"Carnage" dice la verità, tutta la verità, e ne ho, finalmente, le prove

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Klaus Vedfelt - Getty Images
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Io sapevo che sarebbe successo, stavo solo aspettando. Da quando ho figli che frequentano le scuole, ero certa che avrei vissuto il mio momento "Carnage", ed infatti. Prima che vi gasiate, occorre che vi dica che, proprio perché fan del film del 2011 di Roman Polanski (e qui potrebbe scattare la questione "separare l'uomo dall'artista", ma capite che occorrerebbe un altro pezzo) ma ancora più del libro e spettacolo teatrale di Yasmina Reza da cui è tratto, sono arrivata conscia e preparata al potenziale scontro, che è rimasto, infatti, parzialmente incompiuto. I presupposti, tuttavia, c'erano tutti, era la voglia, con mio grande stupore, a scarseggiare (cosa che mi capita di rado, per non dire mai, quando si tratta di infiammarsi), e di questo ho incolpato il fatto che probabilmente sono in sovraccarico di litigi, così tanto che persino uno a cui tenevo e che ovviamente mi vedeva dalla parte del giusto, m'è parso una inutile fatica. Ma al di là dei dettagli autobiografici, quello che è ascesa al cielo come certezza assoluta e inconfutabile è che quando un genitore dice di volersi scusare con un altro genitore, per qualcosa che il figlio/la figlia del primo ha fatto ai danni del figlio/della figlia del secondo, la cosa non potrà che finire male. E non iniziate a dire "a me no, a me non succederebbe", perché ce lo ha spiegato alla perfezione Reza, nel 2006: anche, o meglio soprattutto chi parte con le così dette "buone intenzioni", ad un certo punto sentirà il bisogno, fisico come la sete, di passare dallo scusarsi al difendere la propria progenie. E c'è un momento, anzi, c'è una parola precisa che segna il cambio di passo, lo switch, se preferite, e quella è "poverino/a". Quando dalla bocca di un genitore esce l'orrida aggettivazione, state sicuri che è l'inizio del massacro.

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E naturalmente sull’altare del dio del massacro tutto viene sacrificato: buon senso, educazione, convenzioni borghesi, solidarietà di genere. Ma vediamo, dunque, molto rapidamente, i fatti e la concomitanza di colpe, errori, orrori di questa breve e non troppo triste storia: un pomeriggio qualunque di scuola in presenza, la primogenita che fa la seconda elementare e che ha la stramba tendenza a non lamentarsi granché, torna dicendo che quel giorno, a mensa, un gruppo di compagni facevano un gran casino, fino a che uno, ad un certa, le avrebbe pure ruttato in faccia. Ora, io, in modalità da trauma perfetto da pandemia, ho subito pensato "oddio, le norme igienico-sanitarie", e motivata da quel turbamento, che vorrete mica che si siano vanificati in un sol rutto mesi di strategia del terrore anti virus, ho scritto sul diario esattamente questo. Non della maleducazione, non del rispetto, di niente, se non delle norme violate, a riprova che probabilmente i discorsi sulla salute mentale minata dal Covid sono più che sensati. Ebbene, da lì, avanti-veloce, è successo che le maestre hanno ben pensato, senza interpellarmi (perché è ovvio che lo avrei impedito a costo di incatenarmi alla porta della classe) di parlare in classe di quanto accaduto, facendo il nome di "accusatrice" e "accusati", creando un casino che la metà bastava (nota a margine: sulla mia goffa nota sul diario, non c'erano nomi, come siano arrivati alle insegnanti è un mistero) e dando il primo scossone alla valanga.

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La sera stessa, una me basita e ignara di quanto accaduto in classe, s'è trovata a leggere messaggi trasudanti costernazione di due madri i cui figli erano coinvolti nell'affaire rutto. Costernazione unita a dei sinistri "dimmi quando posso chiamarti, per potermi scusare a voce", seguiti dal primo segnale ambiguo, ovvero i "anche se mio figlio giura di non averlo fatto". Ah. Ecco. Ecco, ci siamo. E ho subito rispolverato, come training per il giorno dopo, la frase meravigliosa di Alain, che dice a Veronique, che oggi ergeremmo a regina delle radical chic, "vede Veronique, io credo nel dio del massacro. E’ il solo che governa, in modo assoluto, fin dalla notte dei tempi". Ero pronta, dunque, a sentir partire la solfa di scuse, di "sono mortificata, davvero, ma ..." e da lì: 1 - Messa in dubbio della veridicità della testimonianza della mia progenie; 2 - Difesa prima timida poi via via sempre più vigorosa, rigogliosa, ricca di dettagli, informazioni preziose ("perché sai, è un po' stressato", lui, a 8 anni, io, invece, sto una crema) della propria progenie; 3 - "Poverino". Poverino, dice di non averlo fatto, poverino, c'è rimasto male, poverino, non lo farebbe mai, poverino, forse è il caso che vi scusiate voi. Ora ditemi, che cosa aveva sbagliato Reza? Nulla. Non esistono genitori che si vogliono scusare davvero per le cazz.. ehm, sciocchezze commesse dai propri figli, esistono solo genitori che fingono di volerlo fare. Purtroppo m'hanno trovato preparata a tutto ciò, già sapevo, avrei, anzi, potuto parlare per loro, e per questo non mi sono incendiata. Certo, l'ho sentito il dio del massacro bussarmi sulla spalla sinistra, e ho sentito il battito accelerare e mi sono passate davanti agli occhi le diciotto diverse risposte che avrei potuto dare, per dare sfogo alla carnage, ed invece no, sono solo qui a raccontarlo, come se fosse uno studio di caso la cui esattezza ha trovato ulteriore conferma.