeminism, "sono intimamente legati sia metaforicamente, nel plasmare le visioni del mondo, sia materialmente nel plasmare la vita quotidiana delle donne". Il climate change colpisce le donne del mondo in modo particolarmente duro basti pensare che, secondo un report delle Nazioni Unite del 2018, tra le persone sfollate per motivi climatici, l'80% sono donne. Allo stesso tempo la rape culture è estremamente diffusa tanto che si stima che livello globale circa 15 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 abbiano subito una violenza sessuale. "Attualmente", conclude l'artista, "questi problemi sono diventati sempre più urgenti. Dopotutto, sarà attraverso il cambiamento di prospettiva del nostro rapporto tra umano e umano e tra umano e non umano che ci consentirà di vivere più a lungo su questo pianeta e in una società meno disuguale e catastrofica".

L'opera d'arte ha attirato critiche anche molto accese che l'hanno tacciata di volgarità priva di senso e di inutile ricerca di provocazione e scandalo. Ma il fatto che un gesto simile faccia ancora discutere e indignare è la conferma che Notari ci ha visto giusto. Le due battaglie - ossia la fine dell'oppressione femminile e dello sfruttamento ambientale - sono interconnesse, entrambe rivolte verso una struttura patriarcale che ha portato (e porta tuttora) a un uso del potere distruttivo. Diva mostra tutto questo e sembra richiamare con dolore le parole di Eve Ensler ne I monologhi della vagina: