Chi è Anna Delvey, la falsa ereditiera che forse ce l'ha fatta

Di Anna Siccardi
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Photo credit: TIMOTHY A. CLARY - Getty Images
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From Harper's BAZAAR

Cos’hanno in comune la figlia di un camionista della provincia proletaria russa e un’ereditiera tedesca seduta su sessanta milioni di euro? Nulla, apparentemente. Eppure sono due facce della stessa persona: Anna Delvey (Sorokin, all’anagrafe) è riuscita a vivere entrambe le vite, almeno finché non è stata arrestata per frode e truffa aggravata. Diciamo che le è scappata la mano, citando il suo avvocato difensore che nell’arringa finale al processo del 2018 l’ha paragonata a Frank Sinatra: come lui, anche Anna Delvey ha cercato la sua “my way” nella scalata alla Grande Mela.

Ma andiamo con ordine: nata nel 1991 a Domodedovo, un’oscura cittadina della working class a sud di Mosca, Anna Sorokin è la figlia timida ma ambiziosa di un camionista e una commessa di supermercato. Affinando fin da piccola le sue arti manipolatorie, riesce a convincere i genitori che il loro miglior investimento è la propria futura carriera: finito il liceo, con i risparmi di una vita il padre, che nel frattempo ha trasferito la famiglia in Germania, riesce a iscriverla alla prestigiosa Central Saint Martin di Londra, contando su una borsa di studio che dovrebbe coprire l’intero arco universitario ma che misteriosamente non arriva mai. Fallito il progetto londinese, Anna tenta la fortuna a Parigi, dove entra come stagista nello scintillante fashion magazine Purple. È il 2011, ed è proprio ora, al volgere dei vent’anni, che Anna probabilmente si trova a un bivio esistenziale: portare nel mondo la ragazza russa di umili origini che suda ogni conquista o inventarsi dal nulla un’identità più attraente?

Photo credit: TIMOTHY A. CLARY - Getty Images
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Nasce così Anna Delvey, un’ereditiera tedesca figlia di un munifico magnate dell’energia solare che ha predisposto per lei un trust da 60 milioni di euro. Così si presenta ai nuovi conoscenti, vestita di abiti Balenciaga o Alaïa che forse all’inizio pesca nei negozi dell’usato e che poi riesce a farsi foraggiare con la sua incredibile capacità affabulatoria. Stabilita, grazie a Purple, una rete di conoscenze internazionali e molto cool, Anna ha l’ennesimo colpo di genio: capisce che la propria nuova identità sarà meno sospetta e ancor più affascinante oltreoceano, e nel 2013 si sposta a New York. Quale posto migliore per reinventarsi? Un crocevia di rich kids provenienti da ogni angolo del globo, dove tutti si frequentano senza che a nessuno interessi davvero da dove viene il tuo denaro: basta che tu ne abbia da buttare.

Il suo primo indirizzo newyorkese è l’11 Howard, un boutique hotel in Soho che chiude un occhio sul fatto che la nuova inquilina non presenti una carta di credito di riferimento per il soggiorno, ma un attestato di una banca svizzera che garantisce il pagamento via bonifico. Le premesse, del resto, sono quelle di una rock star: per la sua permanenza di “un paio di mesi, forse tre” occupa una stanza da 400 dollari a notte e distribuisce mance da 100 dollari a chiunque la incroci. Non è strano che i dipendenti dell’hotel facciano a gara a chi le porta il room service o a chi le prenota un ristorante. È qui che Anna stringe amicizia con Neffa Davis, una concierge sua coetanea che si trova ben presto a farle da spalla nei più esclusivi parties della città. “Sembrava conoscere tutti i quelli che contano”, ricorda oggi Neffa, “e spendeva denaro a ciclo continuo: ristoranti, vestiti, trattamenti di bellezza da 4mila dollari. Tutto rigorosamente in contanti”. Da dove vengono questi fiumi di denaro? Come si scoprirà più tardi, la finta ereditiera sta facendo il “gioco delle tre banche”, ossia usare l’iniziale fiducia di una banca per ottenere prestiti da un’altra e depositare il denaro così ottenuto in un’altra ancora. Prelevamenti cash e lettere di garanzia firmate da un misterioso Mr. Henneke (poi svelatasi un’identità fittizia creata da Anna), fantasmatico amministratore del family office della famiglia Delvey, fanno il resto.

Photo credit: TIMOTHY A. CLARY - Getty Images
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Uno “schema Ponzi”, insomma, trucchetto che evidentemente negli USA ha il suo successo, costruito intorno a un progetto ambizioso: creare una fondazione d’arte a proprio nome (la Anna Delvey Foundation) con sede nel palazzo della Church Mission House, su Park Avenue, finanziata per metà dal trust di famiglia e per l’altra metà (cioè 25 milioni di dollari) da una banca. La Delvey riesce a convincere della bontà del progetto sia il proprietario del building, il geniale Aby Rosen, sopravvissuto al nazismo e divenuto un tycoon dell’immobiliare newyorkese, sia operatori di prima classe, come l’albergatore Andrè Balasz e Richie Notar, uno dei fondatori di Nobu: la Anna Delvey Foundation avrà spazi espositivi, suite esclusive e tre ristoranti stellati. Manca solo la documentazione necessaria alle banche per erogare il prestito milionario.

La via sembra spianata quando qualcuno sembra accorgersi che c’è qualcosa che non torna: l’amica Neffa si trova costretta a pagare una cena (che non potrebbe permettersi) perché nessuno degli undici numeri di carta di credito che Anna presenta per coprire il conto risulta funzionante; il conto dell’11 Howard – dove vive da due mesi – arriva a sfondare quota 30,000 dollari e Anna continua a promettere un bonifico che non arriva; il colpo di grazia è un viaggetto a Marrakesch in cui Anna invita l’amica Rachel Williams (ex photo editor di Vaity Fair) e in cui quest’ultima si vede costretta a pagare sia i voli che il conto de La Mamounia perché, ovviamente, le carte di credito di Anna non funzionano. Il conto dell’albergo è di 62,000 dollari, e la Williams riuscirà a farsene ridare appena 5mila. È l’inizio della fine. Uno dopo l’altro emergono debiti in ogni dove: alberghi, ristoranti, prestiti di “amici”, lettere di pagherò per uno scoperto totale di quasi 300mila dollari, e il tentativo reiterato di farsi prestare i famosi 25 milioni dalle banche. È il 2017 e Anna viene arrestata con varie accuse di frode e malversazione. Dopo un processo molto mediatico, durante il quale l’imputata sfila nelle aule di tribunale con i vestiti di marca accumulati negli anni da ereditiera, la condanna arriva nel 2019 e già nell’ottobre 2021 dovrebbe uscire dal carcere di Rikers Island per essere rispedita in Germania. Intervistati, i genitori si sono detti “stupiti” e hanno chiesto di rimanere anonimi, visto che la reputazione criminale della figlia non ha ancora raggiunto i parenti e amici del villaggio russo da cui provengono, e così preferiscono: “Nonna soffrirebbe”.

Photo credit: TIMOTHY A. CLARY - Getty Images
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La “Fake Heiress”, come l’ha ribattezzata la stampa americana, non si è mai dichiarata del tutto colpevole né pentita, e dice di non trovarsi nemmeno così male in carcere, alloggio momentaneo (e gratuito) che considera un “esperimento sociale”. Ma potrebbe non essere finita qui e il tempo potrebbe dimostrare che in qualche modo Anna ce l’ha fatta: la sua storia ha creato clamore tanto che Shonda Rhimes ne ha acquisito i diritti per Netflix e a breve vedremo una serie sulla sua vita, mentre HBO sta creando un docufilm su di lei; la ex amica Rachel Williams ha scritto un libro, “Inventing Anna”, e si vocifera che la Sorokin stessa ne stia scrivendo uno autobiografico. Fama e ricchezza alle porte, nonostante tutto? Chissà. Certo è che Anna Delvey è stata, e sarà (almeno sullo schermo) qualcuno.