Che cos'è l'ageismo?

di Ilaria Solari
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Photo credit: Courtesy Miu Miu
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From ELLE

La testa languidamente reclinata, lo sguardo in bilico tra ritrosia e sfrontatezza, il miniabito che scopre gambe lisce e tornite: così Kim Basinger appare, insieme a Chloë Sevigny, Emma Corrin e altre attrici e artiste, nella galleria delle icone del nostro tempo secondo Miu Miu: fatale e provocante, come la ricordiamo in 9 settimane e 1/2, il film che ha immortalato la sua sensualità.

E qui, per una specie di tic ancestrale, ci verrebbe da scrivere: a dispetto del tempo che passa. Invece, proprio come nella presentazione della campagna Miu Miu che la battezza icona, qui il tema dell’età non è più dirimente e neppure troppo interessante: come l’immagine carismatica e prorompente della diva, il tempo fluido che attraversiamo ci insegna a fare a meno delle categorie anagrafiche. Ci spinge anzi a stigmatizzare chi ancora si ostina a etichettare le persone sul calcolo delle primavere che portano sulle spalle.

Photo credit: Edward Berthelot - Getty Images
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Lo hanno definito ageismo, un brutto conio da una parola inglese, è il pregiudizio fondato sull’età, un altro modello di discriminazione che s’aggiunge a sessismo, razzismo, omofobia. A Hollywood, sempre un passo avanti, se ne discute da almeno un decennio. Gli attori fanno fronte nel reclamare più ruoli per le categorie senior, denunciano una vistosa sottorappresentazione, spesso appesantita da polverosi stereotipi.

Photo credit: Amanda Edwards - Getty Images
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Le più impegnate a ribaltare la narrazione ageista sono le donne: dalle veterane come Jane Fonda alle quaranta-cinquantenni: Julianne Moore, Jennifer Aniston e Maggie Gyllenhaal, che ha denunciato di essere stata esclusa dal cast di un film importante, a 37 anni, perché considerata dai produttori «troppo vecchia» per interpretare l'amante di un 55enne.

Photo credit: Mike Marsland - Getty Images
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Ci sono due premi Oscar come Meryl Streep e Nicole Kidman tra le affiliate a The Writers Lab, laboratorio di sceneggiatura per over 40 con una missione esplicita: coltivare le voci inascoltate di donne mature. Una coalizione che, al di là dei generi, sta raccogliendo i suoi frutti: i film che esplorano amori, tradimenti e drammi tra senior ormai non si contano, come le serie (Il metodo Kominsky, Grace & Frankie) che restituiscono visibilità e ruoli chiave a molti attori di lungo corso.

Dalla rappresentazione sugli schermi alle nostre anguste scrivanie, il panorama cambia sensibilmente: il mercato del lavoro ancora fatica a scrollarsi di dosso i pregiudizi che rendono la vita difficile ai lavoratori maturi, vissuti come un peso economico, come un ostacolo all’assunzione di giovani, esclusi da attività di formazione e reskilling.

A peggiorare la situazione, la pandemia, con una strategia sanitaria mondiale che, classificando ogni ultrasessantenne come “persona a rischio”, ha condannato una fascia importante della popolazione attiva all’emarginazione sociale. Quando invece, racconta Lidia Ravera in un’intervista per la nuova piattaforma online Cocooners.com: «È la prima volta nella storia dell’umanità che si presenta una generazione che, a sessant’anni, ha ancora davanti la prospettiva di altri trent’anni di vita. Per noi è tutto da scoprire, un paesaggio completamente nuovo da inventare».

Photo credit: Courtesy photo
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Cocooners è una delle novità di questo paesaggio, la frontiera italiana di questo movimento. Un progetto lanciato a dicembre 2020, incubato dal Politecnico di Torino e realizzato da un piccolo gruppo di fondatori, con esperienze molto eterogenee nell’ambito d’impresa. Per Maurizio De Palma, Ceo e co-founder, oggi i nuovi senior «sono persone ancora in cammino con molte passioni e soprattutto con un ruolo attivo nella società, grazie a esperienza, capacità di spesa e, banalmente, al loro numero». Se il dibattito intorno alla longevity economy è vivace nei Paesi anglosassoni, in Giappone o in Cina, in Italia le aziende sono ancora alla rincorsa dei millennial. «Per questo abbiamo creato una startup innovativa», continua De Palma, «una piattaforma di contenuti, prodotti e servizi intorno ai quali aggregare una community».

«Non vado matto per i segmenti di mercato», precisa Enrico Maria Torboli, direttore editoriale di Cocooners. «Oggi le etichette mi vanno strette, anche quando disegnano porzioni della popolazione estese numericamente e pesanti in termini di profilazione e potere di acquisto. Ma se vogliamo abbattere alcuni cliché, come ha spiegato Lidia Ravera a Cocooners, dobbiamo riscrivere insieme queste storie. L’idea del movimento, della tribù che aderisce a un nucleo di valori condivisi, mi è piaciuta dal primo momento. Lo dico con un pizzico di orgoglio, anzi, di grey pride».