Che vuol dire esattamente che il vaccino Pfizer è efficace al 90% contro il Covid-19?

Di Simone Cosimi
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Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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From Esquire

Grande entusiasmo, più che giustificato ma comunque con mille questioni collegate – come abbiamo visto qui – per l’annuncio sugli ottimi risultati della fase 3 del vaccino sviluppato da Pfizer con la tedesca BioNTech. Ci sarà ovviamente da analizzare i dati scientifici, che dovranno essere pubblicati su una o più riviste specializzate, e attendere il via libera delle agenzie regolatorie che si occupano di farmaci e salute, l’Ema per l’Europa e la Fda statunitense. Per ora si tratta pur sempre di un annuncio, per quanto vincolante e di enorme impegno nel senso che se si dovesse rivelare scollato dalla realtà dei dati scientifici sarebbe un colpo vitale al colosso farmaceutico statunitense (e anche all'azienda tedesca, che ha guadagnato oltre 16 miliardi di euro di valutazione in pochi mesi).

Photo credit: Images By Tang Ming Tung - Getty Images
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Albert Bourla, il potente ad di Pfizer, ha spiegato in un comunicato ufficiale che l’efficacia del vaccino BNT162b2 è “superiore al 90%”. Una dichiarazione che dai media è stata presto tradotta in una sostanziale garanzia che il vaccino possa proteggere chiunque dall’insorgenza della malattia con un tasso di successo del 90%. La distinzione è più sottile in inglese, con la differenza fra “efficacy” ed “effectiveness” sulla quale è tornata per The Conversation Zania Stamataki, una senior lecturer in immunologia virale dell’università di Birmingham.

“Efficacy”, l’efficacia, è la performance di un trattamento in circostanze ideali e controllate. Al contrario, quella che in inglese si può definire “effectiveness” consiste nei risultati ottenuti nelle condizioni reali e in popolazioni in ogni condizione di salute, di contesto e di fragilità. Rispetto al vaccino non è una distinzione da poco: per i trial di questi trattamenti i volontari sottoposti a una o più dosi di vaccino (o del placebo, come gruppo di controllo) sono generalmente in buone condizioni di salute. E nei trial ancora precedenti i partecipanti possono non essere uno specchio fedele dei gruppi di popolazione fragili che si vorrebbe proteggere col prodotto, per esempio i bambini, i malati cronici o gli anziani con altre patologie. Anche se è pur vero l'inverso: un'immunizzazione di massa e una bassa circolazione del virus finisce per proteggere anche i più deboli, quella è la vera immunità di gregge di cui molto (e male) si è discusso in questi mesi di emergenza.

“Per calcolare l'efficacia del vaccino – scirve Stamataki - dobbiamo confrontarlo con un trattamento di 'controllo', che di solito è un vaccino irrilevante o noto o una preparazione simile che non dovrebbe funzionare per il virus testato. Gli studi sono spesso 'in doppio cieco', quindi i partecipanti non sanno quale vaccino hanno ricevuto e i ricercatori non sanno quale vaccino hanno somministrato fino alla fine dello studio”. Nel caso di Pfizer/BioNTech questa soglia sarebbe risultata per ora del 90%, significa cioè che il loro vaccino avrebbe prevenuto i sintomi da Covid-19 (quindi lo sviluppo della sindrome, non è chiaro se abbia protetto dall’infezione stessa ma non sembra probabile) nel 90% dei volontari che hanno ricevuto la dose reale e non il placebo. Una soglia molto alta che potrebbe cambiare entro la fine della terza fase, probabilmente rivista abbondantemente al ribasso con l’arrivo dei dati relativi a tutti i 164 partecipanti (il comunicato parla dei primi 94). Ma rimane un risultato importantissimo, specialmente considerando che Ema ed Fda autorizzeranno vaccini con un’efficacia di almeno il 50%.

Photo credit: Alexi Rosenfeld - Getty Images
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Rimane aperto il fronte dell’efficacia sul campo, per così dire. Cioè l'"effectiveness". Si comprenderà nel corso dei mesi, mano a mano che il vaccino verrà somministrato a milioni, decine di milioni e poi centinaia di milioni di persone per perfezionarlo, metterne a punto nuove generazioni e comprendere effetti collaterali rari, altre conseguenze e il tasso reale di efficacia nei diversi gruppi di popolazione in base all’età, alla genetica, ad altre condizioni. Oltre alla durata dell’immunizzazione e al rapporto costi/benefici (costi, logistica, tassi di efficacia) rispetto ad eventuali altri vaccini o trattamenti, come quelli promettenti a base di anticorpi monoclonali. In questo senso un’altra buona notizia degli scorsi giorni è stata il via libera della Fda all'uso di emergenza dell'anticorpo monoclonale sviluppato da un altro colosso, Eli Lilly, per il trattamento anti-Covid-19, destinato alla cura di infezioni di lieve o moderata entità ma a rischio di malattia severa, in pazienti adulti o bambini sopra i 12 anni.

Dunque l’efficacia reale e sul campo non è ancora nota. E magari ci vorranno anni per comprenderla del tutto nei diversi gruppi di popolazione e nelle differenti condizioni. Non è oggettivamente possibile che rimanga per tutti al 90% ma intanto si partirà con la somministrazione, un'arma fondamentale per contenere la pandemia e tornare progressivamente a una vita più libera e sicura. In fondo è una questione centrale ma sfumata: il vaccino per l’influenza di stagione ha per esempio un’efficacia che oscilla fra il 40 e il 60% ma è fondamentale per salvare milioni di vite ogni anno, e segna una strada su cui probabilmente si avvierà anche la Covid-19.

Photo credit: Pfizer
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Sui vaccini Giuseppe Remuzzi dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, uno dei più celebri scienziati italiani, ha spiegato al Corriere della Sera che i vaccini “finora sono stati testati su venti, trenta, in un caso anche sessantamila volontari. Ma sono tutti giovani, che stanno bene. Bisogna vedere come reagiranno i soggetti a rischio, le persone con malattie che colpiscono il sistema immunitario, e che prendono farmaci immunosoppressori. Una cosa è certa: se proteggi molti, proteggi anche le fasce più deboli”.