Cannes 2021 e il gran finale con Marco Bellocchio

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Photo credit: ALBERTO PIZZOLI - Getty Images
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Il gran finale del Festival del cinema di Cannes ha un nome e un cognome ben precisi: quelli del nostro Marco Bellocchio. Durante la cerimonia di chiusura della kermesse francese, il regista riceverà infatti la Palma d'Onore: un premio d'eccezione, consegnato a pochissime personalità del mondo dello spettacolo. Per dire, a oggi l'hanno ricevuto solo Jodie Foster, Clint Eastwood, Agnés Varda, Francis Ford Coppola, Bernardo Bertolucci, Manoel de Oliveira. A consegnargli il riconoscimento sarà tra l'altro il collega e amico Paolo Sorrentino. "Sono felice di ricevere la Palma d'Onore anche se non mi ripaga di nulla perché qui a Cannes ho vinto tante cose", commenta Bellocchio. "Nel breve discorso che farò sul palco ricorderò il grande Michel Piccoli che con Anouk Aimée ottenne nel 1980 la doppia palma per l’interpretazione con Il salto nel vuoto. Ci riuscì grazie alla battaglia di Gian Luigi Rondi che era in giuria: un critico che noi consideravamo di destra ma - è giusto ricordarlo - si batté perché arrivasse questo riconoscimento". Poi, con la sua solita ironia, ha aggiunto: "La premiazione sarà un po' una fatica per me perché non è nelle mie corde mostrarmi celebrato alle platee". A sostenerlo però ci sarà un amico speciale: Pierfrancesco Favino, che con lui ha vissuto l'avventura festivaliera nel 2019, con Il traditore.

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“Marco Bellocchio è un regista, un autore e un poeta. Attribuirgli la Palma d’Oro d’Onore è una cosa naturale per noi e per tutti coloro che ammirano la sua opera” ha dichiarato il Direttore Artistico del Festival Thierry Frémaux.

Tra l'altro, a Cannes, Bellocchio ha anche presentato il suo nuovo film, Marx può aspettare: un documentario sulla vita del fratello gemello Camillo, morto suicida nel 1968. Intrecciando spezzoni dei propri film e interviste ai parenti, in Marx può aspettare Bellocchio prova a rielaborare il lutto di questa morte improvvisa che, come dimostrano le sequenze presenti nel film, ha segnato tutta la carriera di Bellocchio.

La famiglia è stata infatti la fonte d'ispirazione del film di esordio di Bellocchio: Pugni in tasca che nel 1965 incantò la Mostra del Cinema di Venezia. La critica americana Pauline Kael lo definì “l’opera d’esordio più sconvolgente della storia del cinema”. "Nel passato ci sono stati screzi anche forti con alcuni miei fratelli, riguardo all’inserimento di elementi familiari nei miei film", ammette Bellocchio. "Pugni in tasca è la storia tragica della mia famiglia ma i miei parenti lo capirono tardi". Le pellicole seguenti si caratterizzano comunque per un carattere più militante: si parla di politica e denunce sociali, come in La Cina è vicina (1967), Nel nome del padre (1971) e Matti da slegare (1975). Per trovare un altro film sulla famiglia bisogna aspettare gli Anni 80 quando Bellocchio realizza Con gli occhi, con la bocca: "In realtà non sono soddisfatto di quest'opera, perché non potevo parlare liberamente. Mia madre era ancora viva", svela oggi il regista. A questi si aggiunge anche il documentario Vacanze in Val Trebbia, dal taglio autobiografico. L'opera però più vera e "più libera", come assicura lo stesso Bellocchio, è Marx può aspettare: la considera "un'ultima occasione per fare i conti con qualcosa che era stato censurato, nascosto a tutti noi, da me e dalla mia famiglia. Ora mi sento liberato, ma non assolto: non avevo capito il dolore di mio fratello. Nessuno della mia famiglia lo aveva capito".

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Cannes dunque chiude in bellezza celebrando l'eccezionale carriera di Bellocchio. Tantissimi i capolavori da lui realizzati: da L'ora di religione, Palma d'oro a Cannes nel 2002, a La bella addormentata, passando per Sorelle, Buongiorno notte, Il regista di matrimoni, Fai bei sogni e il recentissimo Traditore, fenomeno dell'edizione 2019 di Cannes e vincitore del premio David di Donatello.

"Fremaux, dopo aver visto il film, mi ha detto che con questo documentario ho consacrato mio fratello alla storia del cinema", svela Bellocchio che, tuttavia, non riesce a scacciare quel velo di tristezza. Tutta la sua arte, tutto il suo impegno politico non sono bastati a salvare suo fratello. "Il tema della sopravvivenza era centrale nella mia famiglia", spiega nel documentario, "tutti noi vivevamo vite da diari di infelicità: nonostante il successo, a livello affettivo c'era il deserto". Ognuno faceva quello che poteva. Camillo però è rimasto indietro...

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