Cento anni di Helmut Newton

Di Germano D'Acquisto
·8 minuto per la lettura
Photo credit: Taschen
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From Marie Claire

Red Erna. A moltissimi, questo nome non dirà nulla. Eppure l’arte di Helmut Newton, fotografo tanto leggendario quanto controverso, parte proprio da lei, da Red Erna. La signora in questione era una delle prostitute più gettonate della Berlino di fine anni Venti. Una vera diva a luci rosse, capace di stuzzicare i pruriti più inconfessabili dei tedeschi dell’epoca, ancor più delle ovattate star di Hollywood come Clara Bow e Anita Stewart. Red aveva un paio di segni distintivi: impugnava sempre un frustino e indossava lunghissimi stivali di pelle nera che arrivavano quasi a sfiorarle l’inguine. Helmut ne era perdutamente innamorato. Eppure aveva solo otto anni quando, accompagnato dal fratello maggiore, vide Red Era per la prima volta. Quella donna gli stravolse la vita. C’è lei in moltissimi dei suoi scatti entrati nel mito. Nel latex che abbonda in ogni inquadratura, nell’aria minacciosa delle fanciulle ritratte, in quelle gambe lunghissime che sembrano non finire mai.

Photo credit: Helmut Newton Estate
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Il 31 ottobre Helmut Newton, che in realtà si chiamava Helmut Neustädter, avrebbe compiuto cento anni tondi. Un secolo che avrebbe senz’altro vissuto pericolosamente, e che in questi mesi viene celebrato da Taschen con l'uscita del volume Helmut Newton Baby Sumo (464 pagine in edizione limitata a 1000 euro) e dalla fondazione berlinese che porta il suo nome con la mostra America 1970s\1980s: Hofer, Metzner, Meyerowitz, Newton (fino al 16 maggio) e soprattutto con la grande esposizione Helmut Newton One Hundred (31 ottobre - 8 novembre 2021), omaggio en plein air realizzato grazie a un’installazione di immagini lunga 85 metri lungo Kopenicker Strasse, nel cuore pulsante del quartiere creativo di Kreuzberg. Un dono, in piena epoca Covid, per un artista unico, capace di rivoluzionare per sempre non solo la fotografia contemporanea ma il concetto stesso di eros e di desiderio. Per alcuni è stato un genio, capace di traghettare l’immagine di moda - ammesso che la sua lo fosse - nell’arte più pura. Per altri, un misogino irrequieto, ossessionato dal sesso e dalle donne.

Photo credit: Helmut Newton Estate
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Per capirne la poetica, però bisogna scavare a mani nude nella sua biografia. Origini ebree, figlio di due proprietari di una fabbrica di bottoni, Helmut cresce nel quartiere di Schöneberg (quello, per intenderci, in cui John Fitzgerald Kennedy nel 1963 pronunciò il famoso discorso che terminava con le parole "Ich bin ein Berliner”) e trascorre gran parte della sua infanzia in bilico fra due mondi diametralmente opposti: da un lato l’agiatezza dell’alta borghesia teutonica, quella delle passeggiate nei parchi e delle gite nelle città termali; dall’altra il degrado costituito da bordelli, prostitute e papponi. Per qualche tempo frequenta il Heinrich von Treitschke Realgymnasium e poi la Scuola Americana a Berlino, da cui viene cacciato per scarso impegno. I libri e lo studio evidentemente non fanno per lui. Meglio la fotografia, che scopre a 12 anni, quando si compra coi risparmi la prima fotocamera, una Box Brownie. Gira a piedi per le strade della metropoli. Ama ritrarre Berlino di notte. Fotografa la Torre Radio della città, che lui stesso definisce come "una mini Torre Eiffel".

Photo credit: Helmut Newton Estate
Photo credit: Helmut Newton Estate

Nel ’36 inizia a collaborare con la fotografa Elsie Neulander Simon, che tutti in città chiamano Yva. Studia le inquadrature di Brassai, che considera uno dei suoi maestri. Ma anche il lavoro del documentarista Erich Salomon, sublime nel raccontare per immagini processi, conferenze politiche e serate all'ambasciata conferendo al tutto un’atmosfera affascinante e inquietante al tempo stesso. La Berlino degli anni Trenta accompagnerà Helmut per sempre. Quelle atmosfera lugubri e affascinanti e quell’oscura decadenza saranno per lui un marchio di fabbrica.

Photo credit: The Helmut Newton Estate / Maconochie Photography
Photo credit: The Helmut Newton Estate / Maconochie Photography

Sono gli anni in cui Hitler prende il potere e la Germania, la strada verso il baratro. E’ il 1938 quando la famiglia Neustädter decide di lasciare Berlino: i genitori fuggono in America del Sud, mentre Helmut va a Trieste, si imbarca sul piroscafo "Il Conte Rosso" e parte alla volta della Cina, dove però non arriverà mai. Finirà a Singapore, dove lavora per due settimane col quotidiano Straits Times. Si invaghisce di una ricca signora belga. E con lei gira le colonie britanniche fino all’Australia, dove decide di fermarsi. Durante la guerra lo piazzano a guidare i camion per l’esercito aussie. Nel frattempo cambia il suo cognome da Neustädter a Newton e sceglie di diventare cittadino del Paese che lo ha ospitato. Helmut fa il freelance. Apre un laboratorio di fotografia a Melbourne e collabora con magazine come Playboy. Nel 1948 sposa l’attrice, modella e fotografa June Brunnell, in arte Alice Springs. I due non si separeranno mai più.

Photo credit: Helmut Newton Estate
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La moda lo conquista alla fine degli anni Cinquanta. Vola a Parigi e inizia a scattare per i giornali più glamour del pianeta: Vogue, Harper's Bazaar, Elle e, ça va sans dire, Marie Claire. Ma non sono tanto gli abiti ad essere protagonisti dei suoi shooting, quanto il corpo di chi li indossa. Gonne, lingerie, camicie svestono più di quanto non vestano. E’ la donna l’assoluta protagonista delle sue storie. Una donna mai vista prima: aggressiva, seducente e gelida come la calotta polare artica. Qualcosa di lontanissimo dalle ingenue ragazzine dei servizi di moda visti fino ad allora. Le sue modelle sono scaltre, perverse, pericolose, forse perfino criminali. Le loro gambe sono scolpite da tacchi vertiginosi e i loro seni, ostentati come revolver, nascondono abissi morali di cui non si vede la fine. Tutte sono bellissime, tutte sono altere. Ma non inarrivabili (“Voglio che sembrino in qualche modo disponibili, - racconta l’artista - data la giusta situazione e le giuste condizioni”).

Nelle opere di Newton c’è eros e provocazione, feticismo e sadomasochismo. Il tutto è però condito da grandi dosi di ironia. «Le mie donne sono sempre vincitrici», dice. Frase questa che nasconde un lato B che per decenni ha fatto impazzire fans e psicanalisti. Il mito secondo cui il fotografo fosse letteralmente terrorizzato dal genere femminile trova qui linfa vitale. Ribaltata completamente, la sua affermazione - secondo alcuni - può anche voler dire: “se le donne vincono sempre, io, che sono un maschio, sono destinato a uscirne puntualmente sconfitto”.

Newton crea un tipo di immagine che non lascia mai indifferenti. Se Mapplethorpe ostentava peni, natiche, pettorali e muscoli fino a renderli sculture del nostro quotidiano, Newton sceglie la strada dell’ambiguità: mostra e non mostra, lascia intuire ma non svela tutto, in un gioco erotico senza mai tregua. Negli anni Sessanta esibisce i scuoi scatti in giro per il mondo. Organizza esposizioni a New York, Parigi, Londra, Houston, Mosca, Tokyo, Praga e Venezia. Il suo immaginario stravolge una società che si professa progressista ma che in realtà resta tendenzialmente moralista e nel contempo cavalca lo spirito anticonformista di quegli anni. “Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, tre concetti che riassumono l'arte della Fotografia”, racconta.

Photo credit: The Helmut Newton Estate / Maconochie Photography
Photo credit: The Helmut Newton Estate / Maconochie Photography

Nel 1970 un attacco di cuore rallenta la sua produzione ma ne accresce la fama. Nel 1976 pubblica il suo primo volume di fotografie White Women, opere innovative e provocanti che testimoniano il cambiamento del ruolo della donna nella società occidentale. Poi arriva Sleepless Night nel 1978, in cui trasforma le immagini fashion in reportage di scene del crimine. Ma è con Big Nudes del 1981 che entra nel mito. Newton sovverte le regole del gioco, muta i parametri e le proporzioni. Ciò che non si dice o non si mostra, lui lo decuplica all’ennesima potenza. Le gigantografie di amazzoni orgogliose e senza veli entrano così prepotentemente nei musei di tutto il mondo. A ispirare questi nudi a figura intera e in bianco e nero non sono le mannequin dei giornali patinati ma manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF. Ritorna il refrain secondo cui il diavolo è indiscutibilmente femmina. E gli uomini in tutto questo? Relegati ai margini, compaiono spesso in ruoli servili: sono camerieri dall'aspetto fragile e autisti vulnerabili.

Photo credit: Helmut Newton Estate
Photo credit: Helmut Newton Estate

“Se c’è qualcosa che odio, è sicuramente il buon gusto: per me è come una parolaccia”, dice durante un’intervista. Eppure l’effetto finale non è mai volgare. Le sue modelle sono erotiche ma mai pornografiche. Nel 1984 accanto a Peter Max realizza il video dei Missing Persons Surrender your Heart. Ritrae molte star del jet-set e della politica: da Ava Gardner a Charlotte Rampling, da Catherine Deneuve a Margaret Thatcher, passando per Helmut Kohl e perfino Jean-Marie Le Pen. Lavora, fra gli altri, per maison come Chanel, Gianni Versace, Yves Saint Laurent, Dolce e Gabbana. Nell'ottobre 2003 dona una collezione di scatti alla fondazione Preußischer Kulturbesitz a Berlino (attualmente esposta al Museo della Fotografia vicino alla Bahnhof Zoologischer Garten, la stazione ferroviaria nel quartiere di Charlottenburg).

Nell’ultimo periodo passa molte delle sue estati a Montecarlo e altrettanti inverni a Los Angeles, ospite dell’Hollywoods’s Chateau Marmont hotel. E proprio contro un muro del leggendario albergo di West Hollywood perde la vita nel 2004 mentre era a bordo del suo SUV Cadillac SRX. Oggi Newton è tornato nella sua Berlino, sepolto nel settore ebraico del Cimitero di Friedenau. La sua tomba, immersa nel verde da cui spicca un piccolo autoritratto in bianco e nero, è collocata a qualche metro da quella di Marlene Dietrich. Altra tedesca, diventata leggenda lontano dalla Germania, che però alla fine ha scelto di tornare a casa.