Chi aiuta i genitori? Perché fare la mamma e il papà è un lavoro sempre più usurante

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Photo credit: Kitti
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Prima le notizie buone. La ricetta della felicità esiste, almeno nell’essere genitore. C’è, o meglio ci sarebbe, ed è fatta di elementi precisi: assenza di pressione, aspettative controllate, sicurezza economica, politiche sociali che permettano di conciliare famiglia e lavoro. Ovunque si guardi nel mondo, dalla Svezia alla Cina, gli ingredienti sono questi, mescolati con altri fattori – meno determinanti, ma comunque utili – come avere bambini "facili", poter condividere la cura dei figli, muoversi in un mondo parenting friendly. A dirlo è uno studio intitolato Parenting index, commissionato da Nestlé alla società di ricerca Kantar, su 8.000 genitori in 16 Paesi nel mondo (dagli Usa alla Nigeria) che traccia l’indice di soddisfazione parentale sulla base di otto indicatori e descrive l’impatto della pandemia sulle traballanti sicurezze degli intervistati. La notizia cattiva è che il Paese perfetto dove esser genitore non c’è: ci sono posti in cui è più facile, altri in cui allevare dei figli diventa una corsa a ostacoli, e a fare la differenza non sono solo i dati economici. Basta guardare la classifica: al primo posto i genitori svedesi, all’ultimo quelli cinesi, meno penalizzati dal virus e dalla crisi economica. E ancora: al secondo posto, i genitori cileni. Quelli messicani due posizioni sopra gli inglesi, quelli nigeriani più soddisfatti degli israeliani. Possibile?

Genitori e ansia

«La prima spiegazione è che ci siano differenze culturali, ma questo non basta» dice Fabrizio Zilibotti, economista, docente a Yale e autore, con Matthias Doepke, di Love, money, and parenting. How economics explains the way we raise our kids (Princeton University Press). «I genitori svedesi passano tantissimo tempo con i figli, hanno congedi parentali che durano un anno e un sistema di welfare che consente la conciliazione. Si tratta di una genitorialità molto presente». Ma, spiega, c’è modo e modo di occuparsi dei figli: per i cinesi educare la prole è un lavoro molto stressante, per gli svedesi tutto in discesa. «La differenza sta nella pressione che ricevono dall’esterno. Nei Paesi dove le disuguaglianze sono maggiori e dove il successo scolastico è una discriminante del successo nella vita, come in Cina e Usa, i genitori sono più stressati». Poi c’è un tema di welfare. «I Paesi che hanno sistemi di welfare più avanzati e una spesa sociale alta sono associati a una genitorialità più rilassata. Queste scelte politiche, però, hanno un costo economico che non tutti sono disposti a pagare: in Svezia sì, in America no». L’Italia, dice, è nel mezzo. «I genitori italiani sono meno rilassati di quelli svedesi, ma decisamente più di quelli americani e cinesi. Qui la pressione sociale non è altissima, nella scuola c’è flessibilità e parità di accesso. Sugli indici di insoddisfazione pesano di più il sistema di welfare e la redistribuzione fiscale».

Figli come piccoli imperatori

Fatte la debite differenze, essere genitori, continua Zilibotti, è quasi ovunque un lavoro usurante che incide sui tassi di natalità al pari dei fattori economici e delle incertezze sul futuro. «Guardando i tassi di natalità, abbiamo visto che dove le istituzioni appoggiano le famiglie e il sistema di valori toglie l’obbligo di fare del bambino un piccolo genio, la fertilità si è ridotta di meno. Dove invece non c’è appoggio alle famiglie e la pressione cresce abbiamo forti riduzioni dei tassi di natalità, come in Cina». Lì, appunto, aumenta il numero dei giovani che ambiscono a una vita child free. Di ragazzi così, Filippo Santelli, corrispondente da Pechino per Repubblica e autore di La Cina non è una sola (Mondadori) ne ha incontrati molti. «I cinesi sono un miliardo e quattrocento milioni di persone: per andare avanti nella vita devono passare attraverso un ponte molto stretto. Per non perdere sulla linea di partenza bisogna investire in un percorso di eccellenza dall’asilo all’università. Questo trasforma il mestiere di genitore in un lavoro a tempo pieno, perché il figlio deve investire su se stesso anche a casa. Le chat di classe sono una gara tra le madri: la più brava, la più dedita, quella che cucina meglio, quella che compra i libri migliori. Madri che spesso sono costrette a lasciare il lavoro perché lì il welfare è assente». Non a caso, la Cina resta un Paese di figli unici. «Piccoli imperatori cresciuti con due genitori e quattro nonni completamente dedicati alla loro educazione. E siccome sanno quanto possa essere faticosa una vita così, a fare figli non ci pensano. Neppure chi ha grandi disponibilità economiche».

La vita è cambiata

Sullo stress globale dei genitori (a eccezione della Cina dove dall’estate scorsa tutto è tornato alla normalità) la pandemia ha avuto un effetto detonatore, tra smart working, scuole chiuse, didattica a distanza, tate in quarantena, lavori persi, difficoltà economiche. In America, il New York Times ha aperto una linea telefonica, la Primal scream line, dedicata alle madri: un numero da chiamare per urlare e sfogarsi. In Italia, dice il Rapporto Mamme equilibriste 2021 di Save the children, lo «shock organizzativo familiare» causato dal lockdown avrebbe travolto un totale di circa 2,9 milioni di famiglie in cui uno o embrambi i genitori erano occupati, e i tassi di natalità a novembre e dicembre del 2020 sono scesi dell'8,4 e del 10,3 per cento (dati Istat).

Il Parenting index di Nestlè mette in evidenza due fattori: il social shaming e l’isolamento. «Ci percepiamo come genitori in base a quello che ci arriva dall’esterno», spiega Raffaella Bonini, psicologa e psicoterapeuta. «Le aspettative però sono quelle che ci diamo noi. Un tempo ci confrontavamo con la vicina di casa di cui però conoscevamo anche i limiti. Ora, attraverso i social, ci paragoniamo con un contesto virtualmente infinito e non reale, un’immagine parzialissima e ferma che ci fa sentire inferiori perché preconfezionata. E così i genitori non si accontentano di essere sufficientemente buoni: aspirano a essere perfetti». A parte questo, stando al Parenting index, la pandemia non ha cambiato il modo in cui i genitori vedono se stessi. «La ricerca prende in considerazione la prima parte dell’emergenza che ha tirato fuori le nostre risorse migliori e tutta la nostra resilienza», aggiunge Bonini. «Oggi però il disorientamento è aumentato e la percezione di essere capaci di affrontare il proprio disagio e quello dei figli è diminuito. Ci sentiamo impreparati e spaventati. La pandemia incide più di quanto possiamo immaginare. Il disagio si sta strutturando e le conseguenze le vedremo nei prossimi anni».

Anche le difficoltà, però, hanno un rovescio della medaglia. Ne è convinta Valeria Manieri, cofondatrice della start up sociale dedicata alle donne Le Contemporanee. «Il volume del "villaggio" in questi mesi si è abbassato, e con quello i consigli non richiesti e i giudizi», dice. «In certi casi l’isolamento ha portato una nuova voglia di intimità e rapporti più stretti. Uno dei fenomeni più interessanti che abbiamo notato è una relazione più forte tra le madri che hanno partorito da sole in ospedale e i loro bambini. La pandemia ha trasformato le famiglie, facendole esplodere o rafforzandole. E dimostrando che i problemi sono uguali per tutti. Che tutto il mondo è paese».