Cesare Cremonini: «Quello che le canzoni dicono di me non è tutto»

Di Simone Cosimi
·14 minuto per la lettura
Photo credit: Kimberley Ross
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From Esquire

Proprio nell’anno in cui avrebbe dovuto cavalcare quel “mostro d’argento” che chiama palco, Cesare Cremonini si è trovato prima senza voce, muto mentre tutti si ubriacavano di parole su quello sconosciuto virus così lontano e poi così vicino. E poi senza gli stadi estivi che quel palco avrebbero dovuto accogliere. Quindi ha trasformato il 2020 nel contrario di quello che doveva essere. Per certi versi ha iniziato la cura prima di tutti noi, che ci siamo arresi a un salto d’epoca solo dopo troppi mesi. Così ha cambiato tutto: studio, contratto discografico, etichetta. Ma soprattutto ha fatto quello che era mancato per troppo tempo: ha ricucito la sua storia alla sua musica, lui che per vent’anni ha spinto un carico di canzoni coraggiose e uniche, strette dentro album che nulla avevano a che fare “con quello che tirava in quel momento ma neanche con quello che avrebbe tirato dopo”, come si legge nel suo “Let them talk”, pure questa un’antiautobiografia che marcia per bagliori, sagome in chiaroscuro e squarci di una corsa a tratti affannosa. Per cortocircuiti con cui ha aperto una strada, la sua strada. Che poi è quello che fanno gli artisti. Disegnando per la sua carriera una curva in lenta, feroce ma inesorabile salita, da “50 special” a “Ciao”, sotto i colpi del suo rispetto per la creatività. E rispondendo con la qualità e l’ambizione, anche in quel caso con le sole canzoni, a chi lo dava per finito quando suonava nelle piazze, a pochi anni dal cataclisma Lùnapop. A chi non poteva pensare che quel ragazzino allampanato coi capelli tinti di rosso e la faccia da schiaffi sarebbe diventato uno dei più importanti cantautori italiani.

A proposito, ma Marta Marzotto ti ha regalato il quadro di Guttuso di cui parli nel libro?

No. Solo bellissime note biografiche.

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Come hai passato questi mesi: non devono essere stati semplici per uno come te che cerca fin da ragazzino questo “grande drago d’argento”, il rapporto molto forte col palco e con l’esibizione, con la necessità di confrontarsi. Che è successo in questo periodo?

Emotivamente sono un fatalista. E in fondo, prima che tutto cominciasse, stavo vivendo un percorso arrivato a un punto nevralgico: fare il primo grande tour negli stadi, otto tappe più Imola. Un punto della carriera che avremmo potuto chiamare d'arrivo, un obiettivo nato molti anni fa. Ma quando si tratta di eventi che coinvolgono tutti quanti scatta in me subito un senso di responsabilità. Il mio ruolo è anche quello di un comunicatore: era doveroso affrontare questa situazione in modo positivo e costruttivo. Dal punto di vista professionale ho capito subito che il problema non sarebbe stato quando poter ricominciare ma come.

Personalmente, invece?

Ho cercato di trasferire una lettura così emotivamente larga a una serie di scelte che sono invece molto personali e private. Co rivoluzionato il mio universo professionale: ho firmato un nuovo contratto discografico, ho cambiato studio, ne sto realizzando uno da solo in centro a Bologna, ho cambiato la famiglia professionale che mi accompagnava da quando ero un bambino. Un’assunzione di responsabilità dell’intera mia vita artistica, come se la biografia del mondo mi suggerisse di rivoluzionare anche la mia personale biografia. Adesso o mai più, ho pensato, sfruttando questo periodo che ha regalato a un cavallo da corsa come me il tempo necessario per riflettere su alcune cose. Sto anche aprendo una nuova etichetta, Logico Records, con cui vorrei ampliare il raggio d’azione, produrre altri artisti e colonne sonore per il cinema. Questo mi è successo in questi mesi. Una bella rivoluzione. Ah, ho scritto un libro che in realtà era già in piedi prima del lockdown: in quel periodo ho messo un punto e a capo.

Cesare Cremonini è stato sovrastato dalla sua musica, in questi anni, tanto da voler parlare di sé e aprirsi ad altro?

La narrazione di me come persona era ferma da molti anni. Avevo lasciato parlare le canzoni. Un modo proficuo di comunicare: puntare sulla qualità dei brani e sulla crescita come autore e arrangiatore era la chiave migliore e ha dato buoni risultati. Alla fine di un pezzo della mia vita, vent’anni quest’anno, mi sono accorto però che se volevo andare avanti dovevo ricucire una lunga fase della mia esistenza alla discografia che l'aveva prodotta. Sentivo di aver parlato poco di me: quando qualcuno mi intervistava rimanevo sempre il ragazzino bolognese, nonostante avessi vent’anni di carriera con una ricerca sonora che spaziava da “50 speciale” a “Poetica”, universi del tutto diversi. Avevo spinto per anni un carico di canzoni con un peso gigantesco e mi sono sentito in frantumi: dovevo ricucire questa vita a quei brani.

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Quando si parla degli altri con te a un certo punto si arrivava, fino a qualche tempo fa, all'insanabile contrasto fra i Lùnapop e un percorso spesso poco considerato.

La verità è che nell’immaginario comune non basta solo dare voce al meglio che sappiamo fare. Purtroppo. Dai Lùnapop a un disco come "Maggese", uscito nel 2005, erano per esempio passati sei anni ma sembravano venti come cambiamento artistico. Ma se non racconti un po’ di te – nel frattempo avevo fatto mezzo giro del mondo, mi ero perso per le strade della Pampa, mi ero messo profondamente in discussione e sentivo di dovermi conquistare una posizione da cantautore – come fai a spiegarlo?

Te la sei tirata poco in questi anni, del personal branding te ne sei strafregato?

Penso che ciò che ho fatto fino al 2020 sia stato giusto. Per uno che ha avuto il mio percorso arrivare agli stadi tramite una strada parallela a quella classica della discografia non è poco: dai concerti gratuiti del 2002 nelle piazze, quando dicevano che ero finito e pagavo lo scotto enorme del successo dei Lùnapop, sono riuscito a riprendermi quello che forse avrei potuto conquistare prima con un po’ più di leggerezza. Ma pandemia o meno ho chiuso un ciclo: dovevo ripartire e farò scelte più libere e diverse. Si diventa artisti grazie alla credibilità, ho lavorato su quella strada. Una strada molto complessa, una montagna complicata dove è facile non avere più l’ossigeno.

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Specialmente se si evita in modo quasi programmatico tutto ciò che va di moda.

Ho aperto una strada che non mi veniva richiesta. Il mondo dello spettacolo gira intorno a interessi di certo più ampi rispetto alla mia voce. Però poi le canzoni restano. E restano per sempre. Spotify è il simbolo del passaggio fra Novecento e nuovo millennio. Come mentalità e approccio io vengo da quel secolo ma le mie prime dieci canzoni sulla piattaforma hanno più di 20 milioni di ascolti: vuol dire che i brani rimangono e comunicano il tuo modo di fare, al netto delle mode. Quando mi chiedono quale sarà la musica del futuro, rispondo sempre che sarà quella del passato che resterà.

Chi hai sentito vicino in questi anni, che cioè condividesse quel tipo di ricerca artistica?

Lorenzo [Jovanotti] mi è sempre stato accanto. Quando uscì "Poetica" mi disse: “Sono estasiato ma ora sono affari tuoi”. Negli anni è stato sempre un faro per la musica italiana e anche lui ha aperto una via, anzi più d’una. Ha sempre avuto grande intuito e il suo fiuto è riconosciuto universalmente. Ci sono degli artisti in Italia che quando si prendono un periodo di pausa ne sento la mancanza: Lorenzo è uno di questi.

Quando eri in tour tuo padre ti domandava sempre “se fossi in giro con l’orchestra”: come ci si torna su quel palco?

Se stiamo qui con l’ansia di ragionare sul quando dimentichiamo una parte fondamentale: come. Il pubblico italiano ha fatto diventare il live nostrano fra i più importanti in Europa come numeri e qualità e non vede l’ora che gli artisti tornino sul palco, così come le agenzie. Il problema è che dobbiamo tornarci pronti a esprimere la stessa qualità: dobbiamo fare concerti di qualità che valgano il prezzo del biglietto. Per questo la mia idea è che dovremo stringere i denti e resistere finché non sarà realisticamente mettere in piedi produzioni che siano di nuovo sostenibili e vincenti. Non possiamo sacrificare l'aspetto artistico e l'esperienza. D’altronde sono eventi che hanno bisogno di una lunga programmazione. Si cerchino programmazioni alternative ma certi appuntamenti di alternative semplicemente non ne hanno. Dopodiché tutte le soluzioni ben vengano ma teniamo presenti questi aspetti.

Quindi come se ne esce?

Il problema è che siamo stati sempre in tensione dall'inizio della pandemia. Nell’attesa di qualcosa che sarebbe dovuto arrivare dopo due mesi, poi dopo sei, poi chissà quando. I progetti intanto si allontanano, la loro identità si perde. Dovremo alla fine ammettere che siamo di fronte a qualcosa che ha messo un punto definitivo. Con questa consapevolezza potremo affrontare meglio il futuro. Non possiamo raccontarcela all’infinito: una rivoluzione epocale come la pandemia deve costringerci a riprogrammare il futuro con nuovi progetti. Nel 2021 è impossibile pensare eventi estivi come i nostri. Come metti in piedi quegli eventi, anche solo per rispetto delle persone che in questo momento stanno faticando e lottando? Intanto ridiamo i soldi al pubblico e pensiamo soluzioni per il futuro che ci aspetta. I concerti in streaming? Straordinaria opportunità ma paralleli ai live. Il concerto non ha sostituti. Questo ci rende fragili ma anche sicuri che fra sei mesi o un anno potremo riportare la stessa qualità di prima.

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Senna, Baggio: gli anni Novanta sono ancora il tuo punto di partenza di oggi?

A parte l’approccio creativo del pop di quel periodo, in cui vivevamo come generazioni la concretizzazione delle aperture culturali, dalla caduta del Muro alla nascita di Mtv in Italia che coglieva un vento musicale internazionale, quello che mi portò a provarci petto in fuori con la voglia di dire la mia, oggi il mondo è cambiato. Non mi è mai piaciuta l’idea di essere un cantante generazionale.

I viaggi ti mancano molto?

In modo fortissimo. Mi manca camminare per altri luoghi che non siano i miei, abbracciare le città italiane. Mi manca perdermi all’estero, collaborare in alcune grandi metropoli con videomaker, fotografi, artisti. Ma soprattutto viaggiare per la provincia italiana. Credo che il futuro dell’Italia, fra l’altro, passi dalle diversità della grande provincia nostrana. Proprio mentre le grandi metropoli soffrono. Anche per lo spettacolo: scopriremo quanto riuscirà a sostenerci. L’Emilia è un caso rappresentativo di una provincia che fa da fondamenta al paese: dalla Motor Valley fino al turismo della costa col centro nevralgico di Bologna, collegato da una strada emotivamente simbolica dove corrono i nostri ricordi.

E la notte, stretta dal coprifuoco?

Sono molto preoccupato dei miei nuovi orari. Cenare in casa alle sette e alle nove essere a letto, svegliandosi alle 6 di mattina, è un nuovo modo di vivere. Mi meraviglio di me stesso. Ma ho scoperto l’alba: di solito in quel momento poggiavo la chitarra e andavo a dormire. Mi alzo spesso alle cinque, cinque e mezza e ho scoperto la creatività di quelle ore, direi fino alle nove. Prima della pandemia stavo in studio, alle nove-dieci di sera mi mettevo in auto e giravo l’Emilia, il Veneto, la Toscana, la Romagna e mi dedicavo all’altra arte italiana, quella del cibo. Poi di notte scrivevo. Non potendo muovermi e senza studio mi sono ritagliato nuovi pezzi di vita per comporre. Ho spinto la notte un po’ più in là.

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Quel periodo 2015-2017, quello della psicosi che hai raccontato in modo veloce e delicato anche nel libro, sembra contenere un messaggio di grande clemenza per sé stessi, per i propri limiti e per le proprie risorse. Al di là di come vogliamo chiamare quel disagio, sono fasi che possono capitare a tutti nella vita, o no?

Quello che dici è fondamentale. Nel libro racconto qualcosa che appartiene a tutti e che io ho vissuto in modo particolarmente intenso. Tutti portiamo dentro delle piccole, minuscole, invisibili psicosi. E il tabù sui disagi psichici è ancora molto forte. Non puoi immaginare quanto tardare a confidarsi porti alla cristallizzazione di patologie croniche. Penso che i disagi psichici, parola molto corretta ma che non amo, perché per me esiste il terrore, la disperazione, il vuoto, il senso di colpa, presto esploderanno come un vulcano ponendosi al centro dell’opinione pubblica. Manca davvero poco. È lava tenuta per troppo tempo sotto terra, diffusa molto più di quanto si creda. Vorrei fare la mia parte e ne ho parlato anche per questo. Ho visto "Soul" la sera di Natale. Non so quanto un film possa essere terapeutico ma sono certo che sia utile alla prevenzione. Chiunque oggi parli di temi come le patologie della mente parla nel silenzio. È una cosa straziante ma le voci fanno più rumore. Non è un caso che la Pixar tratti un tema come questo, ora. Siamo il suo pubblico, ci conosce meglio di noi, probabilmente. Dobbiamo essere consapevoli di questi rischi, specialmente nella società di oggi. Ho commesso degli errori, per finire in quel burrone: per esempio la scelta di voler fare tutto da solo. D'altronde, se è vero che “Possibili scenari” è stato senz’altro il disco più bello come metodo di lavoro non ha cambiato per sempre la storia della musica: lo scotto subito da quella fase è stato molto più grosso. In quel periodo andavo alle otto in ospedale da mio padre in ospedale che stava già molto male. Ci stavo quattro-cinque ore, poi andavo in studio e tornavo a casa alle tre-quattro di mattina. Il tutto nell’idea che avrei dovuto fare un album forse più grande di me e delle mie possibilità. È stato un disco potente, è vero, ma non vuol dire che alla fine ne sia stato veramente soddisfatto. Chissà, magari avrei fatto un disco ancora più bello se non avessi attraversato quei problemi. Quell’approccio non fa di me un grande artista: dice invece che ho deragliato prepotentemente mentre andavo in una direzione. Per quello ho scritto anche che non voglio finirci mai più, lì dentro.

Vai sempre a dormire con la chitarra?

Sì perché non ho mai sofferto dell’horror vacui. E sono convinto che sia la musica a tirarci fuori dai guai. Come musicisti e ascoltatori dobbiamo però concederle il tempo. Ridurla a un ascolto da playlist della pausa caffè è riduttivo del suo potere sia nei confronti di chi la scrive che di chi la vive.

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Cosa farai adesso?

Non passo le mie giornate a scrivere un disco. Sto ascoltando e suonando ogni giorno, mi indicherà la musica lo spiraglio in cui entrare. Di sicuro non mi sento più sulle spalle il peso ingombrante degli anni scorsi. Sentiamo dire di continuo che siamo dentro una rivoluzione epocale, per cui mi sono messo nelle condizioni di poter camminare dentro questo stravolgimento. A quarant’anni mi sento giovanissimo ma vent’anni per un artista è una carriera intera.

Prima di metterti a fare suite cinematografiche o chissà cos'altro hai un debito con Gianni Morandi, che ti chiese un pezzo “alla Coldplay”: alla fine partoristi “Mondo” ma poi la tenesti per te.

Ho un’età in cui le cose che assorbo dalle nuove generazioni riesco a vedermele ancora a fianco. I giovani non mi sembrano lontanissimi. Un giorno accadrà e magari mi troverò allo stadio con un giovanissimo Cesare Cremonini a cui chiederò di scrivere una canzone per me. Ma una canzone gliela devo a Gianni, questo è poco ma sicuro.

Se non fossi stato in Italia questi tuoi vent’anni sarebbero stati diversi?

No, non mi sembra che qualcuno mi debba niente. Su questa domanda è facile scivolare. La mia parte saggia mi dice di risponderti dicendo che ho cercato di lavorare per portare il cantautorato italiano verso un approccio internazionale. Per rimescolare i valori in gioco, vestendo le mie canzoni con un linguaggio più vasto. Questo ha senso rispetto a dove sono nato e per la mia epoca. Non ho la presunzione di pensare che se fosse stato negli stessi ambienti da cui ho attinto il mio lavoro sarebbe stato altrettanto competitivo. Forse in Italia puoi provocare meno ma è un altro discorso. La mia generazione ha avuto il vantaggio di iniziare a comporre e spesso sentirsi, rispetto ai propri modelli, una nullità che doveva assolutamente migliorarsi: gli strumenti che utilizzavamo per farlo erano composizione, arrangiamento, conoscenza musicale. C’erano meno tecnologia a disposizione, quella tecnologia che oggi invece mette eserciti di ragazzini all’altezza degli artisti più affermati. Il tempo ci dirà, oggi più che mai, cosa resterà. Pensa a Lucio Dalla: un urgano di coscienze e riferimenti, dalla poesia di Roversi a Dylan passando per le cantine bolognesi, che ha tradotto nella sua territorialità. Questo mix micidiale crea i grandi artisti di oggi e creerà quelli di domani”.