Chi sono le 8 ministre del nuovo governo Draghi e come mai sono così poche rispetto agli uomini

Di Elena Fausta Gadeschi
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Photo credit: AM POOL - Getty Images
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È l’alba del nuovo governo Draghi eppure le speranze di un esecutivo equilibrato appaiono già tramontate. Scelta in gran segreto in accordo con il presidente Sergio Mattarella, la squadra dei ministri è (ancora una volta) a trazione maschile. Dei 23 ministri nominati infatti solo 8 sono donne, a fronte di 15 uomini che, neanche a dirlo, guideranno i ministeri più importanti e, in particolare, tutti quelli in cui si dovranno spendere le risorse che arriveranno dal Next Generation UE. Una delusione per il mondo della politica, ma anche per la società civile che attraverso lettere, appelli, petizioni di associazioni e movimenti femministi da anni chiede a gran voce una più equa rappresentanza tanto nelle istituzioni quanto sul mondo del lavoro.

Ma conosciamole più da vicino: chi sono le 8 ministre che compongono la squadra di governo e a cui affidiamo le nostre speranze per una più equa ridistribuzione dei ruoli, quantomeno nelle nomine dei sottosegretari, attese nei prossimi giorni?

Chi sono le 8 ministre del governo Draghi?

Prima di tutto le riconferme. Già prefetto di Milano nel biennio 2017-2018 e tecnico del governo giallo-rosso, Luciana Lamorgese resta a capo del ministero degli Interni per aver saputo gestire con equilibrio le emergenze legate prima all’arrivo dei migranti e poi alla pandemia da Covid-19.

Riammessa nella squadra di governo dopo le dimissioni di gennaio, anche Elena Bonetti di Italia Viva, già professoressa associata di Analisi matematica presso l’Università degli Studi di Milano, resta al dicastero per le Pari Opportunità e la Famiglia.

Un profilo tecnico di caratura internazionale come quello di Marta Cartabia è stato scelto invece per la Giustizia. 57 anni, professoressa di Diritto costituzionale, è stata per 9 anni alla Corte costituzionale, di cui è stata la prima donna presidente.

Al ministero dell’Università e della Ricerca arriva invece Cristina Messa, rettrice fino al 2019 dell’Università Bicocca di Milano. Medico specializzato in Medicina Nucleare, diversi periodi di studio negli Stati Uniti e in Inghilterra e un’esperienza di ricerca presso il San Raffaele di Milano, è delegata italiana Miur nel programma Horizon 2020.

Va a una donna anche il nuovo ministero della Disabilità, affidato a Erika Stefani della Lega. Avvocato, in politica dal 1999, nel governo giallo-verde è stata ministra per gli Affari regionali e le Autonomie. Ha fatto parte della commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere, e del Comitato parlamentare per i procedimenti di accusa. È stata inoltre membro della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, nonché membro della commissione di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.

Alle Politiche giovanili con la delega allo Sport passa invece Fabiana Dadone del M5S, già ministra per la Pubblica Amministrazione nel governo Conte II, mentre agli Affari generali e alle Autonomie siede Maria Stella Gelmini, già ministro dell'Istruzione, dell'Università e della ricerca 2008 al 2011. Si occuperà infine del Sud e della Coesione territoriale Mara Carfagna, già ministra delle Pari Opportunità dal 2008 al 2011 nel governo Berlusconi IV e promotrice della legge che ha introdotto nel 2009 il reato di stalking.

Nessuna donna tra le quote del PD, come mai?

In una squadra di governo politicamente così eterogenea spicca la totale assenza di donne tra i ministri in quota al Partito Democratico che, a differenza degli altri partiti, non è riuscito a esprimere una rosa di possibili candidate e che si trova a essere rappresentato da soli uomini perché, come riferito dalla presidente del Pd Valentina Cuppi, “i capicorrente sono uomini, inutile nasconderlo”.

Sul caso hanno preso posizione anche altre esponenti del Pd come Roberta Pinotti che la definisce “una sconfitta per tutti”, mentre Rosy Bindi – come riporta ADN Kronos – nota come in Italia ancora manchi il “riconoscimento di una leadership femminile. Per riuscirci bisogna occupare il primo scalino altrimenti nessuno ti cederà il secondo”. Intanto la neo-rieletta ministra Elena Bonetti – come riferisce Ansa – ha riaffermato la "necessità di dotarsi del primo Piano strategico nazionale per la parità di genere, che significa dotarci innanzitutto di una visione di progettualità che porti le donne ad essere protagoniste a tutto campo in Italia", nei luoghi istituzionali elettivi e nelle authority. Un riferimento, quello alle authority, non casuale dal momento che a breve ci saranno numerose scadenze di CdA, che dovranno essere rinnovati.

E speriamo che questa volta il Paese non si faccia trovare impreparato.