Casa Mérida è la villa brutalista che guarda all'architettura messicana vernacolare

Di Isabella Prisco
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Photo credit: Rory Gardiner
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From ELLE Decor

"Come è possibile costruire un'architettura che rifletta e consideri l'identità dello Yucatán? Come potrebbe questa casa rispecchiare la cultura e l'estetica Maya?" È partendo da queste riflessioni che indagano il rapporto tra cultura del progetto e territorio, che l'architetto Ludwig Godefroy ha dato corpo e significato a Casa Mérida, una villa in cemento dal design contemporaneo che dietro alle forme brutaliste nasconde un'anima morbida e semplice. La dimora unifamiliare disegnata dal progettista di origine francese si trova, come suggerisce il nome, a Mérida, la vivace capitale dello stato messicano dello Yucatán.

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Edificata a pochi isolati dalla principale piazza della città, Casa Mérida si caratterizza per la particolare estensione orizzontale: la costruzione si snoda infatti intorno a rettangolo che alterna pieni e vuoti in uno spazio di 80 metri di lunghezza per 8 metri di larghezza. Il risultato è dunque una lunga corsia che, congiungendo la porta d'ingresso al punto finale, dove si trova la piscina, unisce l'intera architettura. Questa scelta progettuale non è puramente casuale ma rimanda alla necessità di mitigare le temperature calde che caratterizzano il territorio durante tutto l'anno, con picchi di 40° centigradi a maggio. Il clima ha infatti portato l'architettura locale a sviluppare nei secoli una riconoscibile tipologia costruttiva che traduce gli effetti della colonizzazione messicana dello Yucatán in un singolare stile vernacolare tropicalizzato che ha da sempre dovuto fare i conti con afa e umidità. Abitazioni come quella disegnata da Ludwig Godefroy si basano fondamentalmente sulla ventilazione incrociata: gli alti volumi dei soffitti, tutti collegati tra loro da una serie di patii che lasciano fluire l'aria attraverso tutta la casa, restituiscono infatti un sistema di raffreddamento naturale.

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Tuttavia, la prospettiva allungata di Casa Mérida non è solamente un escamotage funzionale: essa vuole citare anche i Sacbeob, le tipiche strade bianche maya che, larghe da 4 a 20 metri e lunghe sino a 300 chilometri, generalmente collegavano piazze, templi o altri elementi architettonici all'interno delle città. La lunga retta di cemento che ne slancia l'orizzonte diventa quindi una giuda murale che, simile ad un'asse, organizza visivamente la casa, attraversandola come se fosse la colonna vertebrale dell'intera struttura.

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L'intento dell'architetto era anche quello di scollegare fisicamente Casa Mérida dal resto della città: per questo motivo il layout è stato modificato invertendo l'area sociale con l'area sul retro. Il soggiorno, la cucina e la piscina sono stati costruiti alla fine del terreno, la zona più tranquilla dove il rumore della strada non pervade lo spazio, mentre il cortile, traslato sul davanti, funge da tampone sul caos della città. Gli spazi esterni sono poi stati integrati nello spazio interno, facendo svanire il tradizionale confine che separa il dentro dal fuori, aumentando la profondità visiva dell'abitazione e accrescendo la percezione sensoriale dei suoi volumi.

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Isolata da tutto ciò che la circonda, la villa di cemento dagli interni caldi, spogli ma avvolgenti, è completamente autosufficiente: oltre ad incoraggiare il ricircolo dell'aria, l'abitazione è in grado di completare un ciclo completo di rigenerazione idrica. L'acqua piovana assorbita dal sottosuolo finisce in una sere di pozzi contenitori collocati sotto i collettori scultorei che, oltre a funzionare come tradizionali tubature, sono diventati parte integrante dell'estetica della casa. Un particolare impianto sfrutta l'acqua sporca per l'irrigazione del giardino. Per quanto riguarda l'elettricità, Casa Mérida è iper-accessoriata: se le caldaie a energia solare riscaldano l'acqua, i pannelli solari soddisfano il restante fabbisogno energetico.

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