Chi è Blair Imani e perché rappresenta una sfida all’omofobia e all’islamofobia

Di Alessandro Cane
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Photo credit: Dimitrios Kambouris - Getty Images
Photo credit: Dimitrios Kambouris - Getty Images

From Harper's BAZAAR

Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti è la testimonianza di quanto sia strutturalmente divisa e complessa la società americana, da una parte vediamo eletti la prima vice presidente di colore, Kamala Harris, e il più alto numero di candidati provenienti dalla comunità LGBTQI+, dall’altra parallelamente possiamo osservare come sopravvivano sistematicamente il razzismo, la supremazia bianca, l’omofobia, la transfobia e l’islamofobia. L’aria di cambiamento, però, c’è e si vede e non solo nel risultato di queste sofferte elezioni, un risultato ottenuto dall’establishment liberal del partito Democratico, ma nel lavoro di giovan* attivist* radicali che in questi anni hanno ottenuto spazio e visibilità senza far parte di questo establishment, da cui vogliono allontanarsi.

Quest* attivist*, che provengono da movimenti come Black Lives Matter, spingono per un cambiamento radicale, per la trasformazione di un sistema iniquo e strutturalmente razzista, classista, eteronormativo e spesso lo fanno attraverso le loro stesse identità ed esistenze intersezionali. L’intersezionalità è un termine, coniato nel 1989 dalla teorica Kimberlé Crenshaw, che indica le diverse sovrapposizioni di identità sociali e le differenti forme di oppressione a esse associate: una donna trans nera, per esempio, non subirà violenze e discriminazioni solo perché è nera, né solo perché è donna trans, ma anche e soprattutto per l’intersezione di queste identità. Proprio su questo concetto si è basato lo sviluppo di molti dei movimenti attuali e le loro figure di spicco hanno saputo utilizzare le loro identità intersezionali per portare avanti battaglie, che non fossero solo antirazziste, antiomofobe etc., ma che potessero raccogliere le diverse istanze di ciascuna minoranza per portare alla costruzione di una società più equa e aperta alla diversità. Perché il cambiamento arriva dal riconoscimento delle forme specifiche di oppressione che ognun* incontra e subisce, delle esperienze personali, delle complesse sfumature e della fluidità che ogni identità raccoglie in sé.

Photo credit: Noam Galai - Getty Images
Photo credit: Noam Galai - Getty Images

Per questo una figura come quella di Blair Imani è rappresentativa della trasformazione che la società americana sta affrontando. Blair Imani è un’attivista Black, queer e musulmana, come riporta la sua bio su Twitter e come non si stanca mai di raccontare lei stessa. A ventisette anni è una dei membri più conosciuti di Black Lives Matter, ha partecipato a diverse manifestazioni e campagne di sensibilizzazione, è stata arrestata, ha partecipato a talk show e ha scritto due libri. La sua conversione all’Islam risale al 2015 ed è frutto di una sua scelta personale e spirituale, avendo trovato, come lei spiega, nella lettura del Corano e nelle sue regole di modestia e pietà – come l’utilizzo dell’hijab – una parte importante della sua identità. Nel 2016 interviene attivamente alle proteste di Black Lives Matter a Batoun Rouge in Louisiana in seguito all’uccisione da parte della polizia di un uomo afroamericano, Alton Sterling, e proprio in questa occasione Imani viene arrestata e aggredita dalla polizia, che minaccia di toglierle il velo. Ma è forse il suo coming out in diretta televisiva che l’ha resa conosciuta e ha messo in luce la sua identità intersezionale. Nel 2017, infatti, partecipa a una trasmissione della reta conservatrice e di destra, Fox News, per parlare delle comunità Musulmane negli Stati Uniti, e, provocata dal conduttore, Tucker Carlson, si è decisa a dichiarare la sua bisessualità, rivendicando la sua identità di donna di colore, di religione islamica e parte della comunità LGBTQI+.

Questa dichiarazione, racconta Blair Imani, ha provocato reazioni contrastanti: messaggi di incoraggiamento, ringraziamento e sostegno hanno avuto come contraltare altrettante minacce e messaggi di condanna e di incomprensione da parte di persone omofobe e islamofobe. Questo perché il suo gesto ha messo in discussione l’apparente inconciliabilità tra mondo occidentale e mondo islamico, come se si trattasse di culture, valori e identità contrapposte. Ha dimostrato l’inconsistenza di questa opposizione, rivelando come in entrambe le culture si possano trovare esempi di intolleranza e odio, e dell’idea che essere “gay” e “queer” debba escludere l’essere anche “musulman*”, come se fossero categorie monolitiche e contrastanti. Ha scardinato gli stereotipi dell’Islam come religione strutturalmente omofoba e che minaccia i “valori occidentali” e allo stesso tempo attraverso la sua figura ha fatto in modo che venisse riconosciuta la presenza e l’esistenza di donne e uomini queer nelle comunità musulmane. Blair Imani rappresenta una sfida all’omofobia, all’islamofobia e ci mostra come la nostra identità e la nostra società siano in continua trasformazione, mutamento e il frutto di negoziazioni e intersezioni etniche, religiose, culturali. Attivist* come lei stanno cercando di plasmare in maniera radicale l’agenda politica degli Stati Uniti in modo da tener conto della marginalizzazione e delle sofferenze di categorie oppresse e dar loro spazio e visibilità nel dibattito pubblico.