"Caro Di Maio, il vero traditore è chi ha dilapidato i consensi"

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Paragone Gianluigi, senator of the five-star Movement on the occasion of the vote of confidence in the government Giuseppe Conte biss on September 10, 2019 in Rome, Italy (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images)

“Non c’è bisogno della zingara per decriptare il futuro del Movimento: sarà una forza europeista e riformista, quindi inutile. E lo dico con dolore. Il famoso 33% non tornerà più perché non c’è più una offerta politica capace di illuminare le ingiustizie che il riformismo neoliberista ha generato. Le ingiustizie contro cui si scagliò il Movimento erano il prodotto malefico di una stagione tossica, tecnica e politica, dove le insegne del Pd erano costanti. Ora il Pd fa da fratello maggiore. Less is more, dicono gli inglesi. Di Maio ha dovuto scriversi un testo lungo un’ora per terminare una seduta psicanalitica, individuale e collettiva nello stesso tempo. La crisi del capo politico si sovrappone alla crisi del Movimento stesso, angosciato dai ‘traditori’ più che illuminato dal facilitatori. Nessuno però ha tradito più di chi in due anni ha spento una speranza e dilapidato un patrimonio di consensi”. E’ questa l’analisi del senatore espulso dal M5S Gianluigi Paragone che affida alle pagine del Tempo.

“Chi dovesse prendere in mano il Movimento sa che la strada è segnata, che la mappa non prevede altre rotte se non quella dello schiacciamento a sinistra. Eppure lo spazio antagonista c’è, oltre un centrodestra in bilico tra citofoni e Mario Draghi, e oltre un centrosinistra partner dell’establishment”, continua Paragone sottolineando che “le sue dimissioni sono un altro segno della opacità di chi sbaglia i tempi. Dimettersi adesso non impedirà di scaricare su lui stesso lo shock di lunedì (a chi vuoi addebitarlo, a Vito Crimi?), né la possibile sconfitta in Campania, a fine febbraio, dove si voterà per le suppletive dopo la scomparsa del bravo e preparato senatore pentastellato Franco Ortolani”.

Secondo Paragone Di Maio “avrebbe dovuto dimettersi all’indomani del voto su Rousseau attraverso il quale, chiedendo di presentarsi alle Regionali, si smentiva l’idea del capo politico”. Il Movimento, dice, ora...

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