Che sfida essere la mamma di Sorrentino (al cinema), parola di Teresa Saponangelo a Venezia 2021

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Photo credit: Francesco Maragutti/Photomovie
Photo credit: Francesco Maragutti/Photomovie

È il sorriso che ti porti via, la luce del film. Teresa Saponangelo in È stata la mano di Dio interpreta Maria, la mamma di Paolo Sorrentino. 47 anni, nata a Taranto, è cresciuta a Napoli. Vive a Roma e ha un figlio di 14 anni e mezzo.

Come si è preparata? Il regista le ha parlato molto di sua madre?

In realtà no, mi ha solo fatto vedere delle foto… Paolo scrive benissimo, la sceneggiatura ti dà già tutti i colori. La mia preoccupazione era centrare il suo ricordo, quello che lui aveva trattenuto della mamma. Ho dovuto lavorare su due piani contemporaneamente: restituire quella sua allegria e la sofferenza nascosta.

Una responsabilità grande, interpretare la vera madre del regista…

Sì, perché dovevo commuovere lui per primo. Non ci vedevamo da anni. Al provino deve aver visto qualcosa in me, ha una grande sensibilità.

Cosa le ha detto alla fine?

Era molto contento.

Qual è la forza di Paolo Sorrentino?

La scrittura. È un regista di contenuti, non solo visivo, tutte le sue parole sono scelte accuratamente e poi mi ha conquistato il controllo totale del mezzo e dei reparti, ha una grande autorevolezza.

Nel film c’è anche Antonio Capuano (interpretato da Ciro Capano), uno dei mentori di Sorrentino. Lei ha lavorato molto con lui…

Ho appena vinto un Nastro d’argento per Il buco in testa di Capuano. È stata la mano di Dio lega Paolo ad Antonio, me ad Antonio. Ho lavorato tanto con Servillo e quindi è come se appartenessi un po’ alla storia di Sorrentino anche io, senza esserci entrata prima. C’è qualcosa che unisce tutti e quattro.

Lei ha fatto tanto teatro…

Meno di quel che avrei voluto. Rincorrevo il palcoscenico e mi ha trovato il cinema. A Napoli vivevo in un palazzo che condivideva l’ingresso con un teatro. La signora di sopra faceva la custode, il signore di sotto la maschera: riuscivo sempre a entrare gratis. A 12 anni mi sono innamorata del teatro. A 14 avevo le idee chiarissime.

Era già un’esperta giocoliera?

No, è stata la cosa più difficile imparare a giocare con le arance. Era importante per me, è l’atto estremo di una sofferenza, in quel momento lei è scissa tra gioco e pianto. Nella prima scena dove lo faccio abbiamo ripetuto diverse volte. Poi mi sono esercitata e... buona la prima.

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