A capofitto nell'inconscio tra speleologia, cinema e psicanalisi con Il buco di Michelangelo Frammartino

·1 minuto per la lettura
Photo credit: Coproduction Office
Photo credit: Coproduction Office

Un salto temporale indietro, al 1961: da un lato la risalita trionfale di un cronista entusiasta fino agli ultimi piani del grattacielo Pirelli di Milano appena inaugurato, mostrata attraverso filmati d’archivio; dall’altro, come in un diagramma, la discesa a capofitto di un gruppo di giovanissimi speleologi all’esplorazione di quella che fu allora classificata come la terza grotta più profonda al mondo, i quasi settecento metri di profondità dell’Abisso del Bifurto, nell’altopiano calabrese del Pollino, epicentro esatto de Il buco di Michelangelo Frammartino, uno dei cinque film italiani in corsa per il Leone d’Oro.

Da una parte il Nord del boom economico, dall’altra il Sud rurale e abbandonato, nelle cui voragini Frammartino letteralmente s’immerge, osservando in silenzio il lavoro meticoloso degli speleologi in uno spazio sempre più buio e angusto: nelle intenzioni del regista, un “fuoricampo assoluto”, che evoca la sostanza più profonda del cinema e le voragini del nostro inconscio. «Non è un caso», ci spinge a riflettere, «che speleologia, cinema e psicanalisi abbiano il loro battesimo nella stessa data, il 1895».

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli